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Il grido silenzioso



 

Il piano straordinario di Hitler per distruggere la Chiesa
 di Robert A. Graham S.I.

Il Warthegau, inquietante banco di prova dell’ideologia anticristiana di Hitler. Un delirante progetto di annientamento della Chiesa in 13 punti: il Cristianesimo non avrebbe avuto alcun futuro nel Terzo Reich.


[Da «La Civiltà Cattolica», quaderno 3474, 1995, I, 359-366]

Il pensiero di Adolf Hitler riguardo al cristianesimo traspare inequivocabilmente dagli scritti ideologici nazisti, come il Mein Kampf, di cui fu lui stesso autore, e il Mythus di A. Rosenberg. Si trattava di un’avversione fanatica, unita a una passione per la distruzione. Ma come doveva essere messa in pratica e realizzata questa ideologia? In parte, naturalmente, grazie ai tradizionali metodi di violenza: arresto dei sacerdoti, chiusura di scuole e conventi, soppressione della stampa cattolica, odiosa propaganda anticristiana mirata a gettare discredito sulla Chiesa. Queste erano le forme classiche utilizzate dai poteri repressivi.

Ma la crociata di distruzione nazista si spingeva ancora più oltre, in un modo mai immaginato neppure negli anni più bui delle altre persecuzioni. Hitler mirava a colpire la struttura stessa della Chiesa, con la manifesta volontà di eliminarla completamente come forza identificabile.

Il Warthegau, banco di prova dell’ideologia anticristiana

La «prova generale» fu fatta a partire dal 1940 in un zona della Polonia Occidentale che era stata annessa tout court al Reich. Essa era denominata Warthegau e dipendeva direttamente da Hitler, che era libero di disporne a suo piacimento. Qui si verificò una drammatica battaglia contro la Chiesa, il cui significato è generalmente sfuggito all’attenzione e alla comprensione degli storici. Il piano dei nazisti rappresentava una terribile minaccia per la Chiesa, in definitiva più pericolosa della campagna di arresti e di requisizioni. Il pericolo appariva con maggiore evidenza proprio in questo angolo del nuovo impero nazista e faceva presagire il disastro finale della Chiesa nello stesso Reich. Questo era il significato dell’aggressione perpetrata ai danni della Chiesa, che fece dire a Pio XII nel 1942, rivolto ai suoi più stretti collaboratori: «Una vittoria dell’Asse significherebbe la fine del cristianesimo in Europa» (1).

Il Warthegau, o Wartheland (di cui Poznań é una delle città principali), chiamato così perché la regione ê attraversata dal fiume Warta, comprende l’arcidiocesi di Gniezno e Poznań, buona parte della diocesi di Wloclawek e di Lódź e ma piccola parte della diocesi di Varsavia e Czestochowa. Esso contava 4-500.000 abitanti, in maggioranza polacchi e cattolici. Qui gli ideologi nazisti si proponevano di creare mo Stato «modello» secondo gli autentici ideali nazisti, apertamente ostili alla Chiesa.

La storia del Warthegau ê stata principalmente considerata dagli storici solo come un tentativo particolarmente aggressivo di «germanizzazione» da pane dei nazisti. Questo è indubbiamente esatto, per quanto importante. Ma «depolonizzazione» non significava, come ai tempi di Bismarck, trasformare i polacchi in tedeschi. Il programma prevedeva piuttosto la deportazione dei polacchi fuori del Gau e, allo stesso tempo, l’insediamento, al loro posto, di migliaia di tedeschi (Volksdeutsche) provenienti dall’area dell’Est (Paesi Baltici, Bucovina, Bessarabia ecc.).

Sarebbe però sbagliato credere che tale drammatico mutamento di popolazione non avesse nulla a che vedere con la situazione religiosa. Questo significherebbe sottovalutare e ignorare i progetti a lungo termine dei nazisti. Gli ideologi del partito non potevano perdere un’occasione d’oro come quella. Avevano infatti a portata di mano l’opportunità di creare, nelle migliori condizioni desiderabili, la società del futuro, edificandola sulle fondamenta dell’ideologia nazista. Il Warthegau doveva diventare il modello, il banco di prova delle più importanti dottrine naziste. Era un Mustergau, un Versuchungsgau, un Exerzierplatz. Chi fossero i veri responsabili di questo allucinante progetto non si ê mai saputo (il principale indiziato ê Martin Bormann), ma essi rappresentavano fedelmente l’autentico pensiero del nazionalsocialismo e dello stesso Hitler. Se esso fosse stato portato. alle sue estreme conseguenze — ovvero se Hitler avesse vinto la guerra — avrebbe sicuramente significato la fine del cristianesimo in Germania.

