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Il grido silenzioso



 

Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII?
 di Robert A. Graham S.I.

Hitler progettava invadere il Vaticano e deportare il Papa: ipotesi fantasiosa o concreta possibilità? Il saggio di padre Graham getta ulteriore luce sulla vera natura dei rapporti tra la Santa Sede e il Reich hitleriano, evidenziando una volta di più l’ispirazione anticristiana del Nazionalsocialismo.

[Da «Il Vaticano e il nazismo», Cinque Lune, Roma 1975, pp. 89-110]

Documenti pubblicati o scoperti di recente gettano nuova luce su questo mistero che continua ad affascinare e a deludere gli storici. È sorprendente il numero persone di diversa fede religiosa e politica, che parteciparono ai drammatici eventi di Roma durante la guerra e che affermano come in quell’epoca si parlasse molto di una possibilità del genere, con le sue incalcolabili conseguenze storiche.

Ridda di voci

Più volte, in memoriali e in testimonianze giurate di contemporanei, si parla seriamente dell’«eventualità» che venisse emanato un Fuehrerbefehl con l’ordine di impadronirsi con la forza della persona di Pio XII. Basta menzionare i ricordi e le testimonianze di diplomatici quali Weizsaecker, Hassel, Kessel, Moellhausen e Rahn; di soldati come, per esempio, Rintelen e von Plehwe, oppure di ufficiali delle SS come Eugenio Dollmann, Walter Schellenbeng e Karl Wolff. Pensino da Goebbels e Bormann abbiamo la prova che del progetto si erano interessati, in un modo o nell’altro, i circoli più vicini a Hitler. Nella corrispondenza diplomatica dell’epoca è dimostrato che le voci erano troppo insistenti per poterle ignorare o non prenderle in considerazione. Invano i diplomatici cercarono di ottenere l’assicurazione che un progetto del genere non era contemplato dalle alte gerarchie naziste; la continua incertezza non servì ad altro che ad aumentare la loro preoccupazione. È caratteristica la nota di Ulrich von Hassell del 5 dicembre 1943: «La nostra gente ne è anche capace» (1).

Il rapimento di un papa ha una carica drammatica che colpisce l’immaginazione. Lo schiaffo dato a Bonifacio VIII dall’emissario del re di Francia all’inizio del XIV secolo ha avuto una risonanza che dal medioevo è giunta ai giorni nostri. Fu Napoleone a portare il papa via da Roma con la forza, e le conseguenze furono tali per l’autore del gesto che in Francia nacque il detto: Qui mange du pape en meurt. Nel 1798 le truppe francesi costrinsero Pio VI a lasciare Roma ed egli morì nelle loro mani. Nel 1807, il generale Radet, comandante della gendarmeria imperiale, per ordine dell’imperatore, entrò con la forza nel palazzo del Quirinale e senza troppe cerimonie accompagnò Pio VII alla carrozza che lo attendeva per trasportarlo a Fontainebleau, vicino a Parigi. Napoleone non si curò della scomunica papale: «Crede egli che le sue scomuniche faranno cadere le armi dalle mani de’ miei soldati?».

Il prosegretario di Stato cardinale Bartolomeo Pacca, anch’egli deportato da Napoleone, ricorda non solo questo atto di sfida, ma anche i rapporti degli ufficiali della “Grande Armée” che nel 1812 tornavano dalla Russia. I soldati che si ritiravano non riuscivano a tenere il fucile per il freddo terribile e spesso si vedevano le armi cadere dalle mani (2).

Non deve far meraviglia, dunque, se, nella tensione degli ultimi anni di guerra, a molti e particolarmente in Vaticano, tornava alla mente ciò che era accaduto a Napoleone. Il comportamento di Hitler in situazioni analoghe dimostra chiaramente come funzionava la mente del capo dei nazisti, la cui prassi era di tenere sotto il suo controllo le massime autorità di tutti i paesi da lui occupati; così aveva o avrebbe preso in custodia il re Leopoldo del Belgio, l’ammiraglio Horthy di Ungheria, il maresciallo Pétain di Francia e anche gli uomini politici della terza repubblica, come Léon Blum e Paul Daladier, mentre aveva intenzione di sequestrare re Vittorio Emanuele con il principe ereditario, oltre ad aver liberato Mussolini al Gran Sasso. Perché il Vaticano avrebbe dovuto aspettarsi un trattamento diverso per il papa nel momento in cui le forze naziste avrebbero abbandonato la Città Eterna?

Dalle precauzioni prese nella Città del Vaticano verso la metà del 1943 si deduce che veniva presa in seria considerazione un’invasione tedesca del minuscolo Stato. Ci fu un momento in cui ad alcuni degli addetti alla Segretaria di Stato venne impartito l’ordine di preparare le valigie e di tenersi pronti da un momento all’altro per accompagnare il Pontefice. Tra di loro c’era l’attuale cardinale Egidio Vagnozzi, che riferì l’episodio in un’intervista al New York Herald Tribune del 21 marzo 1964, confermandolo poi all’autore di questo articolo. Ci si preoccupava anche della sorte degli archivi vaticani. Pio XII aveva fatto nascondere le sue carte personali in doppi pavimenti vicino ai suoi appartamenti privati. Altri documenti della Segreteria di Stato vennero sparsi in angoli nascosti degli archivi storici. Nell’agosto e settembre 1943, i diplomatici delle potenze alleate che vivevano in Vaticano cominciarono a bruciare i loro documenti ufficiali, sia di loro spontanea volontà sia per consiglio del cardinal Maglione. Fin dal 1941 alcuni importanti documenti, che si riferivano ai rapporti fra il Vaticano e il Terzo Reich con particolare riguardo alle questioni polacche, erano stati microfilmati e inviati al delegato apostolico a Washington, mons. Amleto G. Cicognani. Ovviamente si temeva il peggio (3).

