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Il grido silenzioso



 

Ideologia Nazi-Comunista nella seconda guerra mondiale
 di Robert A. Graham S.I.

Nazismo e comunismo: due ideologie anticristiane. La seconda guerra mondiale come conflitto ideologico e guerra di religione nell'analisi di un grande storico gesuita.

[Da «La Civiltà Cattolica», 1994, II, 359-366]

Nel diario del card. Jacques Martin, recentemente pubblicato, leggiamo che Papa Pio XII, l’8 ottobre 1941, disse a mons. Giovanni Battista Montini che «una vittoria dell’Asse significherebbe la fine del cristianesimo in Europa». Questo aneddoto (1) è sorprendente non tanto per la sostanza quanto per il linguaggio; infatti il Pontefice della seconda guerra mondiale non aveva mai reso pubblico un giudizio così pesante. Tuttavia tale resoconto è avvalorato da un’altra fonte, anch’essa di terza mano. Alla fine del gennaio 1941, il card. Pierre Gerlier di Lione fu ricevuto in udienza dal Papa. Nel settembre dello stesso anno egli confidò al pastore protestante Marc Boegner che il Pontefice gli aveva detto personalmente: «Se la Germania vincesse la guerra, io ritengo che sarebbe la più grande sventura che colpirebbe la Chiesa da molti secoli a questa parte» (2).

Il Papa e la minaccia del nazismo

Una previsione cosi pessimistica riguardo alla situazione della Chiesa sotto il nazismo non era una novità in Europa. Nei mesi finali della guerra, il 3 settembre 1944, dopo la liberazione, il card. Jules Saliège di Tolosa dichiarò: «Non dovrebbe sorprendere sentirmi ripetere che, con la sconfitta di Hitler, il cristianesimo è sfuggito al più grande pericolo che lo abbia minacciato dai tempi della sua nascita». Coloro che non erano accecati dalle passioni politiche si rendevano conto di che cosa riservava il futuro. Per i cattolici tedeschi, e in particolare per i loro vescovi, era facile prevedere che una vittoria nazista sarebbe stata seguita da una persecuzione a tutto campo in patria. Avendo mano libera in un’Europa alla sua mercé, Hitler avrebbe schiacciato la Chiesa «come un rospo» (wie eine Kröte). Pio XII era ben consapevole di questa preoccupazione dei vescovi tedeschi e la condivideva in pieno.

Viene spontaneo domandarsi perché allora, se il Papa pensava che una vittoria dei nazisti sarebbe stata cosi disastrosa, non lo avesse detto in modo inequivocabile esortando i fedeli a mobilitarsi contro Hitler. Questo implica una semplificazione grossolana della situazione in cui il Papa si trovava, una situazione incandescente come la guerra nel cuore dell’Europa. Anche oggi al Pontefice vengono suggeriti, in analoghe condizioni, consigli e soluzioni semplicistici. Persone ben intenzionate — e disperate — non riescono a comprendere perché il Papa non si rechi di persona dai governanti e implori i belligeranti, o addirittura ordini loro, di cessare le ostilità.

Pio XII sperimentò una situazione analoga nei giorni che precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale. Il quotidiano inglese Manchester Guardian sosteneva che numerose persone avevano inviato telegrammi al Papa implorandolo di recarsi «immediatamente e personalmente» da Hitler per prevenire una strage a livello internazionale. Il sottinteso era che la Santa Sede non aveva fatto tutto ciò che era in suo potere in favore della pace. L’accusa toccò nel vivo Pio XII, che scrisse di suo pugno la risposta, apparsa su L’Osservatore Romano del 15 settembre 1939. Egli affermava (in terza persona) che Sua Santità aveva esaurito tutte le possibilità che in qualche modo potevano offrire anche la minima speranza di mantenere la pace (3).

Nel 1941 era dunque cosi difficile, o addirittura impossibile, anche per i cattolici europei e americani intelligenti, comprendere ciò che il Papa stava cercando di dire sul nazismo e sui suoi mali? Gli ostacoli erano di natura sia materiale sia psicologica. La carta stampata di ambedue le patti non era una fonte d’informazione affidabile. Le parole del Papa o non venivano pubblicate affatto, come in Germania, o venivano riferite in estratti controllati, come in Italia, o censurate nei punti più significativi, come nella Francia di Vichy. Lo stesso Osservatore Romano riportava rispettosamente tutti i discorsi del Papa, ma si asteneva dall’aggiungere interpretazioni e commenti. La Radio Vaticana invece si spinse oltre, con la conseguenza che gli inglesi, ben contenti del servizio non richiesto, ritrasmettevano la loro versione in Germania.

