Link utili



 

   

Cerca in Totus Tuus


 

   

Il grido silenzioso



 

Aporie del liberalismo
 di Paolo De MarchiP. Michel Schooyans

Il liberalismo condivide col socialcomunismo le origini illuministiche e il materialismo su cui esso è fondato. Un saggio di Michel Schooyans mette in evidenza le contraddizioni e gli esiti potenzialmente totalitari dell’ideologia liberale.



[Da «Studi Cattolici» n. 385, anno XXXVII, marzo 1993]

Quando si parla di liberalismo, ci si riferisce di solito a una delle due grandi correnti politiche su cui si fonda la storia contemporanea: l’altra essendo, ovviamente, il socialismo. I politologi hanno studiato a fondo entrambi i sistemi, sia nei loro aspetti teorici sia — soprattutto — nelle loro applicazioni pratiche, cioè nei regimi politici concreti in cui le teorie si sono incarnate (per lo più, tra l’altro, mescolandosi e sovrapponendosi).

Ma il problema più interessante, probabilmente, sta — come si suol dire — a monte: ed è quello di studiare il liberalismo e il socialismo nella loro astrattezza originaria, ossia in quel complesso di presupposti teorici sull’uomo, sulla società e sul mondo, dai quali sono sorretti e strutturati.

L’operazione è oggi abbastanza scontata per quanto riguarda il socialismo, dal momento che la tragedia del «socialismo reale» — cioè dei regimi in cui le premesse marxiste sono state portate alle loro logiche e coerenti conseguenze — è sotto gli occhi di tutti, e solo pochi fanatici hanno il coraggio di difendere — sul piano teorico, appunto — quelle premesse.

L’operazione è invece meno scontata per il liberalismo, la cui analisi si limita per lo più a verificare gli effetti positivi sul piano umano e sociale (ossia in termini di benessere materiale diffuso e di libertà di azione) delle sue premesse più evidenti: che sono il primato dell’individuo e la valorizzazione dello spirito di iniziativa, la diffidenza verso l’invadenza soffocante dello Stato, la sottolineatura della libertà personale ed economica. Oggi, poi, si tende a ritenere vincente l’ideologia liberale in maniera quasi automatica, vale a dire per estinzione dell’alternativa, nel senso che nessuno o quasi crede più, seriamente, all’ideologia comunista. Eppure non è inutile rilevare che altro sono i regimi più o meno liberali che si presentano di fatto nel panorama della stona contemporanea, e altro è l’ideologia liberale originaria, la quale offre il fianco a considerazioni preoccupanti perché, dopo tutto, la sua matrice è pur sempre la stessa dell’ideologia socialista. e cioè il pensiero illuminista.

La deriva totalitaria

Davvero chiarificatore, a tale riguardo, è un libro uscito recentemente in Francia, e del quale sarebbe consigliabile la traduzione italiana (Michel Schooyans, La dérive totalitaire du libéralisme, Edit. Universitaires, Paris 1991, pp. 360). Si tratta di una ricca, articolata e documentatissima riflessione, condotta dal punto di vista politico, economico e morale sull’insegnamento sociale della Chiesa, e in particolare su talune affermazioni contenute net Magistero pontificio, da Leone XIII a Giovanni Paolo II: affermazioni che sono state spesso fraintese o contestate, non solo a causa di letture affrettate e parziali, ma soprattutto a causa di tenaci pregiudizi che ne hanno impedito una piena e leale comprensione. L’autore è particolarmente qualificato al compito, anche per i suoi studi precedenti in tema di politica, di democrazia, di diritti dell’uomo, di demografia in genere e di aborto in specie. Fin dalle prime pagine, Schooyans mette in luce i due «presupposti assiomatici» del liberalismo, i quali «curiosamente sfuggono alla critica»: il materialismo e l’individualismo, dai quali deriva una concezione dei rapporti sociali come meri rapporti di forza. e una concezione della libertà come «autonomia totale, pura e semplice, dell’individuo di fronte a sé stesso, agli altri, ai valori».