Prime preoccupazioni in Vaticano

La preoccupazione del Vaticano per la salvezza del Papa è suffragata da prove documentate più esplicite dei provvedimenti di cui sopra e che dimostrano come, in effetti, timori per le intenzioni dei nazisti non erano sorti solo verso la metà del 1943, ma risalivano già alla primavera del 1941. Un promemoria di mons. Domenico Tardini, segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, datata 6 maggio 1941, riporta ciò che era stato riferito al Santo Padre il 25 aprile. Pochi giorni prima, i due ministri degli Esteri Joachim von Ribbentrop e Ciano, si erano incontrati a Vienna. La Germania, si diceva al papa, aveva chiesto all’Italia di fare in modo che egli lasciasse Roma «perché nella nuova Europa non dovrebbe esservi posto per il papato». Si diceva inoltre che l’Italia avesse presentato una controproposta che consisteva solamente in un programma per l’isolamento e il controllo del papa all’interno del Vaticano.

Queste informazioni provenivano da fanti considerate talmente bene informate che si ritenne giustificata una verifica. Il cardinale Maglione ne parla all’ambasciatore italiano Bernardo Attolico che le smentì recisamente. Inoltre il papa mandò un inviato personale per chiedere spiegazioni a Mussolini. Il duce, secondo quanto riferì i’inviato personale (padre Giacomo Salza, redentorista, cappellano militare e ben noto a Mussolini), negò con veemenza che la storia fosse vera. Allo stesso tempo, tuttavia, e come se si volesse dimostrare la serietà con cui il Vaticano reagiva, vennero compiute delle indagini da padre Tacchi Venturi presso il capo della polizia politica, Carmine Senise, sulle «meditate violenze» che verrebbero perpetrate «contro il Vaticano e la stessa augusta persona del Sommo Pontefice». Anche Senise smentì le informazioni date (4).

Ciò che avvenne nei giorni seguenti dimostra che un campanello d’allarme aveva sonato. L’8 maggio vennero convocati i cardinali della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari. Oltre alle discussioni di normale amministrazione, il Cardinale Maglione disse che si stavano preparando misure per conferire poteri speciali ai rappresentanti pontifici all’estero, nel caso che la Santa Sede — per usare gli stessi pacati termini di Maglione riferiti da Tardini — «non fosse in grado di comunicare con i suoi rappresentanti all’estero». Nella primavera del 1941, l’Asse vittorioso aveva esteso il suo potere su quasi tutto il continente europeo. Ecco le parole di Maglione riferite da Tardini:

«Tale studio è divenuto anche di maggiore... utilità in questi ultimi giorni quando son giunte alla Segreteria di Stato e allo stesso Santo Padre voci allarmistiche, secondo le quali la Germania avrebbe preteso dall’Italia che il papa venisse o allontanato da Roma e dall’Europa ovvero venisse isolato nella Città del Vaticano» (5).

Più tardi, il 15 settembre, cioè tre mesi dopo l’inizio della guerra russo-tedesca, Tardini scrisse una lettera molto significativa al delegato apostolico a Washington, mons. Cicognani. In quell’epoca nei circoli cattolici degli Stati Uniti, ed anche pubblicamente fra i vescovi, si discuteva molto sull’opportunità o meno di un intervento degli Stati Uniti e in particolare sul piano di Roosevelt per l’assistenza all’Unione Sovietica. Il delegato aveva chiesto ai suoi superiori quali fossero i veri rapporti fra la Santa Sede e il Reich. Tardini rispose in modo semplice ma eloquente, riferendo aneddoti significativi recentemente avvenuti a Roma.
Alcuni mesi prima, scrisse Tardini a Cicognani, un funzionario tedesco assistendo alle funzioni della Settimana Santa nella Cappella Sistina aveva detto:

«Le cerimonie sono state molto interessanti. Ma ë l’ultima volta. L’anno venturo non si celebreranno più». Riferendo questo episodio, Tardini non intendeva riportare un pettegolezzo, ma rispondeva formalmente, anche se indirettamente, alla domanda del delegato» (6).

In questo modo, molto prima della crisi del 1943, la lunga mano dei nazionalsocialisti si era fatta sentire in Vaticano.
Ma continuiamo con la documentazione in ordine cronologico,

Gli allarmi continuano: 1942

Il 27 gennaio 1942, il cardinal Maglione si lamentò di nuovo per alcune osservazioni che, secondo quanto gli era stato riferito, erano state fatte da diplomatici tedeschi a Roma. Questa volta le predizioni più nere venivano attribuite al principe Otto von Bismarck. Bismarck era ministro plenipotenziario all’ambasciata del Reich in Italia e veniva subito dopo l’ambasciatore von Mackensen. Qualcuno disse al papa che il principe Bismarck avrebbe dichiarato in pubblico: «Oh, il Vaticano, quello è un museo che fra qualche anno noi faremo visitare con un biglietto d’ingresso da dieci lire». Le stesse parole o quasi vennero attribuite anche al segretario dell’ambasciatore von Bergen, Kurt von Tannstein. Quando Maglione chiese spiegazioni su queste presunte dichiarazioni, l’ambasciatore von Bergen rispose che i due personaggi negavano di aver mai detto nulla di simile. Ma ciò non servì a convincere né a tranquillizzare (7).

Man mano che passavano i mesi, l’Italia era sempre più succube della Germania. Ciò si vedeva chiaramente dal numero crescente di funzionari tedeschi a Roma. Verso la fine dell’anno il nervosismo era aumentato. Il 12 dicembre, l’ambasciatore von Bergen non poteva più evitare di far presente a Berlino questa nuova ondata di voci allarmistiche. Egli si riferì ad un dispaccio del 4 giugno inviato a Berlino dall’addetto aeronautico di Roma, che accusava il Vaticano di «essere un nido di spie e un centro di propaganda antinazista». Ciò venne considerato come una preparazione per giustificare misure drastiche contro il Vaticano. Bergen riassumeva così le voci più recenti: «La Germania concentra qui delle truppe, per occupare a tempo opportuno la città del Vaticano» (8).

