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Humanae vitae: quando la verità è pietra d’inciampo
 di Giacomo Samek Lodovici

Quarant’anni fa la pubblicazione dell’enciclica più contestata di Paolo VI. Ecco un’esposizione sintetica di alcuni dei suoi punti salienti: l’amore umano, la procreazione, la contraccezione.


[Da «il Timone» n. 75, Luglio-Agosto 2008]

L’ enciclica Humanae vitae di Paolo VI compie quarant’anni. Fu firmata il 25 luglio 1968, ed è molto probabilmente l’enciclica più contestata, che anzi ha fatto esplodere il dissenso contro il Magistero. Viene ricordata come l’enciclica che riguarda la contraccezione; ma quest’interpretazione è riduttiva, perché tale argomento è inserito in un discorso più ampio, che, «nella luce di una visione integrale dell’uomo» (punto n. 7 dell’enciclica), tocca in modo già notevole diversi temi, molti dei quali sono stati approfonditi da Giovanni Paolo II. Specialmente il tema dell’amore umano e della generazione.

Ci limitiamo qui a riproporne e commentarne sinteticamente alcuni punti, suggerendo una lettura integrale di questo testo breve e prezioso (facilmente reperibile su internet e in particolare sul sito della Santa Sede www.vatican.va. I commenti saranno molto brevi, laddove invece ognuno del temi meriterebbe molti approfondimenti. Per alcuni di essi possiamo almeno rimandare a precedenti articoli usciti sul Timone.

L’Humanae vitae usa sia argomenti teologici sia razionali. Questi ultimi sono condivisibili da chiunque, perché non richiedono la fede cristiana. Ciò non è smentito dal fatto che essa menzioni (solo in certi casi, peraltro) Dio: infatti, l’esistenza di Dio è dimostrabile razionalmente (cfr. i dossier del Timone n. 16 e n. 47 e G. Samek Lodovici, L’esistenza di Dio, Quaderni del Timone, Edizioni Art, 2004).

Paolo VI si concentra inizialmente sulla procreazione, sottolineandone le gioie ma, con realismo, anche le fatiche e le difficoltà. Insomma, il Papa sa che è faticoso essere genitori (per molti motivi); ma, se si comprende la grandezza della procreazione, si capisce che ne vale la pena! Infatti, l’uomo pro-crea, in un duplice senso.

In senso biologico: l’essere umano si forma nel grembo materno e, come il frutto esprime al massimo la capacità della pianta, così il diventare genitori esprime un amore coniugale che raggiunge il vertice della sua forza (C. Caffarra). In effetti, ogni nuovo essere umano è un unicum straordinario: è nata una persona che non è numerabile perché ogni uomo è unico e irripetibile.

Ma anche in un senso psicologico: fin dal momento della nascita, l’uomo ha un bisogno cruciale dell’affetto di una madre, o di chi svolge le funzioni materne.

Ora, Dio non soltanto crea, ma inoltre conserva le cose: la creazione dà l’essere alle cose, la conservatio è l’atto mediante cui Dio fa perdurare il loro essere. Infatti, le creature, se non venissero conservate da Dio nell’essere, ricadrebbero nel nulla. Similmente, l’uomo con l’amore «pro-crea» l’altro uomo e lo conserva nell’essere, si rende quindi prosecutore dell’opera iniziata da Dio: «L’amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è “Amore”, che è il Padre da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome» (n. 8).

Di seguito (ibidem), Paolo VI delucida i fini del matrimonio: la comunione tra i coniugi e la generazione. Essi sono accessibili con la ragione, tanto è vero che già alcuni autori pre-cristiani o comunque non cristiani li evidenziano (per esempio Aristotele e Musonio Rufo).

A questo punto è necessario chiarire lo sfondo su cui l’enciclica si staglia: é quello della legge morale naturale. Limitiamoci a pochi cenni su questo tema (qualche spunto in Il Timone, n. 44, pp. 32-33). La e morale naturale è l’insieme dei princìpi etici immutabili che valgono per ogni uomo di ogni tempo e che l’uomo è in grado di cogliere con la sua sola ragione (anche se a volte non ci riesce). È una legge che prescrive i fini dell’uomo, che si ricavano dalle sue propensioni-inclinazioni fondamentali. Per esempio, dalla propensione all’autoconservazione, da cui discende il principio morale «non ucciderti»; o dalla propensione verso l’unione sessuale e verso la generazione-cura del figli. Da ciò si deduce appunto che i fini del matrimonio sono due, sono quelli che abbiamo già indicato, e sono paritetici.

Ancora, «L’amore coniugale è sensibile e spirituale» (n. 9), cioè nell’atto sessuale si esprime sia il corpo sia lo spirito umano, e sono profondamente compenetrati, tanto è vero che l’uno interagisce inestricabilmente con l’altro. Il corpo, che è sessuato, influenza tutta la persona: non solo l’aspetto fisico, ma anche la sua personalità, il suo carattere, la sua emotività, il modo di reagire, il modo di ragionare, che negli uomini sono diversi da quelli di una donna. L’atto sessuale non può essere solo gioco, né uno sfogo: dev’essere moralmente rispettoso dell’altissima dignità della persona umana.