La separazione dei cattolici

Una crisi ai vertici della Chiesa polacca nel Warthegau contribuì ad aggravare la situazione. Il primate di Polonia, card. August Hlond, arcivescovo di Gniezno e Poznań, era in esilio sin dai primi giorni della guerra e il rientro in patria gli era interdetto. Lo stesso avveniva per Carlo Radonski, vescovo di Wloclawek. Altri vescovi vennero rimossi fisicamente dalle loro sedi oppure venne loro impedito di compiere qualsiasi attività. Nel frattempo la mano pesante dell’occupazione nazista dava i suoi frutti. I preti polacchi venivano arrestati e tradotti nei campi di concentramento (oppure uccisi) in una percentuale molto superiore rispetto al resto della Polonia. Il clero polacco era infatti considerato il punto di riferimento dello spirito polacco. Venne avviata una rigorosa separazione dei tedeschi dai polacchi, con conseguenze catastrofiche per la vita religiosa.

Ai cattolici tedeschi e polacchi venne proibito d’incontrarsi in chiesa; i cattolici non potevano confessarsi in polacco e il confessore stesso era sempre esposto a facili denunce da parte di sedicenti penitenti. Un prete di lingua polacca non poteva esercitare il suo ministero neppure presso i malati in ospedale (dove uomini e donne laici portavano l’Eucaristia in segreto). Si sviluppò quindi l’abitudine dell’«assoluzione generale», al fine di eludere la proibizione delle confessioni in polacco, oppure dove il numero dei sacerdoti di lingua tedesca era insufficiente. Si giunse addirittura al punto che i polacchi non potevano neppure sposarsi prima di aver raggiunto un’età prestabilita (almeno non secondo la legge civile). Gli occupanti ritenevano che questo fosse un modo per ridurre la popolazione polacca.

In nessun altro luogo della Polonia occupata la vita pastorale e religiosa era così dura come nel Warthegau. Le misure ora descritte, infatti, sotto l’occupazione tedesca non vennero applicate da nessun’altra parte, come ad esempio nel cosiddetto Governatorato Generale. Esse non furono neppure applicate ad altre zone della Polonia, annesse, come il Warthegau, alla Germania (Danzica-Prussia Occidentale e Slesia Superore). Perché questa differenza? Perché il Warthegau occupava un posto speciale nei progetti dei nazisti e aveva più a che fare con la «decristianizzazione» che con la «depolonizzazione».

Il progetto di annientamento della Chiesa

La prima rivelazione sul minaccioso destino che incombeva sul Warthegau giunse negli ultimi mesi del 1940, dopo la campagna di Francia. L’euforia della vittoria sul nemico tradizionale aprì la strada a una discussione esplicita sul futuro del Reich e del nazismo. Un ufficiale diede notizia in via riservata delle intenzioni dei nazisti in una ristretta riunione di dirigenti del partito. Qualcuno le riportò diffusamente per iscritto e il suo resoconto riuscì a raggiungere prima i circoli evangelici (protestanti) e poi quelli cattolici. Il portavoce dei nazisti accennava esplicitamente alla morte della Chiesa e della religione a opera di Hitler. Il discorso ai funzionari nazisti fu tenuto due volte a Wiesbaden, la prima l’8 novembre 1940, la seconda due giorni dopo. Gli ospiti invitati erano gli ufficiali locali del partito nonché dirigenti delle SS, delle SA e della Gioventù Hitleriana. L’oratore era un certo Ruder, Gauschulungsleiter (responsabile per l’educazione) a Francoforte.