Alcuni giorni dopo, in data 19 dicembre, con o senza alcun riferimento al rapporto inviato da von Bergen a Berlino, il cardinale Segretario di Stato mandò un dispaccio dello stesso tenore a mons. Gaetano Cicognani, fratello del delegato a Washington e nunzio apostolico a Madrid. Maglione dava istruzioni al nunzio, affinché facesse presente alle autorità politiche e religiose in Spagna il pericolo da cui il Vaticano si sentiva minacciato da parte tedesca, e lo informava che alti funzionari tedeschi si erano espressi ostilmente nei riguardi della Santa Sede, qualificandola come istituzione per la quale non può esservi posto in un nuovo ordine europeo. Sono gli stessi temi del maggio 1941, ma ora i particolari sono più precisi: si sente parlare, per esempio, di invasione e di bombardamento del Vaticano da parte dei tedeschi; di manomissione degli archivi, di espulsione dei diplomatici dei paesi nemici dell’Asse, ecc. Evidentemente Maglione stimava opportuno far sapere alle autorità spagnole la vera natura dei rapporti tra il Vaticano e i nazisti, e terminava il suo dispaccio dicendo al nunzio di distruggere il messaggio.

Questo si spiega, perché era recentissimo lo sbarco alleato in Nord Africa e si sentiva dire che Hitler aveva intenzione di attraversare la Spagna. Inutile dire che avrebbe pensato ad impadronirsi man mano dei documenti diplomatici. Un’organizzazione delle SS, conosciuta come «Künsberg-Kommando» e composta di esperti archivisti, aveva già compiuto missioni del genere e fra non molto avrebbe fatto lo stesso negli archivi del ministero degli Esteri in Italia.

Il pericolo cresce: primavera-estate 1943

Nell’aprile 1943 avvennero importanti cambiamenti nel personale della missione tedesca presso il Vaticano. L’ambasciatore Diego von Bergen, debole e malato, venne sostituito da Ernst von Weizsaecker. Suo ministro plenipotenziario e numero due divenne il dr. Ludwig Wemmer, un funzionario della Cancelleria del partito, a capo della quale era il fanatico anti-cattolico Martin Bormann. Wemmer non aveva alcuna esperienza diplomatica, ma era il consigliere di Bormann per gli affari religiosi. L’arrivo di un agente di questi diede maggior credito alle voci che correvano, e non solo in Vaticano.

Il dott. Eugen Dollmann, rappresentante. personale di Himmler a Roma, scriveva al suo capo, il Reichsführer, il 10 maggio:

«Con particolare attesa si guarda qui a Roma e in Vaticano non tanto all’arrivo del signor Weizsaecker quanto a quello del suo compagno della Cancelleria del Partito. Le voci allarmanti recentemente sparse ad arte da alcuni interessati circa un’offensiva antivaticana del Reichsleiter Bormann sono state da me smentite nella forma già altre volte comunicata, usando di nuovo i ben conosciuti argomenti» (9).

Due mesi dopo cadeva Mussolini. L’ira di Hitler per il «tradimento» fu enorme. Sospettò subito che il papa avesse contribuito al colpo. Anzi è in questa circostanza che è dato incontrare l’unica indicazione documentata del suo modo di vedere circa il papa e il Vaticano. Durante alcune discussioni con i suoi collaboratori, fra cui Keitel, Jodl e altri, sulle misure da prendere per assumere il controllo dell’Italia (Operazione Alarico), il 26 luglio troviamo questi significativi sfoghi sulla neutralità in Vaticano:

«Il Führer: È perfettamente uguale, io entro subito in Vaticano. Credete che il Vaticano mi dia fastidio? Quello è subito preso. Là dentro c’è prima di tutto l’intero corpo diplomatico. Non me ne importa nulla. La canaglia è là, e noi tiriamo fuori tutta la p... canaglia. Che cos’è? Poi, a cose fatte, ci scuseremo; per noi fa lo stesso. Laggiù noi siamo in guerra... ».
All’accenno di uno dei presenti (Hewel) sulla possibilità di scoprire dei documenti, Hitler rispose con entusiasmo: «Certo, noi vi buscheremo dei documenti, vi troveremo qualcosa del tradimento» (10).

Per quanto siano drammatiche. queste parole non contengono un’esplicita minaccia di costringere il papa a lasciare il Vaticano. Ma una volta violata la neutralità della Città del Vaticano, Hitler si sarebbe forse limitato a confiscare dei documenti e ad arrestare i diplomatici nemici? Un’annotazione di Goebbels del giorno seguente, 27 luglio, dice che il Führer intendeva prendere i Vaticano ma che ne era stato dissuaso da Ribbentrop e dallo stesso Goebbels (11).

In quanto ai diplomatici e ai militari tedeschi, nonché al Vaticano, non il calmava il fatto che si facesse distinzione fra violazione della neutralità del Vaticano e mettere le mani sul Pontefice. In effetti non vennero fatte distinzioni. In quei giorni intervenne l’ammiraglio Canaris, capo dell’Abwehr, o Servizio Segreto militare. Prima dell’armistizio di Badoglio, ai primi di agosto, Canaris si era incontrato a Venezia con i collega italiano generale Amé, capo del SIM. L’ammiraglio era accompagnato dai suoi fedeli aiutanti: i generali Erwin Lahousen e Wessel barone Freytag-Loringhoven. Disgustato per i piani di cui aveva avuto sentore, Canaris informò Amé che Berlino aveva intenzione di allontanare il re, il principe ereditario e persino il papa. Il suo biografo ne descrive l’atteggiamento in questi termini:

«Egli era non solo profondamente indignato, ma prevedeva chiaramente che l’estensione dei metodi da gangster, ormai divenuti una consuetudine dei nazisti in altri settori, giunta adesso ad una testa coronata e addirittura al papa, avrebbe distrutto definitivamente l’ultimo resto di prestigio goduto ancora dal popolo tedesco nel mondo ed avrebbe reso indicibilmente più duro il destino che aspettava la Germania alla fine della guerra» (12).

