Link utili



 

   

Cerca in Totus Tuus


 

   

Il grido silenzioso



 

La questione religiosa nella crisi dell’Asse. Il confronto Orestano - Hudal (1942-43)
 di Robert A. Graham S.I.

La religione all'origine della crisi dell'Asse? L'attacco del filosofo e Accademico d'Italia Francesco Orestano alla filosofia materialista tedesca e alla politica antireligiosa nazista provocò notevoli tensioni all'interno dell'alleanza italo-germanica. La confutazione dell'apologia filonazista di Monsignor Alois Hudal, vescovo affascinato da Hitler ma isolato e osteggiato dai pontefici.

[Da «La Civiltà Cattolica», Anno 128, quaderno 3041, 5 marzo 1977, vol. I, 441-455]

L’alleanza dell’Italia con la Germania nazista, impopolare fin dall’inizio, suscitò in molti ambienti continui disagi ed inquietudini. Anche a prescindere dalle tensioni di natura politico-militare, l’indirizzo ideologico del Reich nazista urtava la massima parte degli italiani e rappresentava una grave preoccupazione per i capi politici del Paese. Dove sarebbe stata condotta l’Italia da questo alleato insopportabile, anche in caso di vittoria? Nei primi anni della guerra la censura e la discrezione riuscirono a mantenere nell’ombra il problema culturale, ma l’osservatore acuto e capace di discernere non poteva tacere a lungo sul tema delle profonde implicazioni della Weltanschauung nazista. Non vi è da stupire che il primo segno pubblico di una crisi dell’Asse, destinata a diventare sempre più grave, si manifestasse sul piano culturale-religioso. Nel dicembre del 1942, Gerarchia, «la rivista della Rivoluzione fascista fondata da Benito Mussolini» edita a Milano, pubblicava un giudizio durissimo sul pensiero religioso nazista.

Un articolo di risonanza internazionale

L’autore era il filosofo ed Accademico d’Italia Francesco Orestano. Egli guardava con orrore e disgusto ad un’Europa dominata da una filosofia tedesca materialista, di stampo nazista, priva dell’«universalità» rappresentata da Roma e dalla cristianità. L’articolo suscitò uno scandalo internazionale, sollevò le ire di Berlino, sorprese e rallegrò i propagandisti di Londra; fra gli altri effetti provocò addirittura un’apologia del Reich da parte di un vescovo di origine austriaca che viveva a Roma, mons. Alois Hudal, rettore della chiesa dell’Anima, già noto come «il vescovo nazista», o der braune Bischof.

La recente pubblicazione postuma delle memorie di mons. Hudal getta nuova luce sull’incidente. Le sue note autobiografiche aiutano a spiegare le motivazioni e lo scopo del suo intervento. Inoltre, abbiamo avuto la fortuna di poter accedere personalmente alle carte dello stesso prof. Orestano relative all’episodio, ed anch’esse forniscono una doentazione contemporanea autentica per la valutazione dell’articolo di Gerarchia (1).

Orestano, buon conoscitore della Germania e del pensiero filosofico tedesco, sosteneva che una vittoria tedesca avrebbe rappresentato un evento disastroso per quella civiltà in cui l’Italia si identificava così profondamente e per la stessa idea di Europa. Benché ammantato di linguaggio filosofico, l’articolo fu ben compreso dai lettori. La stampa neutrale della Svizzera fu la prima a coglierne il significato, e di là rimbalzò ad un più vasto pubblico. In Germania un funzionario del ministero degli Esteri protestò, irritato, con un collega italiano contro questa «provocazione» (Hetzartikel): «Ritengo che un simile articolo non avrebbe mai dovuto essere pubblicato. Che cosa fanno i vostri censori? Questo articolo è contrario al nazionalsocialismo, contrario al nuovo ordine proclamato dal Führer ed è stato pubblicato sulla rivista fascista Gerarchia. Questo è sabotaggio!» (2). Il dr. Josef Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, fu ancora più incisivo. In data 18 dicembre annotò sul suo diario:

«Rivoluzione Fascista [Siena], periodico che appartiene a un nipote del Duce, Vito Mussolini, ha pubblicato un articolo contro la nostra concezione religiosa nazionalsocialista. L’articolo tratta del medesimo argomento discusso di recente su Gerarchia e si esprime nel senso che l’Europa è un continente cristiano e che il predominio cristiano sul continente deve continuare. È evidente che gli italiani stanno tentando, per mezzo dei loro periodici, di accampare diritti al predominio spirituale in Europa, dato che quello militare e politico è sfuggito dalle loro mani. Non tengo nessun conto di questo articolo nei nostri commenti. È superfluo rispondere ora a simili affermazioni, dato che non siamo in grado di pubblicare tutti i nostri argomenti. Dovremo aspettare un’occasione più favorevole. Con ogni probabilità, potremo affrontare la questione della Chiesa apertamente soltanto dopo la guerra» (3).

Per quanto riguarda la propaganda britannica, dopo la sorpresa iniziale, la vicenda fu vista soprattutto come segno di dissenso interno all’Asse e come conferma di tutto ciò che essa già aveva affermato sulla politica antireligiosa nazista. Nelle sue trasmissioni, ad esempio per la Spagna e per la Romania, Radio Londra diceva che, dopo la sconfitta di Rommel ad El Alamein, Mussolini si rendeva conto che la Germania non poteva proteggere l’Italia. Nelle trasmissioni in italiano, il 15 gennaio il «Colonnello Stevens» commentava il coraggio del professor Orestano, ma notava che una simile libertà non era concessa all’italiano comune. Gli uomini di cultura — egli disse il 15 gennaio — possono scrivere su argomenti pericolosi, ma i cittadini ordinari che dicessero le stesse cose al telefono potrebbero venire arrestati (4).

