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Il grido silenzioso



 

Se il delitto diventa diritto
 di Mario Palmaro

L’aborto legale è una malattia mortale dell’ordinamento giuridico. Produce i peggiori frutti avvelenati: uccide l’innocente e confonde le coscienze. Ecco come resistere.



[Da «il Timone» n. 73, Maggio 2008]

L’aborto, cosi come il furto e l’omicidio, é uno del reati più antichi della storia dell’uomo. Le leggi hanno in ogni tempo tentato di contrastarlo, ben sapendo che — come accade sempre nell’ambito del diritto penale — nessuna legge riuscirà mai a eliminare completamente la devianza e l’illegalità.
Negli ultimi quarant’anni abbiamo però assistito ad una trasformazione senza precedenti: nella quasi totalità dei Paesi occidentali si è animato un dibattito che è culminato quasi ovunque con la legalizzazione dell’aborto procurato. Un tempo, l’aborto per legge era una “esclusiva” dei regimi totalitari, come l’Unione Sovietica comunista e i territori dell’Est occupati dalla Germania nazista; e delle socialdemocrazie scandinave, protagoniste anche di alcuni clamorosi piani di sterilizzazione forzata.
Ben diversa era la situazione ad esempio negli Stati Uniti, dove gli ordinamenti federali consideravano reato grave la soppressione di un nascituro attraverso l’aborto procurato. Allo stesso modo, tutti i codici penali europei — molti dei quali varati nell’Ottocento da giuristi e da parlamenti di orientamento laico-liberale con venature anticattoliche — trattavano l’aborto procurato come un reato.
Solo in seguito, nella seconda metà del Novecento, nel volgere di pochi decenni ciò che prima era unanimemente considerato come delitto è stato trasformato in diritto.

Strategie e argomenti degli abortisti

La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ha mutato radicalmente posizione sull’aborto procurato: si è passati dalla condanna senza eccezioni alla legalizzazione. Il tutto è avvenuto con l’utilizzo di tecniche di “mitridizzazione”: il cambiamento è stato somministrato a piccole dosi, attraverso un processo di spostamento notturno del picchetto che delimita idealmente l’area delle azioni proibite. Dopo molte notti di piccoli spostamenti, alla fine i confini della morale e del diritto risultano completamente stravolti, senza che l’opinione pubblica si accorga dello sconvolgimento.
Questo cambiamento è stato supportato da una serie di argomentazioni che il fronte abortista ha sapientemente diffuso attraverso i mass media. Argomenti che lungo una scala progressiva si possono riassumere così:

a. i casi limite: l’aborto è sbagliato, ma ci sono situazioni come la violenza carnale o l’incesto in cui deve essere consentito;

b. la salute della donna: quando la gravidanza mette in pericolo la salute della madre, è lecito interromperla;

c. la salute del concepito: in caso di malformazioni o malattie genetiche, e giusto permettere alla donna di decidere se non sia meglio abortire;

d. il concepito non è ancora un essere umano: si nega — mentendo — che la vita inizi dal concepimento;

e. la clandestinità: siccome l’aborto esiste comunque, e mette a repentaglio la salute e la vita delle donne, meglio legalizzarlo;

f. l’autodeterminazione della donna: nessuno deve obbligare la donna a diventare madre, e dunque qualsiasi motivo può giustificare la richiesta di aborto;

g. un problema confessionale: se uno è cattolico può restare contrario all’aborto, ma uno Stato laico non può obbligare nessuno a non praticarlo.

La legalizzazione dell’aborto è legata ad alcune svolte storiche. In particolare, l’Abortion Act del 1967 in Gran Bretagna. E la sentenza Roe Vs Wade, pronunciata dalla Corte suprema degli Stati Uniti nel 1973. Sulla scia di queste decisioni, oggi l’aborto e legate in quasi tutti i Paesi occidentali. Inoltre, le nazioni che ancora la considerano un delitto sanzionato dal codice penale — come accade in Sud America, in Africa, in Medioriente — sono oggetto di una poderosa offensiva abortista tesa a legalizzare l’uccisione dei non nati.

Il caso italiano

La legge 194— una fra le più ipocrite e permissive al mondo in materia di aborto — è stata approvata dal Senato il 18 maggio del 1978. Ma l’aborto volontario ha fatto il suo ingresso nell’ordinamento giuridico italiano qualche anno prima, il 18 febbraio del 1975. In quella data, a Corte Costituzionale aveva scritto una celebre sentenza, la numero 27, nella quale si afferma che il diritto della donna non solo alla vita, ma alla propria salute fisica e psichica, è da ritenersi più importante del diritto alla vita del concepito.