Queste informazioni pervennero immediatamente in Vaticano, attraverso canali rimasti ignoti. Von Rintelen afferma nel suo libro di essere stato lui a dirlo allora all’ambasciatore presso il Vaticano Weizsaecker, mettendolo in grado di venire a conoscenza delle rivelazioni di Venezia. Citando il precedente testo di Abshagen, Rintelen dice di avere anche avuto notizia dei piani di Berlino di portar via il papa:

«L’intenzione di Hitler, di allontanare da Roma il papa, venne allora anche alle mie orecchie. Ne diedi notizia immediatamente all’ambasciatore presso il Vaticano, barone von Weizsaecker, che fu assai colpito da questa comunicazione. Di fatto però nulla fu intrapreso contro la Santa Sede» (13).

I cardinali residenti a Roma vennero immediatamente convocati per il 4 agosto. Il Segretario di Stato parlò chiaramente della situazione, ricordando le antiche minacce naziste: «Dal governo italiano si temeva un colpo tedesco su Roma. In questo caso si prevedeva anche un’invasione del Vaticano». Ciò non poteva davvero escludersi, date anche le minacce che da parte tedesca si andavano facendo da qualche anno contro il Vaticano. Maglione aggiunse poi che il governo italiano (ossia il regime di Badoglio) prevedeva che in caso di un’azione contro il Vaticano il papa sarebbe stato trasportato a Monaco.

L’occupazione nazista di Roma

L’8 settembre Roma cadde nelle mani del Reich. Dapprima i nuovi occupanti mantennero un comportamento ostentatamente corretto nei riguardi del Vaticano. Presto, però, ricominciarono le preoccupazioni sulla sorte riservata al papa, e in un’udienza privata concessa all’ambasciatore Weizsaecker il 9 ottobre, Pio XII sollevò la questione. La versione, che l’ambasciatore pubblicò in seguito nelle sue Memorie, contiene le linee essenziali dell’udienza, ma esiste un’altra versione precedente dello stesso Weizsaecker che è ancora più rivelatrice. Si tratta di un suo promemoria inedito, scritto anch’esso dopo la guerra, quando, naturalmente, egli non era più un funzionario del Reich. Il promemoria, di due pagine. scritto, come dice l’autore, basandosi sulla sua memoria, è datato «Città del Vaticano, 15 aprile 1946». Weizsaecker parla dell’intenzione di rapire il papa e dell’udienza del 9 ottobre:

«Credo che, secondo una prima versione, il governo del Reich voleva espellere la Curia papale da Roma e trasferirla nel Liechtenstein. Da principio non presi sul serio la cosa. Nella prima metà di ottobre ebbi un’udienza di Sua Santità, nella quale il papa accennò alle voci che i tedeschi nel caso di una ritirata da Roma volevano evacuarlo con loro. Sua Santità aveva saputo ciò da italiani seri, i quali a loro volta si riferivano a tedeschi di alti gradi. Il papa aggiunse con un sorriso: “Io resto qui”. Io gli domandai se potevo fare uso di tali accenni, perché me ne ripromettevo vantaggi. Sua Santità non lo desiderò. Io corrisposi a tale desiderio».

Weizsaecker dice di essersi accinto a cercare una conferma sulla veridicità di quanto aveva fatto oggetto l’implicita protesta rivoltagli dal papa. Non risulta da questa versione che il papa avesse chiesto espressamente all’ambasciatore di verificare le voci, per quanto ciò sia possibile. Si tratta piuttosto di un episodio caratteristico di quella strana situazione che si stava creando a Roma sotto l’occupazione tedesca: la vittima designata di un rapimento chiede al rappresentante dell’eventuale rapitore se può scoprire ciò che le riserba il futuro.

I dispacci ufficiali di Weizsaecker a questo punto sono un esempio del metodo da lui usato per comunicare un suo pensiero senza dire tutta la verità. Il 12 ottobre l’ambasciatore entrò in materia con il solito sistema di citare una terza fonte. Radio Londra del 10 ottobre, scrisse Weizsaeckor (come se Berlino non avesse il modo di saperlo per mezzo del «Sonderdienst Seehaus»,, il servizio di ascolto del ministero degli Esteri), aveva trasmesso una dichiarazione della radio della repubblica di Salò del 7 ottobre in cui si diceva che «si stavano preparando in Germania degli alloggiamenti per il papa». Il progetto di allontanare il papa era messo in relazione da Radio Londra con la sua udienza. Weizsaecker suggeriva di emettere una smentita benché egli stesso, diceva, smentisse recisamente le voci ad ogni occasione. Naturalmente egli non disse a Berlino che era stato il papa stesso a chiedere informazioni. Weizsaecker così telegrafava:

«A Roma simili voci corrono già da parecchio tempo. Non sono rimaste inosservate anche in Vaticano e non sono rimaste del tutto senza qualche effetto. Quando mi si accenna al sospetto che noi vogliamo deportare il papa, io smentisco categoricamente. Se i sospetti non cessassero, una rettifica ufficiale vi starebbe forse bene».

Due giorni dopo, il 14 ottobre, dal ministero degli Esteri il funzionario Hilger rispose che «non si prevedeva alcuna smentita delle voci». Ciò poteva significare naturalmente sia che il rapporto non era degno di una smentita, sia che il ministero degli Esteri non era in grado di dire se fosse vero o falso (14).

Nelle sue Memorie, Weizsaecker riferisce di aver mandato un secondo telegramma al ministero degli Esteri mettendo in ridicolo l’idea di far partire il papa e ricordando un aneddoto su Pio VII — nello. stile del cardinal Pacca —, secondo il quale, se Napoleone avesse arrestato il pontefice si sarebbe trovato nelle mani «non il papa ma il povero monaco Chiaramonti». Questo secondo dispaccio non si trova oggi negli archivi tedeschi perché gli incartamenti relativi al Vaticano, conservati al ministero degli Esteri, giungono solo fino all’ottobre 1943 e il resto probabilmente andò perduto nei primi mesi del 1945, quando l’archivio fu evacuato da Berlino.

