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Il grido silenzioso



 

La coscienza liberalizzata
 del Cardinal Giuseppe Siri (1906 – 1989)

La ribellione alla Humanae Vitae ha fatto leva sull’appello alla «coscienza». Ma alla persona – grande ma pur sempre soggetta a Dio creatore – e alla sua libertà vanno sempre congiunte la legge e la sanzione. La coscienza, sebbene sia la norma prossima della moralità, necessita di criteri per giudicare e non può dunque «creare» la legge. Il Cardinal Siri spiega perché in nessuno modo è possibile «liberalizzare» la coscienza.


[Da «Renovatio», IV (1969), fasc. 1, pp. 7-8]

Nell’interpretazione della Humanae Vitae, agli effetti pratici, si è parlato di «coscienza». Non è mancato chi si è chiesto che ruolo poteva giocare la coscienza nel «dispensare» dal seguire il chiaro dettame del romano pontefice, che esclude i contraccettivi. Tutti sanno che cosa si è ritenuto rispondere da talune parti. Non è mancato chi ha conferito alla coscienza la capacità di decidere, se stare o meno al dettato del Papa. Qualcuno insomma ha «liberalizzato» la coscienza.
Può essere liberalizzata la coscienza?
Vediamo.
La coscienza è uno strumento della persona umana. Certo, la persona umana è grande. Alla dimensione terrena si è aggiunta la dimensione della grazia e della destinazione alla «gloria» coll’ordine soprannaturale. Nel Credo si dice: «propter nos homines et propter nostram salutem descendit de coelis». La persona ha la autonomia, la libertà. Di grave c’è che alla «persona» ed alla sua libertà vanno sempre unite, per una ragione ontologica inevitabile, due altri concetti: la legge e la sanzione. La persona è libera, ma è moralmente astretta sempre alla osservanza della legge e, se non l’osserva, va soggetta alla sanzione. Sicché la persona è grande, ma è sotto il dominio di Dio che l’ha creata; e se, male usando della sua libertà, offende la legge di Dio o qualunque legge innervata in un modo o nell’altro dalla legge divina, deve aspettarsi la sanzione. È più piccola di Dio, è creata da Dio e, pertanto, né è infinita né può impunemente sottrarsi alla Sua volontà.
Sotto questo aspetto, evidentemente, la coscienza non può essere «liberalizzata».
La coscienza è la norma prossima della moralità. La questione è se questa norma prossima possa inventare le leggi, abolirle, sostituirle, deformarle. La coscienza giudica della moralità in concreto. Essa è intelligenza applicata ad un determinato e delicato ufficio. Per giudicare deve avere dei «criteri». Questi criteri li apprende a poco a poco, come apprende tutte le altre nozioni. I criteri sono necessari e, solo quando li ha appresi, la coscienza diviene «formata» ed «informata». Può esistere una coscienza che sia certa e tuttavia non sia «vera». In tal caso essa diventa «erronea» e servirà a scaricare la responsabilità del soggetto, quando esso non porta la colpa di tale errore, ma non sarà mai una coscienza che possa fare testo.
Il passaggio dalla coscienza vera alla coscienza erronea ammette sfumature infinite, come variatissimo può essere il giudizio sullo stato soggettivo della coscienza. Ma la coscienza che conosce la legge chiara e certa non può certo immergersi a bella posta in uno stato di confusione per trovar modo di fare quello che piace, contro la legge. Se lo fa, è colpevole. La coscienza, dinanzi a quello che è chiaro e deciso, è «necessaria» né più né meno dell’intelletto di fronte alla verità. La coscienza può avere degli stati di dubbio ed in tal caso ha il dovere di risolvere in qualche modo il dubbio. Se non lo risolve, il soggetto non può passare all’azione. Tutto questo dice chiaro che la coscienza, questa norma prossima del comportamento, non ê mai arbitraria, non è produttrice delle leggi e queste non può onestamente deformare o adattare ai propri comodi.
Certo, si deve seguire la propria coscienza, ma si deve essere sicuri che la coscienza sia sufficientemente formata ed informata, per avere criteri rispondenti alla verità.
Anche sotto questo aspetto la coscienza non può essere «liberalizzata». Tutti i dati e tutti gli stati soggettivi possono moltiplicarsi all’infinito e potranno servire a scusare un soggetto, non a dire che ha agito in coscienza retta, se così non è.
Esiste una norma morale chiara: le leggi negative agiscono «semper et pro semper». Come può la coscienza cambiare od annullare la norma quando essa è chiara ed è chiaramente espressa dal Magistero?
La coscienza è intrinsecamente legata alla legge e solo l’errore incolpevole o l’ignoranza invincibile potrà scusarla dalla macchia del peccato. Ma tanto l’errore incolpevole, quanto la ignoranza invincibile mai cambieranno la norma.
Ora quando il Papa ha parlato è possibile che la norma sia alterata a piacimento?

 


 
   

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