Il professor Orestano introduce le sue riflessioni riferendosi ad una profezia di don Orione, fatta poco prima di morire (12 marzo 1940), a proposito delle prove che l’Italia avrebbe subito a causa della guerra. Egli continua affermando che, mentre i disegni della Provvidenza sono ancora nascosti, i popoli si domandano dove stiano andando. Come potranno trovare convivenza e tolleranza nel «nuovo ordine» i popoli dell’Europa? Porre la domanda significava suscitare il dubbio. Anche se tutte le energie sono impegnate nella lotta contro il bolscevismo, non è fuori luogo riflettere sul futuro della civiltà cristiana. Un buon europeo deve riconoscere che le idee del bolscevismo non sono originarie della Russia ma dell’Europa, più precisamente derivano dalla filosofia tedesca. «Sarebbe un controsenso riabilitare il bolscevismo nei suoi postulati e insegnamenti atei ed anti-cristiani». Ma, secondo Orestano, proprio questo è il pericolo. Della filosofia tedesca, culminante nel nazionalsocialismo, egli afferma: «Nessun’altra filosofia europea ha tanto meditato sul Cristianesimo e l’ha tanto a suo modo sviscerato. Nessuna filosofia, eccettuata la bolscevica, e giunta a soluzioni più radicalmente anticristiane ed atee».

Il pericolo è tanto più grave e probabile dal momento che, scrive Orestano, il tedesco, a differenza dell’italiano, segue rigorosamente la logica dei suoi pensieri, incurante di dove ciò lo possa condurre. Nel caso che la filosofia tedesca prevalga, questo significa un nuovo Kulturkampf. «Se dunque in Germania si sono pronunciate non sporadicamente, ma organicamente in seno al movimento nazionalsocialista correnti autorevoli di pensiero e di programmi in senso nettamente irreligioso e anticristiano, queste manifestazioni vanno prese sul serio e attentamente considerate». Può, la Germania — si domanda in forma evidentemente dubitativa — sollevarsi al di sopra della sua filosofia? Se si deve correre il rischio dell’esplodere di una lotta religiosa, «non perdiamo più tempo a parlare né di Europa, né di ordinare l’Europa, né di unità europea e rimaniamocene ciascuno a casa nostra con le proprie libertà duramente conquistate». Se l’idea cristiana è messa in questione, è la stessa umanità ad entrare in crisi.

Che cosa stava succedendo nel partito fascista?

Parole di tal genere a proposito di un alleato in tempo di guerra erano dure ed irritanti. Era stato veramente Mussolini ad ispirare questo attacco insinuante nei confronti del Reich? La pubblicazione su Gerarchia, rivista culturale del partito, autorizzava certamente tale interpretazione, tanto più che anche dopo l’utilizzazione da parte della propaganda britannica non si notò alcuna autorevole presa di distanze. I circoli diplomatici romani potevano almeno fondatamente ritenere che, se Mussolini non aveva ordinato l’articolo, non era neppure spiacente che fosse apparso. Secondo il vescovo Hudal, il Capo del governo aveva fatto sollevare il problema della questione religiosa in Germania, perché la persecuzione della Chiesa metteva in imbarazzo il partito fascista e rappresentava un ostacolo per i sondaggi di pace con le potenze alleate tramite il Vaticano (5). Egli non porta, tuttavia, alcun argomento in appoggio di tale affermazione.

Le preoccupazioni di Orestano sull’atteggiamento nazista verso la religione erano condivise nei circoli del partito. In questa luce si può interpretare la strana condotta di Roberto Farinacci, direttore del giornale antivaticano Regime Fascista, durante la sua visita a Berlino e Danzica a metà febbraio. Egli sconcertò i suoi ospiti nazisti criticando sistematicamente la condotta anticristiana ed anticattolica del Reich, specialmente in Polonia. Secondo i rapporti del Nunzio a Berlino, Farinacci ripeté continuamente che, per quanto egli personalmente non fosse tenero nei confronti della Chiesa cattolica, la politica nazista era «peggio di un errore, era un’iniquità». Egli disse — scriveva il nunzio Orsenigo — che «la Chiesa cattolica non può venire soppressa e che e sempre riemersa dalla lotta più forte di prima» (6). Questo atteggiamento critico nei confronti dei nazisti sui problemi religiosi, completamente estraneo alla mentalità di Farinacci, richiede una spiegazione. Si comportava così per ordine del partito e di Mussolini?

In ogni caso, il discusso articolo era il culmine naturale e spontaneo dell’evoluzione personale di Orestano. È suo merito l’aver espresso nei modo più efficace possibile, poste le circostanze del momento, ciò che molti pensavano. Dalle sue carte non risultano indizi né di ispirazioni dall’alto, né di difficoltà da parte di censori. Come filosofo egli era una delle persone meglio in grado di elaborare un’analisi del significato dell’ideologia nazista per la civiltà cristiana e per la Italia. Benché formato in atmosfera prevalentemente laica, il suo pensiero negli ultimi anni si era orientato in misura crescente verso tematiche religiose. L’amicizia con don Giovanni Rossi ed altri intellettuali cattolici (monsignor Maurizio Raffa, padre Alberto Grammatico, don Antonio Rivolta ed altri) era indice dei suoi sentimenti. Orestano per primo propose l’idea dell’articolo a Carlo Ravasio, caporedattore di Gerarchia. Il 24 settembre 1942, Ravasio accettò lo schema e lo incoraggiò a mettersi all’opera. Lo stesso Ravasio poco tempo dopo divenne uno dei quattro vicesegretari del Direttorio del partito fascista. Quando il manoscritto era stato stilato e presentato, Ravasio scrisse nuovamente, il 23 ottobre, esprimendo la sua completa soddisfazione. Non si fece mai menzione di direttive, né di preoccupazione per possibili ripercussioni.