Una simile impostazione cerca di trovare il suo correttivo in un postulato che, se fosse vera, sarebbe pienamente consolante: quello secondo cui la libertà economica totale conduce necessariamente a un’armoniosa prosperità, e gli interessi particolari degli individui finiscono per coincidere con quelli della società, così da realizzare — mediante la ricerca del profitto individuale — l’equilibrio, e dunque la giustizia. Ma, ahimè, quei postulato — la «mano invisibile» cara ad Adam Smith — è illusorio: e in realtà la conseguenza pratica delle premesse teoriche del liberalismo allo stato puro non può essere se non la prevalenza — la prevaricazione — dei più forti sui più deboli.
Anche dal liberalismo pertanto, e non solo dal socialismo, è possibile arrivare a uno sbocco totalitano. Con questa differenza, peraltro: che tale sbocco è, di fatto, conclamato e inevitabile nel caso del socialismo, in tutte le sue versioni (comunista, nazional-socialista o laburista: sia pure, in quest’ultimo caso, in modo più sfumato e morbido, dato che, lo voglia o no, il laburismo è intriso di liberalismo). Nel socialismo, infatti, l’individuo non conta nulla, e le leggi tutelano, in sostanza, gli interessi dello Stato etico (onde i singoli hanno senso soltanto se utili, a comunque non sgraditi: logici appaiono, dunque, l’aborto, la sterilizzazione, l’eutanasia, la soppressione dei malformati, il divorzio...). Invece è abbastanza sorprendente che alle stesse conseguenze si possa pervenire, in tutta coerenza, anche partendo dalle premesse liberali, che sembrerebbero a prima vista dover condurre a sbocchi tutt’altro che totalitari. Ma, come si è visto, si tratta di premesse fondate sullo slogan «vinca il migliore», e dunque sulla morale individualista che esalta la forza dei più forti.



Primo, conoscere

Appunto contro i rischi intrinseci al liberalismo, e pertanto contro il suo possibile — non inevitabile esito totalitario, l’autore vuol mettere in guardia, convinto com’è che l’uomo di oggi sia in qualche misura vaccinato, se non altro per esperienza, contro l’esito totalitario del socialismo, e che sia invece urgente prendere coscienza dei pericoli inerenti a sistemi politici apparentemente tolleranti e democratici, ma che possono — magari senza volerlo espressamente — generare «nuovi schiavi».

Ora, per prendere coscienza occorre anzitutto conoscere. Nella prima parte del libro, quindi, l’autore espone a grandi linee la situazione mondiale e i suoi problemi, vecchi e nuovi, dal punto di vista economico, culturale, sociologico e demografico, fornendo al riguardo dati e cifre dettagliate e impressionanti.

Per quanto concerne i Paesi in via di sviluppo, permangono i problemi vecchi (fame, mortalità infantile, analfabetismo. ecc.), ai quali se ne sono aggiunti di nuovi, altrettanto gravi (inflazione, droga, regimi dittatoriali corrotti, colonizzazione ideologica marxista, problemi demografici, razzismi e conflitti etnici...).

Per quanto concerne i Paesi sviluppati, l’accento è posto con vigore sul fatto che i grandiosi risultati conseguiti dal punto di vista del benessere materiale non hanno impedito da un lato la permanenza di squilibri economici assai evidenti, e dall’altro l’emergere di problemi nuovi gravissimi (come il terrorismo, la droga, il degrado ambientale, la pornografia, un razzismo più o meno esplicito): tutti sintomi di una crisi che è anzitutto morale, e che ha uno dei suoi indici più evidenti nel tragico calo demografico. Alla base della crisi sta, come giustamente osserva l’autore, la «erosione del senso della persona umana», ossia la perdita della consapevolezza che la persona umana costituisce una realtà complessa, unica e irripetibile, una unità sostanziale di corpo e anima, da rispettare e tutelare nella sua dignità intrinseca, nella sua preziosissima essenza.