Si consuma qui, per mano dei giudici costituzionali, la svolta epocale che rompe drasticamente la tradizione giuridica precedente. I codici penali degli Stati preunitari, il codice Zanardelli — di ispirazione liberate — e il successivo codice Rocco — varato durante il fascismo — consideravano reato l’aborto. Fino al 1975 l’ordinamento italiano aveva conservato sul problema dell’aborto una posizione integerrima. Che si può riassumere in questi termini:

a. l’atto abortivo è sempre vietato, senza alcun tipo di eccezione;

b. a questo divieto è collegata una sanzione di tipo penale, che colpisce con maggiore severità chi compie tecnicamente l’atto abortivo (la praticona e soprattutto il medico) e con minore durezza la donna;

c. nel caso in cui sorga un conflitto drammatico tra la vita (e non la salute) della madre e la vita del nascituro, il legislatore consente il ricorso al principio generale dello “stato di necessità” (articolo 54 del Codice Penale): non è punibile una persona che commette il fatto al solo scopo di salvarsi dal pericolo attuale di un danno grave, attuale, non causato da sé, non evitabile altrimenti, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. In pratica, anche in questo caso tragico l’aborto restava illecito, ma era non punibile, lasciando alla coscienza della donna il compito di discernere quale condotta fosse moralmente obbligante.
La sentenza della Carte Costituzionale distruggeva questo equilibrio fondato sulla legge naturale — in base alla quale l’uccisione intenzionale e diretta dell’innocente non è mai lecita — e introduceva l’idea che la salute della donna “valesse di più” della vita del concepito.

Gli effetti della legalizzazione

La legalizzazione dell’aborto comporta una serie di conseguenze estremamente negative, non tutte immediatamente riconoscibili. Varrà la pena di esaminare le più importanti.

a. Eliminazione massiva di esseri umani innocenti: in Italia, trenta anni di legge 194 hanno comportato I’uccisione legale di 4 milioni e 800.000 nascituri.
L’aborto clandestino non è scomparso e II numero di aborti per ogni mille nati vivi è costante e supera quota 250.

b. Effetto diseducativo: una norma che rende lecito l’aborto “semina” nella società l’idea che abortire sia, inizialmente, un fatto da tollerare; poi un diritto da rivendicare; in seguito un bene da garantire; alla fine, un gesto perfettamente indifferente. Il delitto diventa un diritto. Scrive Corrado Alvaro: “Non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio; né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù”.

c. Assuefazione: l’opinione pubblica — anche quella che era originariamente contraria — si abitua all’idea che l’aborto sia legale, e tende ad accettare il fatto come ineluttabile.

d. Legittimazione morale dell’aborto: molti pensano che, se la legge consente l’aborto, significa che non c’è nulla di male nel praticarlo; ciò vale soprattutto per le nuove generazioni, che nascono quando la legge già esiste.

e. Legittimazione giuridica dell’aborto: anche fra coloro che continuano a pensare che l’aborto sia un male morale, si diffonde l’idea che però non spetti allo Stato il compito di vietarlo o, peggio, di punirlo. Si instaura una specie di “partita doppia” della coscienza, che disapprova un comportamento nel “foro interiore”, ma che afferma la necessità (o addirittura la bontà) di leggi come la 194.

f. Rimozione della storia: in questo clima, si tende addirittura a cancellare il ricordo del passato, dimenticando che ci fu un tempo in cui l’aborto era vietato dalle leggi. L’ignoranza invade il dibattito, le leggende rimpiazzano la storia: «il codice Rocco non tutelava la vita umana ma la stirpe italica»; «la legge 194 non è eugenetica»; «l’aborto è legale ma non è un diritto».

g. Autodeterminazione della donna e “uccisione” del padre: anche fra coloro che erano contrari alla legalizzazione, si diffonde l’idea che l’aborto sia “una questione della donna”, e che sia impossibile prescindere dall’esercizio della sua volontà di potenza. Dimenticando così che, se l’aborto è una “scelta della donna”, allora non può che essere legalizzato, e senza sostanziali limitazioni. La figura del padre riceve qui un ulteriore colpo mortale.