Wizsaecker e Canaris

Sempre nelle Memorie, Weizsaecker scrisse che fino all’ultimo giorno della occupazione tedesca di Roma, nel giugno del 1944, egli non fu mai in grado di ricevere né una conferma né una smentita del progetto nazista di allontanare il papa, e che aveva chiesto informazioni a tutti, persino a Kappler, capo delle SS di Roma e ad un non meglio identificato assistente di Bormann, “nemico n. 1 della Chiesa”, verso i quali si dirigevano evidentemente i sospetti, e di essersi rivolto anche all’ammiraglio Canaris.
Invece nel citato promemoria del 15 aprile 1946, Weizsaecker dà ulteriori notizie dei suoi sondaggi presso Canaris: di tono alquanto diverso, affermando di essere stato avvisato da Canaris e da un diplomatico suo collega, già membro dell’ambasciata presso il Vaticano, verso il Capodanno del 1944, che in Germania in alcuni circoli non militari si parlava di una deportazione del papa. E conclude di non poter affermare con precisione se fosse esistito un piano serio e determinato per la deportazione del papa (15).

Dal sin qui detto si può dedurre che non possiamo avere un documento diretto sulle vere intenzioni di Hitler nei confronti di Pio XII. È tuttavia certo che il papa e i suoi collaboratori credevano che nulla di ciò che veniva loro riferito fosse troppo assurdo da non dover meritare attenzione. Essi erano stati messi in guardia sia da tedeschi sia da italiani, i quali — per la loro posizione — potevano essere ben informati.

Intervento delle SS

Eppure non ci sono prove solide e documentate che la minaccia, se mai ci fu, sia arrivata al punto da divenire un piano preciso o almeno, un ordine di avvio a un tale piano. Il dott. Robert Kempner, sostituto accusatore di Weizsaecker al processo di Norimberga, attribuì le accuse a dichiarazioni tendenziose fatte da persone desiderose di farsi valere. Interrogando padre Zeiger, che testimoniava a favore di Weizsaecker, l’accusa si espresse in questo modo:

«Lei sa che questo “piano” era semplicemente un tentativo da parte di pochissimi per potersi vantare di aver avvisato il papa in tempo, e che Hitler non ha mai avuto un piano di questo genere? Al contrario, nei riguardi del papa, Hitler era molto timido non per ragioni di umanità, ma per motivi di propaganda (16).

Difatti, vi sono parecchi punti oscuri, lacune e contraddizioni che devono essere ancora chiariti, se mai sarà possibile. Uno di questi è il misterioso ruolo di uno dei più importanti ufficiali delle SS in Italia nel 19431944; l’Obergruppenführer di Stato Maggiore delle SS e generale delle Waffen SS Karl Friedrich Otto Wolff, già capo della segreteria personale di Heinrich Himmler e poi Hoechster SS- und Polizei-Führer in Italia. Nella sua testimonianza a favore di Weizsaecker al processo di Norimberga, Wolff riferì che nell’autunno del 1943 Weizsaecker gli aveva parlato delle sue preoccupazioni per i piani che erano stati discussi [sic] dalle autorità germaniche per l’evacuazione del papa, prima che i tedeschi lasciassero Roma. Già quella volta, disse Wolff, la stampa aveva parlato di parte di questi piani. Nella sua testimonianza Wolff continuava cosi:

«Poiché Weizsaecker ed io eravamo d’accordo che si dovesse impedire ad ogni costo l’esecuzione di questo piano, gli assicurai il mio appoggio e adoperai il mio influsso presso i competenti uffici tedeschi, affinché non si effettuasse lo sfollamento forzato del papa, secondo i piani originali, in Germania o in un paese neutrale come il Liechtenstein». E aggiunse in seguito che nella primavera del 1944 Weizsaecker lo presentò al suddetto padre Zeiger all’ambasciata: «Padre Zeiger era in ottimi rapporti con la curia e in quell’occasione gli assicurai che uno sfollamento coatto del papa era fuori questione finché io fossi rimasto la massima autorità di polizia e delle SS» (17).

Wolff, che dal marzo 1945 fu il negoziatore con Allen Dulles per a fine della guerra nell’Italia del Nord, a Norimberga non venne interrogato a fondo dall’accusa e quindi non fu sottoposto ad un serio contro-interrogatorio su varie questioni, come l’affare di Hitler e del papa. Ci rimane quindi sempre il dubbio su ciò che intendesse, quando asseriva di aver esercitato il suo influsso sui “competenti uffici tedeschi”. È interessante anche la sua ammissione che non era stato eseguito “lo sfollamento forzato del papa, secondo i piani originali”. Infine, con quale autorità poteva dichiarare che lo sfollamento del papa fosse fuori questione finché egli rimaneva in Italia come capo della polizia nazista, a meno che non avesse partecipato in qualche modo a decisioni su questo argomento?