Da questa analisi emerge una sorta di divisione Nord-Sud, che sembra aver sostituito la divisione Ovest-Est (oggi bensì tramontata, ma che tanto ha contribuito «al ritardo e al ristagno del Sud», come dice l’enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 22; cfr anche Centesimus annus, nn. 16-18, 35): divisione Nord-Sud dalla quale deriva — nella coscienze e nei fatti — una «questione sociale» a livello mondiale, che ha in qualche modo preso il posto della «questione sociale» viva nel secolo scorso, e che si fonda anch’essa su disuguaglianze scandalose; ma non, questa volta, tra individui ricchi e poveri, bensì tra Paesi ricchi e Paesi poveri (la «mondializzazione dell’economia», di cui parla la Centesimus annus, n. 58): donde, la precisa responsabilità dei primi verso i secondi.

Fatto sta, peraltro, che a questa responsabilità si è finora risposto principalmente — se non esclusivamente — attraverso l’imposizione di costosissime campagne antidemografiche (costosissime anche per i Paesi destinatari, che contribuiscono massicciamente alle spese). La crescita dei Paesi sottosviluppati è vista infatti da un lato come l’ostacolo principale al loro sviluppo, e dall’altro come una minaccia per la sicurezza dei Paesi ricchi (e dunque per la sicurezza del mondo intero). Il principio di fondo, invero, è che gli altri sono percepiti come nemici («l’inferno, sono gli altri», diceva Sartre), ed è quindi naturale averne paura: appare giusto, allora, organizzare una serie di «strategie della paura», ribadendo il «diritto» dei Paesi ricchi a intervenire pesantemente nella politica di pianificazione famigliare dei Paesi poveri, senza preoccuparsi ovviamente dei problemi morali (che per definizione non hanno rilevanza, essendo comunque l’aborto e la contraccezione «giustificati» dalla situazione di pericolo per la sicurezza mondiale), né delle conseguenze psicologiche di quell’intervento, essendo logico che popolazioni manipolate si sentano dominate e finiscano per provare «una viva coscienza della loro dignità umiliata»; e senza esitare neppure di fronte ad autentiche falsificazioni statistiche, nella convinzione — purtroppo fondata — che nessuno si prenderà la briga di andare a controllare, e che l’importante sia accentuare il catastrofismo e drammatizzare la minaccia della «bomba demografica» (già lo storico Franco Cardini ha dimostrato — su Il Sabato del 6 luglio 1991 — che la popolazione etiopica è molto inferiore a quella dichiarata dal governo. E d’altra parte il censimento fatto in Nigeria l’anno scorso, sotto il controllo dell’Onu, ha fornito il dato di 88 milioni e mezzo di abitanti, laddove le informazioni più accreditate — che hanno trovato posto addirittura nell’Enciclopedia Britannica — hanno sempre parlato di circa 120 milioni).

L’aspetto più grave di questa strategia è che anche alcune Istituzioni specializzate facenti capo all’Onu (come l’Organizzazione mondiale della Sanità, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) sono coinvolte direttamente nella campagna antidemografica, con l’aperto sostegno della Banca Mondiale e della Fao. Schooyans esamina da vicino alcuni recenti documenti di tali Istituzioni e ne trae conferme sconcertanti, suffragandole con dati e circostanze precise. La conclusione è l’individuazione di un vero e proprio abuso di potere da parte dell’Onu, che è organo interstatale e non superstatale, e dunque non abilitato a esercitare una sorta di supersovranità sugli Stati membri. Alla base di siffatti comportamenti sopraffattori è lecito indicare la concezione «liberale» dello sviluppo vista soltanto come «crescita economica» (della cui insufficienza e contradditorietà parla chiaramente la Sollicitudo rei socialis, per esempio al n. 33) e della prevalenza del più forte, che impone al più debole sia il mercato selvaggio sia le sue paure.