Più tardi, anzi, Luigi Federzoni, presidente della Reale Accademia d’Italia ed anche direttore della Nuova Antologia, scrisse immediatamente, il 14 dicembre, per congratularsi con l’autore ed esprimergli il suo rincrescimento per non aver avuto il privilegio di pubblicare l’articolo sulla sua rivista. Federzoni parlava di esso come di «un vero mirabile saggio» che trattava «con coraggio e misura esemplari un tema di importanza pan all’estrema delicatezza». Solo dopo l’uso da parte della propaganda nemica risuilano, dalle carte di Orestano, alcune difficoltà da parte fascista. In data 20 e 25 gennaio egli ricevette due lettere di Alessandro Pavolini, ministro per la Cultura Popolare, nelle quali si citava una trasmissione da Londra del 1° gennaio (7).

La «Risposta» di mons. Hudal per la Germania nazista

Poche persone lessero la tesi di Gerarchia con più interesse di mons. Alois C. Hudal, vescovo titolare di Ela e rettore di S. Maria dell’Anima, la chiesa nazionale tedesca in Roma. Il prof. Orestano aveva sollevato un problema di cui Hudal si era occupato per anni e al quale sperava ancora di trovare risposta: era possibile che il nazionalsocialismo trovasse un rapporto pacifico con Il religione, con la cristianità, con la Chiesa cattolica? Due suoi doenti di grande interesse politico si trovano negli schedari di Orestano. L’uno è una lettera personale di congratulazioni, in data 17 dicembre. L’altro è il testo di una Risposta al professor Orestano, che Hudal aveva fatto stampare in un libretto di 28 pagine per distribuirla ai suoi amici. L’essenza di quest’ultima è che si poteva ancora contare sul Grande Reich tedesco per la difesa e la salvaguardia dei diritti dei Paesi più deboli, nel rispetto dell’autonomia religiosa e culturale. Questo fu l’ultimo tentativo pubblico di Hudal di difendere il Reich nazista.

L’atteggiamento di questo prelato a proposito del nazionalsocialismo e della questione religiosa richiede spiegazioni di una certa ampiezza. Si trattava, come minimo, di una figura unica in Roma. Nato a Graz nel 1885, professore ordinario di Antico Testamento nel 1923 nel seminario della sua diocesi, nominato nello stesso anno rettore dell’Anima, fu ordinato vescovo dal cardinale Segretario di Stato, Eugenio Pacelli, nel 1933. Nel 1952 rassegnò (in seguito a pressioni) le dimissioni dal rettorato, e morì il 14 maggio 1963. Nel 1955 consegnò all’editore il manoscritto delle sue memorie per la pubblicazione postuma, ma vi aggiunse più tardi una prefazione, datata 1962.

Affascinato dall’ascesa di Hitler al potere e allettato dall’idea di una Grande Germania e dai vantaggi di un’annessione dell’Austria alla Germania, mons. Hudal si assunse il compito di «gettare il ponte», di essere il pontifex, il Brückenbauer, fra la Chiesa cattolica ed il nazionalsocialismo. La sua psicologia era quella caratteristica di ogni «costruttore di ponti»: fiducia di essere in grado di operare miracoli politici ed ideologici, insieme con una insuperabile incapacità di prendere atto della realtà. Hudal difendeva con abilità la sua posizione teorica. Dal punto di vista pastorale era un sacerdote zelante e spirituale, dalla vita irreprensibile. Egli cercava una «sintesi» (questa era la sua parola favorita) fra la Chiesa e il «movimento». Si preoccupava di denunciarne il razzismo e il nazionalismo radicale, come pure i postulati filosofici nichilistici e nietzschiani. Secondo quanto egli afferma, per suo suggerimento il Sant’Ufficio avrebbe una volta studiato un progetto di solenne condanna di queste false dottrine. Ma, a suo avviso, questi aspetti erronei non facevano parte dell’essenza dell’ideologia nazionalsocialista, ma solo di quella dei «radicali di sinistra», molti dei quali provenienti dal socialismo e dal comunismo; era convinto che nell’ala «conservatrice» del partito vi fosse una base buona e valida. Gli sforzi di Hudal per la costruzione del ponte, in quegli anni, si fondavano su questa distinzione. A differenza della maggior parte degli altri cattolici, tedeschi e austriaci, che consideravano necessari lo sradicamento e l’eliminazione del nazismo, Hudal era convinto che, con un appoggio adeguato, i «conservatori» avrebbero potuto prevalere nelle alte sfere del partito. Per sua sfortuna, nonostante le buone intenzioni, mons. Hudal non comprese mai ciò che negli ultimi anni era divenuto per tutti gli altri di chiarezza cristallina. Da lungo tempo i «radicali di sinistra» avevano compromesso irrimediabilmente qualsiasi elemento valido vi fosse stato nel movimento. Sembra che fino alla fine dei suoi giorni egli non sia riuscito a riconciliarsi con il tragico crollo del suo sogno. Il vescovo Jakob Weinbacher, suo successore ed ora ausiliare a Vienna, parlando del primo incontro con lui nel 1952, ha scritto nell’Introduzione ai Römische Tagebücher: «Il 6 agosto, nella sua villa a Grottaferrata, incontrai un uomo spezzato» (8).

Hudal, un isolato

Mons. Hudal era un individualista; l’isolamento non sembrava scoraggiarlo né illuminarlo. Non fu mai membro del partito nazista, e neppure membro dei gruppi clericali filonazisti che sorsero per breve tempo in Austria prima dell’Anschluss. Non prese parte in alcun modo alle attività del partito nazista a Roma e non ebbe seguito popolare nella comunità ecclesiastica tedesco-austriaca della Città Eterna. Ciò divenne più che evidente al tempo del plebiscito seguente all’Anschluss. Il 10 aprile 1938 i propagandisti nazisti di Roma organizzarono un treno speciale per portare tedeschi ed austriaci a Gaeta, dove era alla fonda la corazzata Admiral Scheer per ricevere i loro voti. Il risultato fu disastroso per gli organizzatori. Più del 90% del gruppo, prevalentemente di ambiente ecclesiastico, votò «No». Il voto fu naturalmente passato sotto silenzio, ma più tardi il vescovo Hudal parlava della «vergogna di Gaeta» (die Schande von Gaeta).