Una conversazione alla Biblioteca Hertziana

Una recente rivelazione del dott. Ludwig Wemmer, già menzionato quale emissario di Bormann tra il personale di Weizsaecker, e vivente ora in Germania, getta sul problema una luce interessante. Si è osservato che parecchi rapporti sul progettato rapimento citano il “Liechtenstein” o la “Wartburg” come eventuali località per la “ospitalità” da concedere al papa. La tardiva rivelazione di Wemmer fu dovuta a una serie di articoli pubblicati nell’autunno 1963 dal settimanale Oggi Illustrato, nella quale Eugenio Dollman indicava Bormann come autore del progetto. Wemmer uscì dal suo silenzio per scrivere una rettifica al settimanale italiano (18).
Secondo il dott. Wemmer, nell’autunno del 1943, egli aveva invitato un gruppo di ufficiali delle SS a pranzo nella sua residenza alla Biblioteca Hertziana in Via Gregoriana. Alla fine del pranzo, tra un sigaro e un liquore, la conversazione cadde sulla situazione militare e sulla possibilità di un imminente ritiro delle forze tedesche da Roma. A questo punto uno degli ospiti chiese che cosa si sarebbe fatto del papa. Una persona, che Wemmer non nomina, ma che date le circostanze poteva solamente essere lui, rispose che il papa sarebbe stato portato al Nord e installato nel Castello di Lichtenstein, che si trova nel Württemberg, vicino a Reutlingen. Tra gli ospiti, scriveva Wemmer a Oggi, c’era anche l’SS Standartenfuehrer Martin Sandberger, un assistente di Himmier e a lui molto vicino, che allora era aiutante del Befehlshaber des Sipo und des SD nell’Italia settentrionale (Sandberger divenne poi capo sezione del servizio Segreto Politico nazista sotto Schellenberg. Condannato a morte da un tribunale americano a Norimberga per la parte che aveva avuto nell’Est come capo delle squadre di sterminio delle SS, la sentenza fu poi commutata in ergastolo). Sandberger riferì a Himmler quello che aveva sentito al ricevimento di Wemmer. Himmler a sua volta chiese una conferma al capo della polizia nazista a Roma, Herbert Kappler. Wemmer riferisce di aver spiegato a Kappler che si trattava soltanto di una semplice osservazione fatta nell’atmosfera conviviale che segue una buona cena, ma la storia già si propagava come un fulmine, anche se con curiose trasformazioni. Il Castello di Lichtenstein (senza la prima e) divenne il “Principato del Liechtenstein”; Württemberg divenne la “Wartburg” (con riferimento a Martin Lutero) o addirittura divenne, per i non tedeschi, “Würzburg”. Wemmer si meravigliava come questo piccolo incidente fosse venuto a conoscenza della propaganda alleata. Più tardi, aggiunge, venne a sapere che una spia alleata lavorava nel comando tedesco sotto la uniforme delle SS.

L’atteggiamento di Martin Bormann

I documenti e le citazioni già presentati in questo articolo dimostrano che la storia del rapimento del papa non è nata da un bicchierino di Strega nella Biblioteca Hertziana. D’altra parte, il fatto che la storia venisse collegata con il rappresentante di Bormann al Vaticano confermò l’impressione che l’idea era viva nei circoli del partito.

Nelle sue Memorie, Walter Schellenberg, capo del servizio informazioni di Himmler, stabilisce un collegamento particolare tra Bormann e il progetto di rapimento. Egli scrive che Berlino pensava ad una specie di “cattività avignonese” per il papa, e aggiunge che questa era l’intenzione non solo di Bormann, ma anche di Goebbels. Schellenberg afferma di aver dissuaso Himmler, dicendogli che, se il progetto veniva eseguito, la colpa sarebbe ricaduta su Himmler e non sugli altri due, i veri istigatori. Inoltre, ciò avrebbe distrutto qualsiasi speranza di Himmler di poter negoziare una pace con l’Occidente.
Una volta tanto, commenta Schellenberg, Himmler discusse con Hitler senza servilismo, con il risultato che alla fine Hitler respinse il piano.
La parola di Schellenberg è l’unica base per questa versione della responsabilità di Bormann e del ruolo di Himmler nel respingere il progetto di rapimento. Si osservi che Goebbels, alla data del 27 luglio 1943, annotò nel suo diario di essere stato lui a dissuadere Hitler dall’occupare il Vaticano. Se (per una volta) Goebbels dice la verità, allora deve aver cambiato idea, oppure Schellenberg non era bene informato. Il capo del servizio informazioni di Himmler aggiunge però che un suo agente segreto lavorava in Italia alla fine dell’estate e al principio dell’autunno del 1943 e che i rapporti mandati da costui descrivevano la situazione in termini tali che fu facile convincere Berlino a non compiere azioni drastiche contro il papa per la parte che si sospettava avesse avuto nella caduta di Mussolini (19).

Strano a dirsi, l’uomo che più è accusato di aver promosso il rapimento del papa è l’unico che abbia smentito l’esistenza di un piano del genere. Costui era proprio Martin Bormann, che in un Fuerhrungshinweis, o “direttiva”, del 30 novembre 1943, attribuisce queste voci alla propaganda nemica. L’avviso era una circolare inviata a tutti i Gauleiter e aveva per oggetto: “Voci sopra un probabile imminente forzato allontanamento del papa da Roma”. Bormann diceva ai funzionari locali del partito che non c’era nulla di vero; secondo una voce, il papa doveva essere portato nel Liechtenstein; secondo un’altra, in Germania.

«Per far apparire verosimile la notizia, la propaganda inglese ha divulgato che i diplomatici accreditati presso il papa avrebbero deciso di non abbandonarlo qualora la Germania lo costringesse ad allontanarsi da Roma».

L’annunzio di Radio Londra poteva anche essere propagandistico, ma si dava il caso che fosse giusto. L’ambasciatore brasiliano Ildebrando Accioly aveva realmente preso l’iniziativa presso i diplomatici alleati residenti in Vaticano per un loro impegno a seguire il papa in esilio, se mai si fosse arrivati a quel punto. Ma Bormann continuava con una recisa smentita:

«Queste notizie del nemico sono prive di qualsiasi fondamento. Le notizie della propaganda nemica perseguono finalmente lo scopo di sollevare risentimento contro il Reich in campo religioso e di presentare le truppe anglo-americane in Italia quali liberatrici del papa» (20).

La categorica smentita di Bormann non pose fine alle voci; ma che cosa ispirò questo nemico della Chiesa a scrivere ai suoi fedeli gregari che il papa non aveva nulla da temere dal Reich? Forse pensava che queste voci incontrollate avrebbero potuto avere serie conseguenze fra la popolazione cattolica. Questa è forse la chiave vera perché i nazisti, che di solito non si curavano dell’opinione pubblica sia in patria sia all’estero, e per i quali sembrava non ci fosse nulla di sacro, esitavano a toccare il papa anche quando lo avevano a portata di mano.