Scientismo gnostico

L’ideologia liberale va dunque smascherata in profondità, per poter cogliere lo scientismo di tipo gnostico che la sorregge, e perciò per potersene difendere (e — aggiungiamo noi — anche per poterla utilizzare in tutto quanto ha di indubbiamente positivo, una volta che se ne siano estratti i veleni).

A questa opera di smascheramento sono dedicati i primi due capitoli della seconda parte del libro, che prende le mosse dall’analisi del concetto di libertà come totalmente autonoma e pertanto pienamente sovrana, senza alcuna frontiera. Ecco allora l’individuo come unica misura della sua condotta morale, non esistendo alcuna morale oggettiva fuori di lui; ed ecco, ancora, l’anarchismo come sbocco ideologico — ovviamente solo teorico — del liberalismo puro. Ma nella società anarchica prevale il più forte, e pertanto siamo di nuovo davanti alla possibilità di una deviazione totalitaria del liberalismo, se non si ha l’avvertenza di demitizzarlo, riducendone gli idoli a realtà più domestiche e a portata di mano.

Il problema è dunque di distinguere bene, per esempio. fra libertà e libera iniziativa da una parte, e liberalismo ideologizzato dall’altra; e ancora, fra libero mercato visto come «lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni» (Centesimus annus, n. 34) e mercato come dogma in qualche misura sacralizzato (così come da altri vengono sacralizzati la Specie, la Natura o lo Stato), fino a farne il fondamento di vere e proprie leggi naturali aventi la dignità di norme morali.

Occorre, in altri termini, rendersi conto che il capitalismo non esiste in astratto (cfr Centesimus annus n. 42), mentre esistono molte concrete forme di capitalismo, più o meno accettabili dal punto di vista umano ed etico; e che la libertà economica è senz’altro una condizione indispensabile per l’esercizio della propria attività e per la giustizia sociale, ma è tuttavia condizione insufficiente, perché, da sola, non arriva a risolvere le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

Pertanto lo sviluppo economico spesso consiste in un «cattivo» sviluppo, da cui altrettanto spesso discende il sotto-sviluppo. Un’economia basata sul meccanismo inumano della concorrenza sfrenata, del consumismo e del mercato selvaggio non può portare ad altro, in effetti, che a uno sviluppo fondato sulla disuguaglianza, sull’egoismo, sulla sopravvalutazione delle «cose». È inevitabile infatti, in tal caso. che l’uomo venga valutato per quello che ha, anziché per quello che è, e che la sua dignità e i suoi diritti vengano di fatto posposti ai diritti del mercato: in una parola, che l’etica venga sottomessa all’economia («I diritti dell’uomo, d’accordo», ha detto qualche anno fa David Rockefeller al Figaro, «ma anzitutto il commercio!»).

Si apre così la porta all’utilitarismo più sfacciato, e quindi all’edonismo. Il che, riferito ai Paesi sottosviluppati, spiega la politica svolta nei loro confronti dal Paesi ricchi, e in particolare — come segnala l’autore — da una serie di organizzazioni pubbliche e private di vario genere: tipico il caso del Council of Foreign Relations, fondato dopo la prima guerra mondiale, che ha elaborato la costituzione dell’Onu, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario internazionale, e dal quale sono nati nel 1954 il Circolo Bilderberg e nel 1973 la famosa Trilaterale, con i suoi programmi «mondialisti». Tale politica si concreta una specie di malthusianesimo, praticato verso i Paesi sottosviluppati sull’onda di questa «paura» di cui si è parlato sopra e che — fondata sull’ormai anacronistica convinzione della mancanza di risorse — conduce al controllo delle nascite, alla selezione, alla sterilizzazione, alla contraccezione, all’aborto.