Ma il Papa non incontrava solo ostacoli materiali per rendere manifeste le sue preoccupazioni. C’erano anche ostacoli di natura psicologica da parte della gente, legati a troppi interessi e pregiudizi. Poteva il Papa dire agli italiani nel 1941 che una «vittoria dell’Asse significherebbe la fine del cristianesimo in Europa»? Quanti italiani gli avrebbero creduto (4)? Per quanto riguarda gli Stati Uniti, tanto per fare un esempio chiaro, le implicazioni degli avvertimenti del Papa andavano nella direzione opposta dell’atteggiamento prevalentemente isolazionista e antibellicista dei cattolici, compresi molti vescovi. Fu solo l’8 dicembre 1941, con la dichiarazione di guerra, che le parole del Papa divennero chiare e digeribili.

Due ideologie anticristiane

Nel 1941, all’apice dell’egemonia nazi-comunista, il Papa ebbe la sua guerra da intraprendere, con le proprie armi, non a livello politico ma a quello delle idee. In quell’anno nelle menti delle persone c’era una grande confusione a causa del «nuovo ordine»; il nazismo e il comunismo sembravano avere le carte vincenti. Il fallimento della democrazia era un tema comune nei commenti politici, che fosse visto in positivo o in negativo. Ma aveva fallito anche il cristianesimo? Questo era argomento di contesa tra alcuni influenti intellettuali francesi, soprattutto tra quelli che si erano radunati a Vichy, colpiti in maniera particolarmente favorevole dalle vittorie dei nazisti. Il drammaturgo Henri de Montherlant parlava in quel senso in uno dei suoi scritti dell’epoca. Abel Bonnard, dell’Accademia Francese, si chiese: «Perché dovremmo aspettarci che il cristianesimo sopravviva più a lungo dell’Impero romano?». A Berlino e a Mosca il cristianesimo era stato cancellato da tempo.

All’aspetto ideologico della seconda guerra mondiale non è stata data l’importanza che esso merita. Troppo spesso gli statisti e gli storici descrivono gli eventi solo da un punto di vista politico e militare. L’ideologia è come l’asino di Buridano: gli storici la lasciano ai filosofi e i filosofi la considerano una pseudoscienza, un trastullo dei giornalisti e dei demagoghi. Ma l’ideologia totalitaria asservì l’Europa per buona parte della seconda guerra mondiale. E proprio il rapporto delle idee con la politica, con l’interpretazione degli eventi contemporanei, con la cultura che fa l’ideologia. Essenzialmente esclusiva, essa non tollera opposizione né rivali. Era inevitabile che, sin dall’inizio, entrasse in violento conflitto con la religione nel campo delle idee. Ciò che era secondario o irrilevante per gli storici e i filosofi era una questione di vita o di morte per la Chiesa cattolica.

Il nazionalsocialismo e il marxismo-leninismo erano le principali ideologie della guerra. Le teorie di Karl Marx, adattate da Lenin, costituivano le fondamenta del comunismo mondiale imperniato sull’Unione Sovietica. Non è necessario ricordare l’aperta e violenta ostilità del marxismo nei confronti della religione, resa operativa in Unione Sovietica. I nazisti, dal canto loro, avevano «Il mito del secolo XX. Una valutazione delle lotte per il rinnovamento spirituale del nostro tempo» (Der Mythus des 20. Jahrhunderts. Eine Wertung der geistigen Gestaltenkämpfe unserer Zeit) di Alfred Rosenberg. Il Mythus venne rapidamente messo all’Indice dal Vaticano all’inizio del 1934. Non si trattava certo di un capolavoro del pensiero speculativo, ma si limitava a formulare sfacciatamente e volgarmente lo spirito radicalmente anticristiano, pagano e razzista del Movimento, diventando in questo modo la «bibbia» del nazionalsocialismo. Si trattava di una lettura obbligata per i membri del partito, il che spiega le numerose ristampe che ebbe negli anni Trenta. Esso ebbe anche altri più sofisticati equivalenti, come il libro di Ernest Bergmann dal titolo La Chiesa nazionale tedesca, il quale sosteneva che il cristianesimo era semita e antitedesco; il cristianesimo predicava pietà e misericordia per il debole, permettendo addirittura al debole di avere figli; la razza era la vera forza del progresso ecc. L’opera di Bergmann venne posta all’Indice dei Libri Proibiti contemporaneamente al Mythus.