Durante la notte fra il 4 e 5 giugno 1944, gli ultimi soldati tedeschi lasciarono silenziosamente Roma, e con loro finì l’ultima possibilità di portar via il papa per “proteggerlo”. Sei settimane dopo esplodeva una bomba nel quartier generale di Hitler sul fronte orientale e, durante le indagini che ne seguirono, vennero trovate alcune carte che contenevano cenni di rapporti fra Pio XII e la resistenza tedesca anti-nazista. Ma ormai il papa non poteva più essere raggiunto.

Probabilmente rimarremo sempre all’oscuro sulle vere ragioni per cui i piani attribuiti a Hitler e al suo entourage non ebbero mai il loro fatale compimento. Se Hitler aveva calcolato le eventuali conseguenze militari in Italia, dove le sue truppe erano ancora in una situazione delicata, egli aveva perfettamente ragione. D’altronde, non si sarebbe mai lasciato distogliere dal semplice timore della sola opinione pubblica mondiale. Era forse superstizione e temeva la maledizione che aveva colpito Napoleone? Gli storici devono ad ogni modo notare che qualunque ne fosse la ragione, l’ “Attila motorizzato”, come, secondo Wladimir d’Ormesson, lo aveva definito mons. Tardini, si era fermato di fronte al Pontefice Romano.