Schooyans si sofferma al riguardo sull’esempio del Brasile, che conosce da vicino per esservi vissuto a lungo, e che «sembra detenere il lugubre privilegio di essere doppio campione del mondo: nel numero di aborti e nella lotta contro la fecondità». Secondo dati recenti dell’ Organizzazione mondiale della Sanità, infatti, gli aborti arriverebbero a quattro milioni all’anno (il 10% del totale mondiale!), mentre il prestigioso Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica fornisce la spaventosa informazione che circa un sesto delle donne in età fertile è stato sterilizzato, con la giustificazione che la sterilizzazione — ancorché vietata dal codice penale — viene praticata «per il loro bene».

Si torna, ancora una volta, al principio di fondo della prevalenza del più forte, diretta in questo caso a impedire — per usare le parole di Malthus — che «chi è di troppo in questo mondo» trovi posto al «grande banchetto della natura»: cosicché la selezione spietata della natura (che per Malthus avviene attraverso malnutrizione, malattie, celibato, matrimoni tardivi...) è agevolata dai mezzi artificiali di cui l’uomo dispone.

Ma le conseguenze che l’autore trae dalle sue osservazioni sono più ampie e preoccupanti. Un’impostazione materialista — fondata sull’avere — conduce infatti necessariamente l’uomo a perdere la sua libertà, a diventare schiavo delle cose, dei bisogni, dei desideri, a cercare soltanto il suo «particolare», a calpestare gli altri (nell’illusione, cui si accennava sopra, che la libertà totale, soprattutto economica, generi automaticamente la pace e che la giustizia sociale si possa instaurare tramite l’equilibrio che nascerebbe dal libero gioco delle forze economiche). Pertanto, il «giogo quasi servile» di cui parlava Leone XIII a proposito della questione operaia, non è venuto meno oggi, e non solo con riferimento alla miseria del Terzo Mondo e alle gravissime sperequazioni esistenti nei Paesi nicchi.

In nome della solidarietà

Da questo punto di vista, l’ideologia liberale pura ha paradossalmente le stesse radici di quella socialista e comunista, e queste radici sono, appunto, il materialismo più rigoroso, l’oblio più assoluto della dimensione spirituale dell’uomo, il paganesimo più totale. Non importa, allora, che dall’una — negatrice dell’uguaglianza fra gli uomini — nasca una triste parodia della libertà, la licenza; e dall’altra — negatrice della libertà — nasca una grottesca parodia dell’uguaglianza, l’uniformità: entrambe hanno uno sbocco sostanzialmente totalitario, perché soffocano l’uomo nella sua integralità.

Va di nuovo sottolineato, tuttavia, che mentre la tradizione marx-leninista sfocia inevitabilmente nel totalitarismo, quella liberale no. E di fatto le società che concretamente si sono ispirate al liberalismo non sono arrivate a un vero totalitarismo pratico, come l’esperienza dimostra. Anche qui peraltro, con gli sviluppi straordinari della bio-ingegneria, non è inverosimile il pericolo di una «deprogrammazione» fisica e psichica dell’uomo, e di una sua «riprogrammazione» in base a norme prefissate.

Insomma, la costruzione di un utopistico «uomo nuovo» — che costituisce un obiettivo intrinseco dell’ideologia comunista, come del resto ha costituito un obiettivo essenziale per Hitler — può diventare un obiettivo anche per le società liberali.

Che fare, allora? A questo interrogativo è dedicata la terza parte del libro. Che risponde indicando come sia possibile sfuggire a sbocchi totalitari soltanto restituendo all’uomo «la sua capacità di intervento costitutivo nel mondo, nella società, nella storia», e dunque di collaborare all’attività creatrice e redentrice di Dio. Occorre perciò, in pratica, fare appello — attraverso l’educazione — alle grandi potenzialità dell’uomo di intervenire in maniera creativa sulla natura e sulle strutture politiche ed economiche della società (cfr Sollicitudo rei socialis, n. 30): e ciò contro ogni inerzia e fatalismo determinista, e in nome di una solidarietà da costruire giorno per giorno, e di un vero riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti di ciascun abitante della terra. Il che porta alla sottolineatura della «destinazione universale dei beni» — cardine della dottrina sociale della Chiesa — e della necessità di ottenere, mediante l’educazione, una partecipazione piena a quell’immenso patrimonio comune dell’umanità che è il sapere.