Il cristianesimo era destinato a scomparire dalla Germania nazista, aveva annunciato senza mezzi termini Ruder. Poi aveva spiegato come questo sarebbe avvenuto: «Il posto che il cristianesimo occupa ora in Germania non può rimanere tale. Non c’ê posto per le Chiese cristiane – evangelica o cattolica – nel nuovo assetto della Germania. Anche i conventi devono scomparire. E non si dica che l’eliminazione delle Chiese non corrisponde ai desideri del Führer e che non dovrebbe essere tentata ora, in tempo di guerra. È un’affermazione falsa. Come prova che il Führer vuole la sparizione delle chiese basti guardare alla nuova organizzazione del Warthegau. È vero che la nuova popolazione ivi stanziata é autorizzata ad avere con sé un sacerdote, ma questi non verrà pagato e dovrà quindi lavorare e non in un posto comodo. Infatti dovrà fare un lavoro molto umile. Il battesimo dei bambini non è ammesso. Chiunque voglia praticare la religione deve risultare iscritto a qualche associazione, ma non prima dei 21 anni di età. Il presidente di questa associazione può agire come un pastore. Che questi siano i desideri del Führer lo dimostra il fatto che egli ha incaricato il Gauleiter del Warthegau di seguire tale strada. Dobbiamo dedurne che tali direttive saranno valide anche per noi. Ciò che diciamo oggi ê per vostra informazione. I leader locali del partito e altri devono preparare la gente a questo, cosicché nessuno sia sorpreso quando il Führer darà ordini in tal senso» (2).

I «13 Punti» contro la Chiesa

Era un quadro molto fosco. Ed era molto più che una presa di posizione personale di un propagandista locale del partito (Redner). Ruder parlava perché era a conoscenza della strategia globale nazista. Il suo particolare contributo consisteva nel dare risalto alle finalità anticristiane, prima nel Warthegau e poi altrove. Il programma a cui Ruder fa riferimento si trova nel decreto del Reichsstatthalter e Gauleiter Arthur Greiser, datato 14 marzo 1940, ovvero addirittura prima della campagna di Francia. Esso conteneva 13 punti, ognuno dei quali era una pugnalata alla vita della Chiesa.

Possiamo riassumerli come segue:

1) Non esistono Chiese nel senso inteso dal diritto pubblico, ma solo comunità religiose, come associazioni, congregazioni od organizzazioni.
2) La direzione non spetta alle autorità (Behörden), bensì alla sola associazione.
3) Di conseguenza, nella zona non possono esserci questioni di leggi, istruzioni o decreti.
4) Queste associazioni non hanno alcun collegamento né alcun legame di carattere giuridico, finanziario o amministrativo con gruppi esterni al Gau.
5) Solo le persone adulte possono diventare membri di queste associazioni, tramite una dichiarazione scritta.
6) I movimenti confessionali, come i gruppi giovanili, vengono aboliti e proibiti.
7) Ai tedeschi e ai polacchi è vietato incontrarsi nella stessa chiesa.
8) L’insegnamento per la cresima non può essere impartito nelle scuole.
9) Alle associazioni non è permessa nessuna attività finanziaria, eccettuate le quote d’iscrizione all’associazione.
10) Le associazioni non possono avere alcuna proprietà come edifici, case, terreni o cimiteri, eccettuato lo spazio riservato al culto.
11) Alle associazioni ê vietato impegnarsi nell’assistenza sociale, che è interamente riservata alle sezioni del partito nazista.
12) Tutte le fondazioni e i conventi devono essere chiusi, in quanto non sono compatibili con lo spirito tedesco e con la politica della popolazione.
13) Nelle associazioni sono ammessi solo sacerdoti del Warthegau, che devono comunque esercitare un’altra professione.

Questo decreto (mai pubblicato ufficialmente) venne fatto pervenire in Vaticano dal card. Adolf Bertram di Breslavia il 14 aprile 1941 (3). Dalla lettura dei «13 Punti» si comprende molto bene ciò che i nazisti intendevano quando affermavano che non c’era «nessun posto» per il cristianesimo nel mondo nazista. Questo era vero alla lettera. Infatti che cosa rimane della Chiesa — cattolica o protestante — in una simile visione? È vero che era permesso a piccoli gruppi di soli adulti — guidati da un pastore part-time — di associarsi per scopi religiosi, ma questo era il massimo delle concessioni. Non esisteva più alcuna Chiesa, né giuridicamente né di fatto; non c’era più comunione ecclesiale; non c’era alcun vincolo di unione tra i credenti; la vita ecclesiale come tale non era permessa; non c’era autonomia per dirimere gli affari ecclesiali; non c’erano né vescovi né preti. Le manifestazioni ordinarie della vita della Chiesa erano state abolite: non era permessa alcuna opera di carità né l’educazione religiosa. Non solo le veniva negata la personalità giuridica, ma anche le possibilità materiali: era vietato raccogliere collette per sostenere l’opera della Chiesa. I membri della Chiesa evangelica non potevano avere rapporti con la Chiesa madre nel Reich; i cattolici, dal canto loro, non potevano avere alcun rapporto con il Papa a Roma.
Si trattava di un bisturi chirurgico ben affilato per distruggere il cristianesimo, che aveva almeno il pregio della chiarezza. Era anche una testimonianza dell’intenzione deliberata, e folle, dei nazisti di uccidere, un monumento alle fantasie degli ideologi del nazismo. Non era più questione di «separazione tra Chiesa e Stato», bensì della eliminazione della Chiesa. Naturalmente si trattava di un progetto poco realistico, nonostante lo strapotere dei nazisti sul continente. Infatti esso non prendeva in considerazione la ferma resistenza che avrebbe incontrato nella realtà da parte dei credenti impegnati, cattolici o protestanti che fossero. Inoltre era inevitabilmente destinato a essere inghiottito dalle sabbie mobili degli ultimi mesi di guerra.