Mons. Hudal rimase soprattutto isolato da parte del Vaticano. Un ordine perentorio di Pio XI lo obbligò ad annullare un Te Deum che aveva organizzato dopo l’Anschluss, in ringraziamento — egli disse — perché nell’invasione non era stato versato sangue. Nei suoi Tagebücher, il diarista annota altri esempi della disapprovazione incontrata in Vaticano dalle sue vane iniziative. Il suo unico rapporto ufficiale con la Curia romana era quello di consultore del Sant’Ufficio. Vide per l’ultima volta Pio XI in un’udienza privata nell’ottobre del 1935, in un’atmosfera di disapprovazione su cui torneremo. Non vide mai Pio XII, che pure lo aveva ordinato vescovo. Era un rifiuto continuo, che lo contrariava, ma non riusciva a indurlo a rivedere le sue idee.

Anche dopo il crollo totale del Reich nazista, mons. Hudal continuò nel suo «non conformismo». Un esempio eloquente fu l’aiuto prestato ad Otto Waechter, ufficiale delle SS, già governatore di Cracovia e della Galizia, notoriamente coinvolto nell’assassinio del cancelliere Engelbert Dollfuss il 25 luglio 1934. Fuggito da una prigione alleata, Waechter si rifugiò presso di lui, gravemente ammalato («avvelenato dal servizio segreto americano», scrive il vescovo, senza ulteriori spiegazioni) (9), ed alla fine mori, il 31 agosto 1949. Hudal protestò che, come sacerdote, non poteva far altro che aiutare un uomo morente. Ma ripeteva con soddisfazione, quasi come per giustificare tutti i suoi passati sforzi, le parole di Waechter morente: «Quanto rimpiango che il nazionalsocialismo non sia giunto ad un’intesa con la Chiesa! Molte cose in Germania e in Europa sarebbero oggi assai diverse. La forza del bolscevismo sarebbe spezzata» (10).

Il punto di vista di mons. Hudal nel 1942-1943

Un uomo così dedito alla causa della riconciliazione tra il nazionalsocialismo e la cristianità si levò naturalmente in difesa della plausibilità culturale dell’Asse. La sua lettera personale al professor Orestano, del 17 dicembre, già menzionata, merita di essere riportata per disteso.

«Per il vostro splendido saggio sulla rivista Gerarchia, che poteva scrivere solo uno che dominasse totalmente i complicati problemi filosofici e spirituali del popolo tedesco, vorrei esprimerVi le mie più cordiali felicitazioni.
«Sono convinto che Vostra Eccellenza ha parlato secondo il cuore di milioni di tedeschi. Questa parola chiana, coraggiosa e un grido del pilota nell’ultima ora; poiché nulla nuoce più all’unità spirituale del popolo tedesco e italiano e con ciò anche al fronte politico dell’Asse quanto la mancanza di chiarezza nella questione vitale, che è questione di tutta la cultura: che sta per accadere del Cristianesimo nella nuova Europa?
«L’intesa del Reich col Vaticano certamente non è per molte e molte ragioni cosi facile come forse appare nel saggio di Vostra Eccellenza. Ma è un merito storico di aver fatto della questione oggetto di un esame di coscienza da parte dei responsabili proprio in Gerarchia.
«Nell’anno 1936 io ho composto, allora coll’espresso personale consenso del Führer, un’opera di vasto disegno su tale questione, edita dal Verlag Johannes Gunther di Vienna sotto il titolo: Die Grundlagen des National-Sozialismus (I fondamenti del nazionalsocialismo). Malauguratamente io allora, colle mie vedute, che coincidono pienamente con quelle sostenute da Vostra Eccellenza nel 1942, non ho trovato adesione né in Vaticano, né nei circoli radicali di sinistra del NS, i quali volevano vedere piuttosto nel panteismo la religione più adatta al genio tedesco, senza sapere che non un ariano ma l’ebreo Spinoza è stato il principale rappresentante del moderno panteismo. A ciò si aggiunse nel NS una passione antiromana della mia natia Stiria, che risale al 1890, la quale però deve avere più profonde ragioni, e non si riferisce al popolo italiano in sé.
«Su ciò si potrebbe parlare solo in una più lunga e approfondita conversazione. Volentieri vorrei offrire a Vostra Eccellenza il mio libro in omaggio, solo che io ne ho in Roma un unico esemplare. Forse il prof. Hoppenstedt [direttore della Biblioteca Hertziana] ha il mio libro nella sua biblioteca. Anche la questione religiosa della Germania dev’essere risolta, perché interessa il destino di tutta I’Europa e senza una soluzione prudente a cuore aperto potrebbe significare in ultima istanza la morte di milioni di giovani soldati non soltanto tedeschi.
«La guerra all’Est perde per cosi dire la sua grande parola d’ordine, se I’Europa, mentre vuol distruggere il bolscevismo, essa stessa non è capace di risolvere il problema religioso in modo che corrisponda ai tempi moderni e agli uomini moderni. Roma deve rimanere la capitale spirituale del Cristianesimo in Europa, senza tuttavia che da ciò debba venire rotta la specificità nazionale dei singoli popoli».

La «linea» Hudal

Il diario postumo permette di chiarificare la descrizione un po’ ambigua che Hudal fa della sua «sintesi». In particolare si possono sviluppare tre punti.