Inoltre, l’amore «Non è semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera» (ibidem). Già per Aristotele amare significa volere il bene dell’altro: dire «ti voglio bene» equivale a dire «io voglio per te il bene»; non è il mero “stare bene insieme”.
Pensiamo ad un padre che prova repulsione per il figlio (dato che il figlio è un violento, un assassino, ecc.), eppure lo ama se desidera il suo bene, il suo riscatto, ecc.

Attraverso il matrimonio gli sposi diventano «un cuor solo e un’anima sola, e raggiungono insieme la loro perfezione umana» (ibidem). L’amore coniugale è «amore totale, vale a dire una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa» (ibidem). E l’atto sessuale è (dovrebbe essere) una donazione reciproca tra i coniugi: quando nasce un figlio è un dono di Dio che scaturisce da questo dono.
L’amore tra i coniugi, ancora, «è amore fedele ed esclusivo fino alla morte». È indissolubile, perciò il divorzio è moralmente sbagliato (mentre per la separazione dipende da caso a caso), non solo per la fede, ma anche per la ragione (cfr. Il Timone, n. 30. pp. 36-38).

Tutto quanto detto fin qui aiuta a capire l’etica coniugale dell’enciclica riguardo alla contraccezione. Si tratta di un’etica fondata sulla legge naturale ed arricchita dalla Rivelazione. Che cosa si intende per natura? È un concetto filosofico molto pregnante e complesso. Limitiamoci a dire che «la natura è il fine» (Aristotele, Politica, 1252 b 32). Perciò, per natura non si intende né il mondo animale, vegetale, minerale; né tutto ciò che accade all’uomo dalla nascita, bensì solo qualche aspetto di ciò che all’uomo accade dalla nascita. I principi etici di questa legge morale si chiamano legge naturale perché prescrivono i fini (cioè la natura) di quell’ente che è l’uomo.

Ebbene, come abbiamo già visto, l’atto sessuale manifesta due fini: unitivo e procreativo, che non devono essere separati, come invece fa la contraccezione (e come fa la fecondazione artificiale, cfr. Il Timone, n. 43, pp. 10-12).

Ora, ogni figlio è un bene, ma ci possono essere dei gravi motivi che legittimano l’esercizio di rapporti sessuali infecondi nei periodi non fertili della donna (cioè che legittimano il ricorso ai cosiddetti «metodi naturali»). Qual è la differenza tra l’atto sessuale nei periodo di infertilità della donna e l’atto sessuale in cui si ricorre alla contraccezione? Dal punto di vista degli effetti nessuno, perché si tratta in entrambi i casi di atti che hanno come effetto di evitare la generazione. Ma, dal punto di vista degli atti che conseguono il fine, c’é invece una profonda differenza (rimandiamo a Il Timone n. 54, pp. 32-33 e n. 55, pp. 32-33 per approfondire questo aspetto e, in generale, la contraccezione).

Ancora, la contraccezione è «ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale [cioè la contraccezione e un’azione che interviene sugli atti sessuali compiuti liberamente], o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione» (n. 14). Perciò, per esempio, una donna, se teme di subire uno stupro, può lecitamente ricorrere ad una misura anticoncezionale, perché tale azione non e un atto contraccettivo, dato che subire uno stupro non è un atto sessuale libero. Inoltre, stante la definizione di contraccezione e di che cosa si propone, è anche lecito [perché neanche questa azione è un atto contraccettivo] «l’uso dei mezzi terapeutici necessari per curare malattie dell’organismo, anche se ne risultasse un impedimento, pur previsto, alla procreazione, purché tale impedimento non sia, per qualsiasi motivo, direttamente voluto» (n. 15).

L’enciclica parla (n. 17) anche di ciò che già avveniva ed è diventato sempre più frequente: le politiche contraccettive coercitive di alcuni governi. Si pensi alla Cina e alle sterilizzazioni forzate in certi paesi del Terzo Mondo.
Abbiamo ripreso solo alcuni temi dell’enciclica e li abbiamo potuti solo brevemente argomentare.
Dobbiamo però concludere almeno con un’ultima considerazione. Paolo VI subì delle pressioni tremende affinché modificasse la dottrina tradizionale sulla contraccezione, ma non cedette. Eppure sapeva benissimo, lo scrive nell’enciclica (n. 18), che ne sarebbero scaturite moltissime contestazioni e fuoriuscite dalla Chiesa. Perché lo ha fatto? E perché anche oggi la Chiesa conserva una dottrina simile che la rende così impopolare? Perché la Chiesa ha il compito di adempiere il suo mandato morale, dev’essere fedele alla verità, anche se ciò la rende sgradevole, anche a costo, com’è successo nella storia, di subire delle persecuzioni.

Bibliografia

Ramòn Garcia de Haro – Carla Rossi Espagnet, Matrimonio e famiglia nei documenti del Magistero, 2a ediz. Aggiornata, Ares 2000, pp. 249-274.
AA. VV., «Humanae vitae»: 20 anni dopo, Atti del III Congresso internazionale di Teologia Morale, Ares 1989.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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