Hitler sostenne sempre che il Mythus non era una enunciazione ufficiale del nazionalsocialismo. Ma Rosenberg era il responsabile della «cultura e ideologia» del partito nazista e il titolo altisonante che gli era stato attribuito nella struttura del partito era quello di «Fiduciario del Führer per la formazione intellettuale del partito» (Beauftragter des Führers für die gesamte weltanschauliche Schulung und Erziehung des NSDAP). Una copia del Mythus venne depositata, con le debite cerimonie, sulla pietra angolare del nuovo studio di Norimberga, dove il partito teneva le sue spettacolari adunate. Il saluto simbolico a questa «bibbia» e a tutto ciò che essa rappresentava venne aspramente commentato da L’Osservatore Romano del 21 settembre 1937, in un editoriale di prima pagina scritto — ma non firmato — dallo stesso card. Pacelli. Nel 1946 Rosenberg venne impiccato proprio a Norimberga.

Secondo Rosenberg, la razza, intesa come la razza tedesca, era la punta di diamante della nuova rivoluzione. La «cultura nordica» era la norma per il futuro della Germania. Era una mistica del sangue. Ogni altro valore era nemico, soprattutto il cristianesimo, che, con i suoi dogmi semiti, aveva espropriato il popolo tedesco della sua eredità nordica. Perciò era necessario costruire una nuova «chiesa» sulle rovine della vecchia. I concetti cristiani avevano portato solo degenerazione. Come non c’era alcun posto per il cristianesimo, ancor meno c’era posto per la Chiesa cattolica, per «Roma», la grande avversaria di tutto ciò che era autenticamente tedesco.

Il Mythus apparve a molti come una mostruosità pseudoscientifica, da non prendere in considerazione. Lo stesso trattamento superficiale venne riservato al Mein Kampf di Hitler. Era mai possibile prendere tali libri sul serio? Le cose mutarono radicalmente quando ambedue gli autori raggiunsero i vertici del potere politico. Allora quei testi divennero ideologia, che impose il suo tragico tributo agli eventi umani, controllando le menti e la volontà di migliaia di persone.

Il Partito Comunista Francese e la guerra

In campo comunista, il potere dell’ideologia venne esemplificato in maniera convincente dalla condotta del Partito Comunista Francese nel 1939. Lo storico patto di non aggressione siglato tra Hitler e Stalin il 23 agosto aprì la strada alla guerra. Per mesi e anni il partito aveva denunciato ad alta voce il nazismo o «fascismo», come preferiva definirlo. E aveva numerose buone ragioni per farlo: molti comunisti tedeschi languivano nei campi di concentramento e la stessa Parigi era piena di esuli dalla Germania. Tutto appariva estremamente chiaro. I negoziati di Stalin con Hitler furono come un fulmine a ciel sereno e lo shock fu tremendo.

I comunisti francesi, la cui fede politica era meno salda e la capacità di comprensione minore, abbandonarono il partito disgustati e disillusi. I compagni di cammino non comunisti erano, naturalmente, ancor più disorientati, mortificati e umiliati. Mosca non aveva fatto il minimo accenno a ciò che bolliva in pentola, tantomeno aveva dato istruzioni su come comportarsi a riguardo. Lo scompiglio e l’imbarazzo erano patetici. Gli ideologi del partito esaminavano attentamente le sue passate dichiarazioni alla ricerca di indizi che spiegassero ciò che era accaduto. Non ci volle comunque molto perché il partito si riprendesse e trovasse lumi nell’interpretazione del marxismo-leninismo: Stalin, conclusero le sue menti, con una mossa geniale, aveva inaugurato la storica «guerra imperialista». Grazie al patto stretto con il diavolo, egli aveva allontanato dalla Russia lo spettro della guerra e anzi, addirittura, forse il suo desiderio era stato proprio quello di provocarla. Infatti ora i nazisti imperialisti e le democrazie erano gli uni contro le altre all’inizio di una guerra prevedibilmente rovinosa, che avrebbe visto la fine del capitalismo e aperto la strada alla rivoluzione proletaria. Il partito francese doveva prendere una difficile decisione, che avrebbe avuto un costo molto alto. Esso la mise in atto senza alcuna esitazione, in nome della fedeltà alla propria ideologia.