«L’intesa del Reich col Vaticano». Mons. Hudal con queste parole non si riferisce ad alcuna azione della Santa Sede, ma alla sua ricerca privata, personale, informale di una pace religiosa tramite i nazisti «conservatori». Nell’ottobre 1939 egli aveva mandato un memoriale al ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop, tramite l’ambasciatore Diego von Bergen, nel quale insisteva sulla necessità della pacificazione religiosa per motivi di politica sia interna sia internazionale. Proponeva una soluzione unificata della questione ecclesiastica, ed un accordo immediato sulle «nuove province tedesche», cioè la Polonia occidentale. Proponeva una separazione fra Chiesa e Stato, sul modello di quanto realizzato altrove, ad esempio in Francia e negli Stati Uniti. Naturalmente queste grandiose proposte furono ignorate. Nel giugno 1941, il vescovo inviò un altro piano, questa volta direttamente ad Hitler, tramite un principe non meglio identificato. Esso enumerava i molti incidenti della persecuzione della Chiesa e perorava l’invio a Roma di un emissario speciale, che avrebbe dovuto riferire direttamente ad Hitler e avrebbe avuto il potere di negoziare con la Santa Sede. Hudal suggeriva anche alcune persone che riteneva adatte a tale missione. Una di queste — egli scrive — era un maggiore della Luftwaffe, membro dell’ambasciata del Reich presso il Quirinale (11). Un terzo tentativo si ebbe al tempo dell’articolo di Orestano, ed occupava la mente di Hudal quando scriveva la lettera in questione, il 17 dicembre. Si trattava della missione dell’Hauptsturmführer delle SS dr. Waldemar Meyer, coordinata — scrive il vescovo — con il duca Giorgio di Mecklenburg. Questa missione per la riconciliazione fra Chiesa cattolica e nazionalsocialismo fallì definitivamente nel marzo 1943, ma era andata così avanti che lo stesso mons. Hudal scrive che aveva già preso il biglietto aereo per Berlino per preparare i negoziati! Ma: «Anche questo tentativo fallì per colpa dell’ala radicale di sinistra socialista, guidata da comunisti, del NS nel marzo 1943» (12).

«Coll’espresso personale consenso del Führer». Mons. Hudal si avvaleva di questa presunta benevolenza per giustificare la sua impresa utopistica di modificare l’orientamento antireligioso del partito nazista. Nei suoi Tagebücher (13), egli fonda questa asserzione fidu~ciosa sulla comunicazione ricevuta da un amico austriaco. Costui, tuttavia, gli aveva semplicemente fatto sapere che Hitler gli aveva detto che avrebbe permesso che il libro circolasse in Germania. Alla fine, i Grundlagen incontrarono una dura opposizione da parte dei «radicali di sinistra», cosicché ne furono ammesse in Germania solo 2.000 copie, per uso privato dei dirigenti del partito.

«Mancata adesione del Vaticano». Il vescovo di Ela ammise sempre schiettamente di non aver avuto alcun appoggio dalla Santa Sede. Dal diario risulta con evidenza che la sua era una strada solitaria. Il Vaticano non accettò mai la sua analisi sui fondamenti del «movimento». Hudal scrive che la conclusione della sua ricerca filosofico-culturale era l’esistenza di due correnti nel movimento nazionalsocialista, l’una radicale di sinistra, l’altra conservatrice di destra, in lotta per il predominio. Secondo lui, nel movimento vi erano due idee di valore positivo: nazione e socialismo; se separate dalla coscienza e dalla religione, esse rischiavano di cadere in estremismi radicali. Per esempio, un nazionalismo esagerato avrebbe necessariamente condotto alla dottrina della razza dominatrice e alla sottomissione delle altre nazioni, nel senso dell’antichità pagana. D’altra parte, il socialismo, non moderato dalla religione, sarebbe degenerato nella dittatura del proletariato, nella lotta di classe e nell’anarchia. «Il compito dei cattolici tedeschi, perciò, dovrebbe essere di far di tutto per impedire che l’ala sinistra si imponga nel NS. Prendendo posizione energicamente, dovrebbero ottenere che il NS si adegui alle concezioni cristiane sul popolo, la famiglia, lo Stato e la personalità. Solo così si può impedire una catastrofe» (14).

Respinto da due papi

Il racconto dello stesso Hudal dell’ultima udienza da lui avuta da Pio XI e prova eloquente che la Santa Sede non accettò mai questa diagnosi della situazione. Egli racconta di aver spiegato al Santo Padre la linea di pensiero che andava seguendo nel suo prossimo libro: «Io sono convinto che il nazionalsocialismo, se purificato dal punto di vista religioso, abbia un compito provvidenziale da svolgere in Europa di fronte all’avanzare del nichilismo da Oriente; poiché l’idea nazionale in sé e buona, come pure quella sociale».
A questo punto, annota Hudal, «il Papa mi interruppe osservando: “Qui avete fatto un primo errore. In questo movimento non si può parlare di spirito. Esso è un massiccio materialismo” […]». Dalle ultime parole del Papa traspariva un pessimismo paralizzante: «Noi non crediamo alla possibilità di un’intesa, ma vi facciamo i nostri auguri» (15). Il vescovo racconta che lasciò l’udienza papale «dolorosamente deluso» (schmerzlich enttäuscht); ciononostante terminò il libro. Come egli scrive, non vide mai più Pio XI in udienza privata (16).

Un’altra «dolorosa delusione» per Hudal venne quando, dopo la pubblicazione dei Grundlagen, l’Osservatore Romano del 13 novembre 1936 espresse la freddezza, per non dire la disapprovazione, del Vaticano. In un corsivo intitolato A proposito di un libro, si affermava che esso (senza specificarne l‘autore) «non è stato ispirato da alcuno e che non è stato scritto per incarico ufficiale». Hudal si lamenta: «Con queste parole il libro, il cui autore non veniva nominato per rispetto alla mia dignità episcopale, veniva messo da parte» (17)

Ma vi fu anche un seguito, rivelato per la prima volta dai Tagebücher. Offeso dalla disapprovazione, Hudal chiese spiegazioni al Segretario di Stato di Sua Santità. Il cardinal Pacelli gli rispose che il Papa aveva desiderato una disapprovazione molto più dura, se non una messa all’Indice. Egli — il cardinale — si era adoperato per dare alla nota dell’Osservatore la forma più mite possibile. Il diarista commenta assai amareggiato che sarebbe stato insolito per un consultore del Sant’Ufficio, il cui compito era di dar pareri sui libri da condannare, di esser messo all’Indice egli stesso. Proprio lui aveva contribuito a mettere all’Indice il libro di Alfred Rosenberg, Il mito del ventesimo secolo (18).