Solo così si può riuscire a rimettere al centro l’inviolabile dignità dell’uomo e a superare la visione utititaristica ed edonistica chelbo schiavizza, anche se conserva le apparenze della libertà (le sole apparenze, si noti: perché la paura del rischio e della responsabilità finisce per impedire l’esercizio di una libertà vera e piena).

È evidente che una simile impostazione fa emergere il ruolo preminente che, per la sua realizzazione, spetta ai cristiani: proprio ai cristiani, del resto, è spettato sia di denunciare gli orrori del comunismo (e dunque di sottolineare che fra marxismo e cristianesimo nessun compromesso è possibile: cfr Centesimus annus, n. 26), sia di «annunciare la grandezza della vocazione umana» — e dunque di rivendicare le libertà civili e religiose. Immane è perciò, nel mondo attuale, il compito dei cristiani, anche perché il crollo del totalitarismo sovietico può ingenerare l’idea della intrinseca superiorità del modello liberale: il che, a nostro parere, è senz’altro vero, ma solo a condizione di uscire dalla trappola ideologica del liberalismo puro, e quindi di limitare il liberalismo ai soli aspetti pragmatici («einaudiani», potremmo dire noi italiani) del termine. Altrimenti, un certo liberalismo ideologizzato non potrà che deviare verso il totalitarismo: basterà che prema il pedale dello Stato etico, che risale, attraverso Rousseau, al Leviatano di Hobbes; cioè il sovrano completamente impersonale e secolarizzato, cui volontariamente i sudditi si sottomettono, per paura di perdere la loro sicurezza materiale.

Questa è la prospettiva che, in un’ottica cristiana, bisogna ribaltare. L’autore sottolinea l’impegno culturale e profetico, in tale direzione, del Papa, che riporta in primo piano la centralità dell’uomo nella storia e nel mondo (Centesimus annus, nn. 53-62), e di conseguenza il suo instancabile insistere sulla sacralità della vita umana (ivi, nn. 39, 47), sulla necessità di costruire una «cultura della vita» che tuteli davvero l’uomo in tutti i suoi diritti, personali e sociali, economici, politici e religiosi (cfr Sollicitudo rei socialis, n. 33), sulla necessità di salvaguardare la creazione, al di là di un ecologismo di maniera e vuoto: l’ecologia del Papa è anzitutto una «ecologia umana» (Centesimus annus, n. 38), che ha quindi al centro l’uomo e la famiglia, e che proprio per difendere l’uomo mira alla tutela dell‘ambiente e rifiuta la dilapidazione delle risorse — destinate a tutti — da parte di una minoranza privilegiata.

Ecco allora tornare in primo piano la questione della libertà religiosa, non tanto — o non solo — nella sua dimensione di «libertà di culto», quanto nella sua ben più profonda dimensione di essenziale raccordo con la dignità dell’uomo. È a questa, infatti, che si attenta in prima istanza, allorché — nel mondo occidentale — dominano l’indifferentismo, il materialismo, la selezione del più forte, la droga, la pornografia; e allorché — nel Terzo Mondo — domina la miseria, che secondo san Tommaso, quando è assoluta, impedisce di vivere virtuosamente; e allorché, infine — nei regimi socialisti —, l’uomo viene svuotato della sua capacità di giudizio e di decisione, la sua stessa ragione di vivere — e di morire — essendo devoluta allo Stato.