Il decreto del «Gauletter» Greiser

È superfluo, a questo punto, rilevare anche che i «13 Punti» erano in diretta contraddizione con i più elementari princìpi del diritto canonico. Essi suscitarono nella Santa Sede, a livello delle idee, le più serie preoccupazioni per il futuro della Chiesa nella eventualità di una vittoria nazista.

Il momento cruciale del diabolico piano mirato a distruggere il cristianesimo fu il decreto del Gauleiter Greiser del 13 settembre 1941. In questa data venne annunciata l’esistenza giuridica della «Chiesa Cattolica Romana di Nazionalità Tedesca nel Distretto del Reich di Wartheland», che avrebbe avuto solo lo status di un’associazione di diritto privato. Uno status analogo fu attribuito alle diverse Chiese evangeliche. In altre parole, la Chiesa cattolica tradizionale e le rispettive Chiese protestanti cessarono di esistere come entità di diritto pubblico. Le nuove norme applicavano in maniera più dettagliata il «decreto», mai reso pubblico, del 14 marzo 1940. L’idea di fondo che lo motivava era la divisione delle comunità cattoliche tedesca e polacca.

Il decreto Greiser del 13 settembre 1941 fu recepito con molta preoccupazione dalle comunità tedesca e polacca. Esse scrissero piene di ansia al Papa due lettere separate ma concertate insieme, datate ambedue 26 settembre. Gli autori di parte polacca erano i due vicari generali di Gniezno e Poznań, mentre per i tedeschi tre autorevoli prelati. Già indebolite e disorganizzate dalle aggressioni naziste, le due comunità si rendevano conto che il nuovo decreto era foriero delle peggiori prospettive. La soluzione che esse proponevano era la creazione, da parte dell’autorità pontificia, di due amministratori apostolici, uno per la comunità polacca, l’altro per quella tedesca. Solo in questo modo, affermavano, la Chiesa avrebbe potuto rimanere salda nel pericolo presente. L’appello proveniente dal Warthegau era insistente e disperato e ad esso Pio XII rispose immediatamente, nominando i due amministratori apostolici come gli era stato richiesto. La nuova struttura aveva almeno il vantaggio di ripristinare una sorta di ordine e di facilitare le decisioni da prendere.

Furono avviati i negoziati con le autorità delle forze di occupazione, alla ricerca di una comune intesa, ma con scarsi risultati. Il 28 luglio 1942, l’amministratore apostolico per i cattolici tedeschi, il conventuale p. Hilarius Breitinger, scriveva al Papa in termini molto pessimistici. La situazione dei cattolici, polacchi o tedeschi che fossero, continuava a essere grave. La gente comune arrivava persino a chiedersi se il Papa non avesse dimenticato la Polonia: «Può esistere Dio se sono possibili simili ingiustizie?».

Breitinger cominciava la sua lettera spiegando che ciò che stava avvenendo nel Warthegau era in programma anche per il Reich e perciò rivestiva la massima importanza per il futuro della Chiesa in Germania. Secondo l’Amministratore apostolico, nel Warthegau i responsabili della propaganda del partito andavano divulgando il fine ultimo dei provvedimenti adottati dai nazisti: l’annientamento della vita e del pensiero cattolici nonché del cristianesimo in generale. Egli scriveva infatti: «In molti incontri dei responsabili politici, autorevoli personalità dello Stato hanno riferito indicazioni segrete secondo le quali lo scopo della politica tedesca era annientare tutti i legami confessionali nel Reich tedesco e creare un Reich libero dal cristianesimo». Messaggio analogo a quello del Gauschulungsleiter Ruder nel 1940. Breitinger venne a sapere che i mezzi e le modalità per perseguire questo fine erano stati collaudati nel Warthegau (4).