La fine delle illusioni

Il secondo documento degli archivi di Orestano proveniente dallo stesso Hudal è il saggio: La risposta di un tedesco all’articolo dell’Accademico d’Italia eccellenza Francesco Orestano. Scritto in tedesco e datato 31 dicembre 1942 (19), esso concorda con Orestano sulla perversità della filosofia tedesca, ma si dimostra fiducioso che, in questi mesi critici della guerra, il Reich tedesco, guidato dal nazionalsocialismo, saprà condurre l’Europa verso un «nuovo ordine». Ma prima occorre vincere il bolscevismo. Perché «il senso ideologico (weltanschaulicher) ultimo di questa guerra può essere solo quello di eliminare definitivamente l’ideologia del bolscevismo, che dalla rivoluzione russa dell’anno 1917 inquieta l’intera Europa. Che cosa dovrebbe attendersi il Cristianesimo, di qualsiasi confessione, se le trincee militari e spirituali non contenessero l’assalto del bolscevismo?». Attaccandosi a deboli appigli, Hudal fa riferimento ad un editoriale di un certo Fritz Zierke, nel Völkischer Beobachter del dr. Goebbels del 15 dicembre 1942, che prometteva «tolleranza e mutua comprensione» per le nazioni minori in una Charta Europaea.

Questa fu l’ultima affermazione pubblica della irrealistica tesi di mons. Hudal. Nel giro di pochi mesi egli l’abbandonò, ma ne conservò la nostalgia. Nel marzo 1943, in seguito al fallimento del suo tentativo segreto, tramite il dr. Waldemar Meyer e i nazisti «conservatori» del ministero della Propaganda, di ottenere un vistoso mutamento della politica religiosa e razziale del Reich, desistette dal suo «vasto disegno».

«Così, con cuore sanguinante, mi separai dall’ideologia di un nazionalsocialismo cristiano, ma anche dal sogno di un venturo Grande Reich tedesco federativo, con Berlino e Vienna come metropoli guida della cultura e con l’Austria come ponte di mediazione fra le culture germanica, slava e romanica nella regione danubiana, come isola del progresso […]» (20).

Fra la sorpresa generale, nel giugno 1944 egli da tedesco che era tornò austriaco, fu copresidente del Comitato Austriaco di Liberazione di Roma e cominciò a scrivere articoli sul ruolo dell’Austria nel ... «nuovo ordine» (21).

Fra coloro a cui il rettore dell’Anima inviò le sue ottimistiche valutazioni della situazione religiosa sotto il nazismo vi era anche il gesuita tedesco padre Robert Leiber, per molti anni segretario del cardinal Pacelli e poi di Pio XII per le questioni tedesche. Scrivendo dall’Università Gregoriana, dove era professore di storia, il 10 febbraio 1943 questi diceva di aver ricevuto le 28 pagine della Risposta al prof. Orestano, ma nello stesso tempo esprimeva assai chiaramente il suo disappunto:

«Non riterrei però corretto da parte mia non aggiungere che, con mio grande dispiacere, non sono d’accordo con il contenuto dello scritto. Tralasciando una serie di punti che si prestano ad essere contestati, Orestano aveva posto la domanda, se la Germania nazionalsocialista si immaginasse il futuro dell’Europa come cristiano o non cristiano. A questa domanda, posta chiaramente, le parole e i fatti degli ultimi dieci anni danno una risposta inequivocabile con chiarezza schiacciante. Spero che Vostra Eccellenza non se ne avrà a male per la mia schiettezza» (22).

Si è già menzionato il lungo commento all’articolo di Orestano apparso sugli Apologetische Blãtter (ora Orientierung) diretti dal gesuita svizzero padre Mario von Galli. Un numero posteriore, del 25 febbraio, dava anche ampia notizia della Risposta di mons. Hudal, e concludeva con questa valutazione delle eccessive semplificazioni del vescovo:

«Il peso dell’ideologia razzista nella Germania di oggi, che Hudal vuol limitare a circoli piccoli ed insignificanti, ci sembra di gran lunga sottovalutato. In ogni caso la sua opinione e sostanzialmente diversa da quella del Papa, che per delle minuzie non invierebbe in tutto il mondo proteste, radiomessaggi ed encicliche sulle persecuzioni religiose. In confronto a queste prese di posizione papali, frutto di cosciente responsabilità, l’ottimismo episcopale di Hudal ci sembra di un’ingenuità quasi infantile».

La religione: un fattore troppo trascurato dagli storici?

Non vogliamo affermare che I’Asse si spaccò e Mussolini cadde per l’inquietudine degli italiani sul futuro della vita religiosa nel «nuovo ordine». Tuttavia l’articolo di Gerarchia rimane una testimonianza contemporanea significativa ed autentica dei sentimenti personali profondi di coloro che negli stessi circoli fascisti erano in grado di operare un cambiamento. Gli storici della crisi dell’alleanza dell’Asse non hanno dedicato che poca o nessuna attenzione alle radici culturali-religiose del collasso. Senza dubbio, altre cause (politiche, militari ed economiche) sono più visibili e più facilmente indicabili; nondimeno l’articolo di Orestano rappresentò a suo tempo un episodio commentato a livello internazionale. Esso trova posto negli stessi archivi da cui e stato tratto il nesto della storia degli ultimi giorni dell’Asse. Si deve quindi supporre negli studiosi una certa miopia o insensibilità o incapacità di cogliere la dimensione culturale e ideologica, nella quale un posto privilegiato spetta ai valori religiosi.