Come riconoscere il pensiero abortista

Dopo molti anni di applicazione, perfino coloro che Si erano battuti contro le leggi abortiste rischiano di smarrire l’ortodossia. Regna sovrana la confusione tra ciò che è possibile ottenere politicamente e ciò che e giusto pensare e dire sull’argomento “aborto legale”. Nel maggio del 1981 la legge 194 venne confermata da un referendum popolare. In quell’occasione non mancarono intellettuali cattolici che si schierarono in difesa della legge abortista. Fra questi spicca il nome di Mario Gozzini, senatore eletto nelle liste dell’allora
Partito comunista, il cui voto, insieme a quelli di altri senatori come lui — cattolici nel PCI — fu determinante per l’approvazione della 194. Nel 1982 Gozzini rilasciò un’intervista alla rivista Rocca in cui fra l’altro diceva: «È responsabilità anche dei cattolici se la legge 194/78 è stata attuata solo per gli interventi sanitari e non per la parte che riguarda la prevenzione e la dissuasione, così che, contro la lettera e lo spirito della legge stessa, l’aborto è usato come mezzo di controllo delle nascite e le recidive salgono a percentuali inaccettabili. Anche qui si tratta di capire e far capire quanto sarebbe più fecondo, per la Chiesa e per la società, deporre risentimenti, illusioni di rivincita, separatezze, e convertirsi culturalmente e moralmente all’idea che le procedure previste, se correttamente applicate (ora non lo sono) possono ridurre il fenomeno più e meglio della minaccia impotente di una sanzione penale. Vale più l’affermazione di un principio giuridico o l’assidua, disinteressata, disideologizzata, umile presenza nelle strutture pubbliche?».
Un vero manifesto dell’“abortismo gentile”, che faremo bene a tenere a portata di mano per evitare di scivolare, anche in buona fede, dentro questa trappola mortale.

DA NON PERDERE
MARIO PALMARO, Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta, Sugarco, Milano 2008, pp. 256, €1800


L’aborto è l’uccisione di un essere umano innocente.
Questa verità può esser detta in molti modi e con molte intenzioni diverse: per il gusto un po’ feroce di ferire e umiliare la donna che ha abortito; o per il desiderio sincero e amorevole di salvare un innocente da una fine terribile, e una madre da un rimorso oscuro quanto palpabile. Ma poi, alla fine, contano i fatti. E il fatto rimane sempre quello: con l’aborto si uccide. Questo vuole essere un libro onesto, al punto di trarre con rigore tutte le conseguenze logiche che la ragione ci impone: se l’aborto uccide, e uccide un innocente, non può essere giusto che la legge — in Italia la 194 del 1978 — consenta alla donna di praticarlo. Nessuna persona sana di mente potrebbe affermare contemporaneamente che deportare il popolo ebreo in un campo di concentramento è un’orribile violenza; e che però, d’altra parte, le leggi che lo consentirono sono buone. Lo scandalo non è che una donna possa essere tentata di abortire. Perché ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, un uomo è tentato di uccidere, rubare, tradire, violentare, sfruttare, mentire, uccidersi. Lo scandalo è che una società e uno Stato possano dire a quella donna: «Ecco, accomodati, ti ho preparato un luogo pulito e sicuro dove tu possa farlo gratuitamente».

Bibliografia

Giuseppe Garrone, Oltre la morte... la vita. La via di resurrezione dall’aborto, Gribaudi, 2006.
Mario Palmaro, Aborto & 194, Fenomenologia di una legge ingiusta, Sugarco, 2008.
Mario Palmaro, Ma questo è un uomo, San Paolo, III ed. 1998.
AA.W., 194 trent’anni dopo. Situazioni e prospettive, Gribaudi, 2008.
Renzo Puccetti, L’uomo indesiderato. Dalla pillola di Pincus alla RU 486, Società Editrice Fiorentina, 2008.
Carlo Bellieni, Godersi la gravidanza... come una volta, Ancora, 2007.
Francesco Agnoli, Storia dell’aborto, Fede & Cultura, 2008.
Associazione Difendere la Vita con Maria, Veramente un figlio! La vita: un bene inviolabile, Cantagalli, 2005.
Giorgio Maria Carbone, L’embrione umano: qualcosa o qualcuno?, Edizioni Studio Domenicano, 2005.
AA.VV., Aborto, il genocidio del XX secolo, Effedieffe, 2000.

© il Timone
www.iltimone.org

 

 


 
   

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