Le proteste della Santa Sede

Durante tutti quei mesi, il nunzio apostolico a Berlino, l’arcivescovo Cesare Orsenigo, bombardava di proteste il Ministero degli Esteri contro l’intrusione nella vita religiosa degli abitanti del Warthegau, ma riceveva in cambio solo risposte evasive. Infatti il Gauleiter del Warthegau, Arthur Greiser, dipendeva direttamente dal Führer e rifiutava di obbedire al Ministero, sostenendo di avere una «missione speciale». Nel Warthegau la battaglia proseguì in circostanze sempre pin difficili. Il 2 marzo 1943, il card. Segretario di Stato, Luigi Maglione, inviò a Berlino un resoconto dettagliato di tutte le lagnanze presentate dalla Santa Sede contro la politica di occupazione del Reich, soprattutto in Polonia. Per quanto riguardava il Warthegau, il Cardinale deplorava il principio della divisione della popolazione, per motivi religiosi, in polacchi e tedeschi, come il divieto dell’uso del polacco nelle funzioni sacre c addirittura nelle confessioni e specialmente la proibizione fatta ai polacchi di sposarsi entro certi limiti di età. Il Cardinale Segretario metteva in evidenza i danni causati dalle «due nazionalità», enunciando a chiare lettere la caratteristica di «separazione» del Warthegau: «Inoltre in materia di culto e di sacre funzioni ci fu la più rigorosa separazione tra fedeli di nazionalità tedesca e fedeli di nazionalità polacca, fu proibito ai cattolici polacchi di frequentare luoghi di culto officiati da sacerdoti tedeschi, come pure ai fedeli tedeschi di assistere a funzioni celebrate da sacerdoti polacchi; s’impone e si continua a imporre l’osservanza di tale separazione anche nelle più gravi circostanze, e persino in punto di morte con la conseguenza di privare frequentemente i fedeli del conforto degli ultimi sacramenti. […] Quello poi che merita particolare menzione è che, in contrasto con i diritti di natura e con le stesse disposizioni accolte dai codici di tutte le nazioni, per la celebrazione dei matrimoni da pane dei polacchi si fissò il limite minimo di 28 anni di età per gli uomini e di 25 anni per le donne».

Arthur Greiser, Obergruppenführer delle SS, ex Reichsstatthalter e Gauleiter del Wartheland, venne impiccato sulla pubblica piazza di Poznań il 21 luglio 1946. Egli era nato in quella provincia ed era stato educato nella religione evangelica, ma aveva apostatato dal cristianesimo a causa, a suo dire, della «separazione tra Stato e Chiesa». Con l’approssimarsi dell’Armata Rossa — e la dissoluzione del regno di terrore che egli aveva instaurato per cosi lungo tempo nel Warthegau — Greiser fuggi in Occidente, solo per essere arrestato e consegnato ai polacchi. A questo proposito non va tralasciato il fatto che, a seguito dell’appello rivoltogli da Greiser o dalla sua famiglia, Pio XII intervenne presso le autorità polacche affinché gli fosse risparmiata la vita. Questo gesto di carità cristiana venne duramente criticato da Mosca quale prova del desiderio del Vaticano di risparmiare i criminali di guerra. Dopo ciò che è stato detto nelle pagine precedenti, Pio XII, anche come una delle vittime principali del feroce piano nazista di distruzione del cristianesimo, aveva il diritto di decidere per conto suo se poteva e doveva invocare clemenza per uno dei più grandi persecutori del nostro tempo.

(1) Cfr R. A. GRAHAM, «Ideologia Nazi-Comunista nella Seconda Guerra Mondiale», in Civ. Catt. 1994 II 359.
(2) National Archives, Washington D. C., T 81/185/0335001-05. Lo stesso testo, in forma abbreviata, è reperibile in J. NEUHAESLER, Kreuz und Hakenkreuz, vol. I, München, 1946, 284.
(3) Actes ed documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, vol. III, 393. Un’altra versione si trova in: P. GUERTLER, Nationalsozialismus und evangelische Kirche im Warthegau, Göttingen, 1958, 47-51. Cfr anche M. BROSZAT, Nationalsozialistische Polenpolitik 1939-1945, Stuttgart, 1961. L’Autore non fa menzione dei «Tredici Punti».
(4) Actes ed documents…, cit., 611.

© Civiltà Cattolica
Si ringrazia il Direttore GianPaolo Salvini S.I. per aver concesso la riproduzione dell’articolo.

 


 
   

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