È vero che le alleanze fra parti «incompatibili» non sono un fatto del tutto sconosciuto o privo di risultati. La Francia, la più antica figlia della Chiesa, scandalizzò la cristianità alleandosi con il Turco. E non è neppur vero che il conflitto di coscienza riguardasse solo l’Asse. Dopo il 1941, i governi britannico ed americano dovettero impegnarsi a spiegare — non sempre in modo convincente — il significato degli aiuti all’Unione Sovietica. Quest’ultima non poteva essere separata dal comunismo più di quanto il Reich non fosse separabile dal nazionalsocialismo. Anche in campo alleato il fattore culturale-religioso si affermava come rilevante all’interno di una alléanza fra parti «incompatibili».

Il prof. Francesco Orestano morì il 20 agosto 1945, all’età di 75 anni. Un redattore dell’Osservatore Romano, il 23 agosto, scriveva di lui: «È morto cristianamente, cattolicamente, perché la filosofia per lui non fu un problema tecnico di gnoseologia, ma un problema morale: il problema, anzi, della vita» (23).

Oltre al problema politico della fine di un’alleanza, vi è dunque anche il problema personale della coscienza individuale implicata nelle esigenze della situazione politica. L’Accademico e l’Ecclesiastico condividevano la stessa ripugnanza per le dottrine di Rosenberg, Streicher, Baldur von Schirach, per non parlare di Nietzsche. Ambedue avevano la loro visione politica, su cui influiva la loro qualità di persone che avevano cittadinanza in due mondi. La soluzione non è sempre felice e certamente non priva di sofferenza o di drammaticità. Questa è forse la lezione più profonda del confronto, in mesi di crisi, fra il Professore ed il Prelato.