Note

(1) Ulrich von Hassell, Vom andern Deutschland 1938-1944, Zürich e Freiburg i. Br. 1946, 332: «Otto (nome convenzionale per Erwin Planck, ultimo segretario di Stato al ministero degli Esteri prima di Hitler, più tardi fucilato) è sempre del massimo pessimismo, ma nel complesso ha avuto ragione. Egli ritiene che è stato deciso che nel caso della presa di Roma il papa sarà portato via “per sua sicurezza”. La nostra gente ne è anche capace. Perciò, istintivamente, ognuno crede che le bombe cadute recentemente [il 6 novembre 1946] sul Vaticano sono state gettate da noi» (Nota di Hassell sul suo diario, al 3 dicembre 1943). Vedere pure:
I) Diplomatici e militari: Ernst von Wizsaecker, Erinnerungen, Monaco 1950, 362-363; Ettel Friedrich Moellhausen, La carta perdente. Memorie diplomatiche, 25 luglio 1943 - 2 maggio 1945, Roma 1948, 155-158; Rudolf Rahn, Ruheloses Leben. Aufzeichnungen und Erinnerungen, Düsseldorf 1949, 233; Enno von Rintelen, Mussolini als Bundesgenosse. Erinnerungen des deutschen Militär-attaché in Rom. 1936-1943, Tubinga e Stoccarda 1949, 233; Friedrich-Karl von Plehwe, Schicksalsstunden in Rom. Ende eines Bundnisses, Propyläen, Berlino 1967, 157; K.H. Abshagen, Canaris. Patriot und Weltbürger, Stoccarda 1949, 337-340.
II) Ufficiali nazisti: Walther Schellenber, Memoiren, Colonia 1956, 308; Eugenio Dollmann, Roma nazista, Milano 1949, 275; The Goebbels Diaries, edited by Louis P. Lochner, New York 1948, 409.
III) Testimonianze, deposizioni processuali: Albrecht von Kessel, U.S. Military Tribunal, Nuremberg, Cass XI, USA vs. Weizsaecker et al. Transcript, p. 9503; Enno von Rintelen, ib. affidavit n. 195; Ivo Zeiger S.I., testimony, ib. (July 9, 1948), transcript p. 11665-66; Robert M.W. Kempner, ib., cross-questioning of Zeiger, transcript p. 11682-83; Karl Wolff, ib., Defense Documents. Briefs. I-E. Doc. 68.
(2) Memorie storiche, Orvieto 1843, II, 170-172.
(3) Questa storia è già abbastanza drammatica senza che ci sia bisogno di aggiunte colorite. I vividi particolari pubblicati da Nazzareno Padellaro in Pio XII (Roma 1949) su un concistoro d’addio tenuto nella Cappella Sistina, il 9 febbraio 1944 (p. 756) in seguito ad un presunto ultimatum di Weizsaecker al papa il 5 febbraio (p. 755) non sono confermati da alcuna prova.
Les grandes controverses de notre temps (Parigi 1967) riportano un’altra storia fantastica, a pp. 511-512. L’A., Jacques Delaunay, riferisce che nella primavera del 1943 il Santo Padre convocò a Roma il cardinale Cerejeira, patriarca di Lisbona, e gli disse che se i tedeschi l’avessero arrestato, avrebbe cessato di essere papa, dandogli quindi istruzioni affinché un conclave venisse convocato a Lisbona per eleggere un nuovo pontefice. In una comunicazione all’A. di questo articolo, del 3 aprile 1967, il patriarca dichiarò che la storia era «senza fondamento».
(4) Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, Libreria Editrice Vaticana, vol. IV (1967), 483-484. Alcuni amici dell’ambasciatore del Reich presso la Santa Sede, Diego von Bergen, asseriscono che egli aveva dato quest’informazione al papa e che aveva inviato un suo aiutante (identificato come von Brentano) a Vienna per scoprire la verità su questi rapporti. Non ci sono finora prove documentate di quest’asserzione.
(5) Actes, cit., 485.
(6) Actes, cit., vol. V, 215. Tardini aggiunse anche che l’8 giugno a Roma un ufficiale tedesco, il conte Alfredo von Kageneck, aveva detto ad alcune persone che a Berlino si stavano preparando dei piani contro la Santa Sede con l’intento di espellerla dall’Europa. È alquanto interessante notare che il 23 ottobre, quando Cicognani doveva appena aver ricevuto l’informazione da Tardini, il predicatore della radio americana, mons. Fulton J. Sheen, dichiarò in un’intervista esclusiva al Catholic Sun di Syracuse, N.Y.: «Mi aspetto che Hitler invada Roma. Credo che questo sia nei suoi programmi, e credo che tenterà di distruggere San Pietro. Penso che forse il Santo Padre dovrà lasciare San Pietro a causa delle ambizioni di Hitler». È possibile che il delegato abbia riferito parte dell’informazione appena ricevuta da Tardini al famoso predicatore, che era allora professore alla vicina Università cattolica di Washington. Il caso Kageneck non è l’unico di un ufficiale tedesco che abbia avvisato il papa in questa fase iniziale. Un altro viene citato dal Maestro di Camera, mons. Arborio Mella di Sant’Elia, senza data, nelle sue Istantanee inedite degli ultimi 4 Papi (Modena 1956), 181. Un colonnello, che diceva di appartenere all’Alto Comando tedesco di Berlino, chiese di avere una conversazione ungente col Santo Padre. Era troppo tardi per fissare un’udienza privata, ricorda mons. Mella, e cosi si creò l’occasione durante l’udienza speciale. «E il colonnello gli chiese che egli era cattolico e per dovere di coscienza veniva a informarlo che nel comando supremo vi era intenzione di far uscire il papa da Roma». Il Santo Padre, secondo l’A., disse serenamente che non avrebbe mai lasciato Roma di sua spontanea volontà. «Bisognerebbe che mi legassero e mi portassero via di peso, perché io per mia volontà resterò certamente qui».
(7) Actes, cit. vol. V, 397. Per un episodio simile avvenuto il 4 febbraio, cfr. ivi, 410-412.
(8) Auswärtiges Amt (Bonn) St. Sekretariat, Inland II. g, n.. 330 (microfilm Serie 818, 227556-58).
(9) National Archives, Washington. T 175. Roll 53, 219. Dagli incartamenti del «Persönlicherstab Reichführers-SS Schriftgutverwaltung». In un’intervista pubblicata in Oggi illustrato il 19 settembre 1963, Dollmann continuò a sostenere la sua convinzione che l’idea di deportare il papa provenisse soprattutto da Bormann.
(10) Lagebesprechungen im Führer-Hauptquartier. Protokoll-Fragmenten aus Hitlers Militärischen Konferenzen 1942-1945. Herausg. von Helmut Heiber, Institut für Zeitgeschichte. Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco 1963, 170-171.
(11) Goebbels, loc. cit.
(12) Abshagen, cit.
(13) Rintelen, loc. cit. Weizsaecker non menziona né nelle sue memorie, né nel suo memorandum inedito, come diremo in seguito, di aver ricevuto alcun avviso particolare da Rintelen o da altre fonti tedesche, e tanto meno di aver informato il Papa o il Segretario di Stato.
(14) Auswärtiges Amt (Bonn, St. - S. Vatikan Beziehungen; Serie 819, 278108-111). Benché avesse riferito il 12 ottobre sulla sua udienza con il papa, Weizsaecker menzionò solo la preoccupazione di Pio XII per Roma “Città aperta” e non accennò che fosse stata discussa la sorte del papa. Non sembra improbabile che la dichiarazione della Repubblica fascista (del 7 ottobre), citata cosi evasivamente da Weizsaecker come proveniente il 10 ottobre da Radio Londra, desse l’occasione al papa di sollevare la questione il 9 ottobre.
(15) Weizsaecker ricorda nel suo promemoria (ma non nelle Memorie) che Kappler gli aveva detto con molta convinzione di non aver ricevuto istruzioni per quei preparativi che sarebbero stati necessari se il papa fosse dovuto partire. L’ambasciatore aggiunse che, nel suo colloquio con Hitler prima della sua partenza da Berlino per raggiungere la sede presso i Vaticano, questi non aveva fatto alcun cenno ad invasioni del Vaticano. Allora, ricorda Weizsaecker, Mussolini era ancora al potere. Ma come dimostrano i vari documenti del 1941 e 1942, tutti gli interessati sentivano che c’era qualcosa nell’aria.
(16) Kempner, loc. cit. Contro-interrogatorio di Ivo Zeiger. Lo stesso Kempner tuttavia non presentò alla corte su questo punto argomenti a favore della sua interpretazione. Per quanto riguarda lo stesso Weizsaecker, questi era così lontano dal voler attribuirsi il merito di aver salvato il papa che egli stesso minimizzò, sia durante sia dopo la guerra, le supposte intenzioni di Hitler.
(17) Affidavit, loc. cit. Poco dopo, Wolff ricorda di essere stato ricevuto dal papa in udienza privata. Secondo quanto riferisce Dollman (loc. cit.), il papa disse al braccio destro di Himmler: «Qualunque cosa accada, non lascerò mai Roma di mia spontanea volontà. Il mio posto è qui e qui combatterò fino all’ultimo per i comandamenti cristiani di umanità e di pace».
(18) La lettera non si trova in nessuno dei successivi numeri di Oggi, ma una copia venne depositata all’Institut für Zeitgeschichte, di Monaco, che l’ha cortesemente messa a disposizione per questo studio (Arch. Sig ZS 1852). In Spie naziste attorno al Vaticano durante la seconda guerra mondiale (v. p. 141) indicavamo nel dott. Ludwig Wemmer uno dei numerosi agenti nazisti che sorvegliavano il Vaticano. Questa notizia venne pubblicata sui giornali tedeschi. In una lettera alla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 21 marzo 1970 Wemmer disse che né lui né la Cancelleria del Partito avevano «fatto dello spionaggio». Prendiamo nota di questa smentita. L’A. tuttavia crede che le numerose dichiarazioni, giurate o no, degli ex colleghi di Wemmer giustifichino questo appellativo, specialmente in quanto questi è motto reticente sulla reale missione svolta presso l’ambasciata al Vaticano, alla quale era giunto per intervento di Bormann.
(19) Egli identificò questo agente in un ex monaco benedettino. chiamato “E” (Georg Elling, che divenne agente di Schellenberg al seguito dell’ambasciatore Weizsaecker. Cfr. Spie naziste attorno al Vaticano durante la seconda guerra mondiale, cit., 148-151).
(20) National Archives, Washington. T-580. Roll 42. Führungshinweis N. 9, 30 novembre 1943.

 


 
   

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