Solo Cristo può liberare veramente l’uomo da queste soffocanti e alienanti schiavità e trasformare la società. E, viceversa, «la trasformazione di una società alienante in una società che faccia onore alla dignità dell’uomo apre la strada alla pratica integrale della libertà religiosa».

Il significato della democrazia

Si capisce bene allora perché Giovanni Paolo II continui a proclamare che soltanto l’apertura alla dimensione spirituale e religiosa può spalancare le porte alla speranza e rendere l’uomo veramente libero, e insieme allontanare gli spettri della confusione fra àmbito temporale e àmbito spirituale, la cui giusta autonomia va invece riaffermata con forza, contro ogni tentativo totalitario di unificare potere spirituale e potere temporale sotto uno stesso capo, laico o no.

La libertà religiosa non è dunque una libertà fra le altre ma la libertà che condiziona tutte le altre, perché garantisce che «l’attività temporale non perda la giusta autonomia» (come avviene quando si cade sotto il dominio dei totalitarismi atei).

Occorre allora, da un lato, che la Chiesa e i cristiani recuperino l’originario senso missionario: essi non possono infatti — senza tradire un mandato imperativo di Cristo — rinchiudersi nel loro orticello privato e rinunciare alle varie forme di apostolato (anche perché, nel frattempo, gli altri non dormono, e le sètte e le logge massoniche si espandono vigorosamente un po’ dappertutto). E occorre, d’altro lato, respingere la cultura contraccettiva, che è ben altro dalla paternità responsabile, anche se oggi è purtroppo corrente una loro abusiva identificazione; la paternità responsabile è infatti pienamente inserita nei disegni di Dio (tanto che la Chiesa, insegnando che la sessualità è meno istintiva di quanto pensi la morale edonista, non può concepire la paternità che come responsabile), mentre la cultura contraccettiva è cultura di morte, tragico esito di quella «cultura della paura» cui si accennava sopra, e in genere di una mentalità egoista che non vuole agire e pensa di salvarsi chiudendosi in sé stessa respingendo gli altri. Una medesima logica, afferma Schoovans, genera «e la passione di consumare e la passione di dominare e la passione di selezionare e finalmente quella di distruggere».

Un’ultima osservazione, per concludere: e ci limitiamo ad accennarla, ben consapevoli delle vaste conseguenze teoriche e pratiche che ne possono derivare. Solo accettando le considerazioni precedenti, che esigono evidentemente impegno, lavoro, solidarietà, il rispetto per gli altri, acquista un significato pienamente positivo la parola «democrazia». Essa non può limitarsi a una meccanica applicazione della regola della maggioranza, ma si fonda «su una retta concezione della persona umana» (Centesimus annus, n. 46), e perciò sul riconoscimento della pari dignità di tutti gli uomini, e prima ancora sulla riaffermazione del diritto fondamentale alla vita; mentre «una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (ivi)

Paolo De Marchi

© Edizioni Ares
http://www.ares.mi.it/

 


 
   

Links Correlati

· Inoltre Totalitarismo
· News by Leggendanera


Articolo più letto relativo a Totalitarismo:
Politica gnostica

 

   

Valutazione Articolo

Punteggio Medio: 5
Voti: 4


Dai un voto a questo articolo:

Eccellente
Ottimo
Buono
Sufficiente
Insufficiente

 

   

Opzioni


 Pagina Stampabile Pagina Stampabile

 

 

 
Totus Tuus Banner Exchange
Totus Tuus Banner Exchange


Iscriviti alla mailing list degli aggiornamenti del sito spedendo una mail
senza oggetto a questo indirizzo: leggendanera-subscribe@yahoogroups.com



Vai a Totus tuus



Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n.62, si dichiara che questo sito non rientra nella categoria
di "informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari.
Il materiale riportato nel sito www.kattoliko.it/leggendanera č pubblicato senza fini di lucro e a scopo di fini di studio,
commento, didattici e di ricerca. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno celermente rimosse.








banner 140x126

Engine WL-Nuke - Powered by WebElite