(1) Ringraziamo il prof. Riccardo Orestano e la sorella Eliana per averci gentilmente concesso di accedere alle carte del padre, consultarle e citarle. L’articolo in questione è: F. Orestano, La vita religiosa nella nuova Europa, in Gerarchia, XXI, n. 12, dicembre 1942, 476-484. La memorie di mons. Hudal sono pubblicate nel volume: A. C. Hudal, Römische Tagebücher. Lebensbeichte eines alten Bischofs, Graz-Stuttgart, Leopold Stocker Verlag, 1976, 8°, 324. DM 39,80.
(2) Bonn, Auswärtiges Amt. Staats-Sekretariat, Inland I-D. Italien. Bd. 2 (1941-44).
(3) J. Goebbels, Diario intimo, Milano, Mondadori, 1948, 339. I commenti di Goebbels sono la migliore conferma dei timori di Orestano.
(4) Radio Londra, 1940-1945. Inventario della trasmissioni per I’Italia. A cura di M. Piccialuti Caprioli. Ministero per i beni culturali ed ambientali. Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Roma 1976. Vol. II, 297. L’Italia (Milano) pubblicò il testo di Orestano sunteggiato in puntate successive, il 13, 15 e 17 dicembre. L’Avvenire (Roma) ne riportò citazioni il 17 e il 19 dicembre, mentre l’Osservatore Romano il 20 dicembre pubblicò quasi un’intera colonna di citazioni, senza commento. In Svizzera fu pubblicato quasi integralmente dagli Apologetische Blätter (Zurigo) il 12 gennaio 1943, con l’annotazione che citazioni erano già apparse nella Tageszeitung (Zurigo) e nel Bund (Berna). The Tablet (Londra) pubblicò un ampio testo il 23 gennaio. Una pubblicazione italiana vicina ai circoli ufficiali, l’Augusteo del 1°-15 gennaio, raccomandava I’articolo ai suoi lettori per il «coraggio» nel dire cose che andavano dette. In Ungheria esso fu diffuso da Forum, un giornale promosso dall’Italia. Da Bucarest, il sottosegretario di Stalin per la Propaganda, Alexandru Marcu, inviò il 9 maggio 1943 ritagli di giornali rumeni. Invece Giulio Evola, notoriamente razzista, attaccò l’articolo su La Vita Italiana di febbraio, ad ancor più duramente su Regime Fascista del 18 maggio. Evola accusava Orestano di cercar di creare un neoguelfismo e di restaurare l’antica posizione del papato.
(5) Römische Tagebücher, cit., 19.
(6) Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale. Vol. 7. Città del Vaticano 1973, 249-250.
(7) Tuttavia non furono permesse ristampe dell’articolo, anche quando la domanda di copie fu notevole. Invece si ebbero moltiplicazioni ciclostilate per venire incontro alle richieste (probabilmente con l’appoggio della Reale Accademia), ed anche copie singole dattilografate. L’articolo fu riprodotto in l’Ordine Nuovo (nn. 27-28, 16 genn.), una collezione di articoli italiani ad esteri, per un pubblico limitato di funzionari del governo e del partito. Don Giovanni Rossi scrive che il prefetto di Perugia, Tito Canovai, rifiutò il permesso di riproduzione in Il Regno (Assisi), in seguito ad una direttiva di Bernardo Mezzasoma, uno dei quattro vicesegretari del PNP, impartita a nome di Pavolini. Fra le altre lettere di congratulazioni ad Orestano vi furono quelle del card. Salotti e del padre Riccardo Lombardi. Il ministro di Svezia presso il Quirinale, Joen-Carlsson Lagerberg, dichiarò che era divenuto impossibile trovare copie di Gerarchia. Un letterato ben noto a Roma, il protestante tedesco Werner von der Schulenburg, propose con entusiasmo un dibattito aperto sull’argomento. Più tardi, l’8 aprile, egli rivelò ad Orcstano l’interessante notizia che le autorità di Berlino avevano proibito una simile iniziativa: «È stato emesso dal governo tedesco un rigorosissimo decreto, il quale proibisce categoricamente qualsiasi pubblicazione riguardante il destino futuro delle due Chiese». Si trattava probabilmente di una direttiva dello stesso Goebbels che, se autentica, mette in rilievo la preoccupazione dei funzionari del Reich a proposito del problema sollevato da Orestano «sulla vita religiosa nella Nuova Europa».
(8) «[…] einen seelisch erschütterten Menschen» (Römische Tagebücher, cit., 11).
(9) Römische Tagebücher, cit., 263.
(10) Ivi, 298. È stato soprattutto il caso di Waechter che ha ispirato ad alcuni autori il ritratto di Hudal come capo e centro di una vasta organizzazione per aiutare i criminali di guerra nazisti, come Adolf Eichmann, a fuggire in America Latina. Questi scritti, con le evidenti confusioni di identità, sia di persone sia di istituzioni, tradiscono spesso la mancanza di conoscenza reale dei fatti. Ma lo stesso mons. Hudal non ha mai smentito categoricamente le accuse e, in verità, nelle memorie manifesta chiaramente il suo atteggiamento personale. Egli scrive che dopo il 1945 dedicò la sua assistenza caritativa principalmente agli antichi fascisti e nazisti. Ma mons. Hudal poteva legittimamente sostenere di aver assistito anche antifascisti ed ebrei. Ben nota è la sua lettera del 16 ottobre 1943 al Generale Comandante tedesco in Roma contro l’arresto degli ebrei. Egli rivela che l’appello era auto ispirato dal nipote di Pio XII, il principe Carlo Pacelli (p. 215). Sugli interventi di Hudal a favore degli ebrei cfr anche Actes et documents du Saint Siège…, Vol. 6 (1972), 18.
(11) Probabilmente si trattava di Wolfgang Müller-Clemm, un alter Kämpfer (vecchio combattente) già caporedattore del giornale di Goering, la Essener Nationalzeitung..
(12) Römische Tagebücher, cit., 262. Abbiamo già parlato della missione di Waldemar Meyer, nella quale fu coinvolto anche Goebbels, e del ruolo del vescovo Hudal nell’articolo: Goebbels e il Vaticano nel 1943. Un enigma risolto, in Civ. Catt.. 1974 IV 130-140. . Non c’è bisogno di dire che mons. Hudal non informò mai la Santa Sede della sua iniziativa personale.
(13) Römische Tagebücher, cit., 132.
(14) Ivi, 127.
(15) Ivi, 118 s.
(16) Come tempo dell’udienza, Hudal indica l’ottobre 1934. Invece l’Osservatore Romano registra un’udienza il 30 ottobre 1935 e non menziona mai Hudal nel 1934. Anche la reazione del vescovo di Münster, Clemens von Galen, fu la stessa. Egli disse ad Hudal: «Lei si sbaglia. Con questa gente non c’è nulla da fare, sono ciechi. Simili canaglie non meritano che ci si occupi di loro in questo modo in serie opere scientifiche (Römische Tagebücher, cit., 140).
(17) Römische Tagebücher, cit., 129.
(18) Ivi, 119.
(19) Stampato privatamente da una tipografia vicina all’Anima, «finito di stampare il 20 gennaio 1943». Non è menzionato nei Römische Tagebücher.
(20) Römische Tagebücher, cit., 20.
(21) Ad esempio, Il problema dell’Austria, in La Realtà Politica, 15 aprile 1945. Egli seppelliva l’Anschluss con questa raccomandazione: «Sarebbe molto desiderabile che fosse compresa tra le condizioni d’armistizio l’evacuazione immediata dall’Austria delle armate tedesche, della Gestapo e di tutti i nazisti del Reich che penetrarono in Austria dopo il marzo 1938».
(22) Copia contenuta fra le carte del defunto prof. Burkhart Schneider S.I. Fra Leiber ed Hudal vi era una corretta ostilità. Nei Tagebücher, lamentando la decisione del Vicariato di Roma contraria alla pubblicazione di una breve preghiera per i soldati caduti all’Est, il vescovo scrive di aver ricevuto da Leiber la risposta «che la Russia sotto un certo aspetto conduceva una guerra santa per la patria». Ed egli annota: «È difficile andare più in là nell’odio contro la Germania» (p. 213).
(23) In Civ. Catt. 1945 IV 157-167, il padre F. Selvaggi scrisse un lungo articolo di valutazione della sua opera filosofica. Nel periodo che ci interessa Orestano fu ricevuto due volte dal Papa. Il 14 giugno 1943 egli vide il Pontefice in un’udienza speciale, insieme con il maestro generale dei domenicani, padre Gillet, e con il padre Laurent, anch’egli domenicano. Il 31 gennaio 1944, l’intera famiglia Orestano fu ricevuta in udienza privata. La figlia ricorda che era un giorno terribilmente freddo. Le camere papali non erano riscaldate ed il Santo Padre era seduto con una coperta sulle gambe. In lontananza si udivano i rumori della guerra: infuriava la battaglia per la testa di ponte di Anzio. Ella ricorda che il Papa era preoccupato per lo spettro della fame che minacciava la sua amara città, allora piena di sfollati.

© Civiltà Cattolica
Si ringrazia il Direttore GianPaolo Salvini S.I. per aver concesso la riproduzione dell’articolo.

 


 
   

Links Correlati

· Inoltre Totalitarismo
· News by Leggendanera


Articolo più letto relativo a Totalitarismo:
Politica gnostica

 

   

Valutazione Articolo

Punteggio Medio: 4.5
Voti: 2


Dai un voto a questo articolo:

Eccellente
Ottimo
Buono
Sufficiente
Insufficiente

 

   

Opzioni


 Pagina Stampabile Pagina Stampabile

 

 

 
Totus Tuus Banner Exchange
Totus Tuus Banner Exchange


Iscriviti alla mailing list degli aggiornamenti del sito spedendo una mail
senza oggetto a questo indirizzo: leggendanera-subscribe@yahoogroups.com



Vai a Totus tuus



Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n.62, si dichiara che questo sito non rientra nella categoria
di "informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari.
Il materiale riportato nel sito www.kattoliko.it/leggendanera è pubblicato senza fini di lucro e a scopo di fini di studio,
commento, didattici e di ricerca. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno celermente rimosse.








banner 140x126

Engine WL-Nuke - Powered by WebElite