Prima del voltafaccia sovietico, i deputati comunisti avevano addirittura votato alla Camera a favore del bilancio militare. Ma ora non c’erano dubbi su quale fosse il loro dovere: essi si dichiararono contrari alla guerra. La reazione del Governo a tale influenza demoralizzante era prevedibile: il partito venne bandito e il suo quotidiano, L’Humanité, soppresso. Tuttavia, i membri del partito alla Camera si riorganizzarono sotto un altro nome e, il 9 ottobre, inviarono una petizione a Edouard Herriot, presidente della Camera, nella quale chiedevano immediati negoziati di pace con la Germania. Dopo tanti mesi di denunce nei confronti dei munichois, adesso erano i comunisti stessi a chiedere una nuova Monaco. Alcuni giorni pin tardi, Maurice Thorez, segretario generale del Partito Comunista Francese, disertò dall’esercito e fuggì in Belgio attraversando il confine. Da lì Thorez si recò in Russia, dove rimase. Anche Jacques Duclos, un altro leader del partito, si trasferì in Belgio e da qui ritorno quando i tedeschi entrarono a Parigi.

In tempo di guerra l’ideologia comunista aveva prevalso sul patriottismo francese. La differenza stava nel fatto che Stalin e Hitler erano ora alleati in un patto di non aggressione e, nelle categorie marxiste-leniniste, la guerra aveva quindi cambiato carattere. Per un anno, almeno nella zona occupata, il partito mantenne un atteggiamento discreto. Allo stesso tempo, Stalin non chiese a Hitler il rilascio dei molti comunisti tedeschi, né gli esuli tedeschi in Francia, anche i non ebrei, pensarono per un solo momento di ritornare in patria. Essi piuttosto, se potevano, fuggivano in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. La maggior parte di loro erano stati anche privati della cittadinanza tedesca.

In breve, i comunisti francesi, interpretando fedelmente il materialismo dialettico del marxismo-leninismo, videro nella seconda guerra mondiale la classica guerra «imperialista»., che era stata preannunciata e che, come nel 1917 per la Russia, avrebbe portato alla dittatura del proletariato. Non si può non ammirare la coerenza con cui obbedirono ai dettami del programma del partito. L’opposizione alla guerra, con quello che comportava di slealtà e diserzione, per non dire tradimento, costò loro molto cara. Essa implicò anche la collaborazione con il nemico. Ma nel giugno del 1941 le cose subirono un altro cambiamento radicale. La guerra non era più una «guerra imperialista»: la madrepatria sovietica era in pericolo e Stalin poteva contare su di loro. Compiendo un altro notevole voltafaccia, perfettamente spiegabile in termini d’ideologia, i comunisti francesi entrarono nella résistance, sabotando le installazioni tedesche. Alla fine del 1944 Maurice Thorez, di ritorno dall’Unione Sovietica, riprese il suo vecchio posto, salutato dalla stampa comunista, con uno sfacciato bluff, come un eroe della resistenza. A volte l’ideologia può presentare aspetti comici.

La seconda guerra mondiale è stata una «guerra ideologica»

L’ideologia, con la pretesa di avere una visione globale della vita, può essere una forza distruttiva quando è nelle mani di coloro che hanno un potere assoluto e l’apparato statale sotto il loro controllo. Naturalmente ogni società umana con una missione culturale deve avere una sua «mistica» di qualche genere per offrire direzione e significato. Le idee sono una forza creativa indispensabile di vita. Lo stesso termine «ideologia». può avere un significato legittimo e, in passato, e stato inteso in senso molto ampio per indicare ogni idée-force. Ma il termine è caduto in discredito da quando le due maggiori ideologie del nostro tempo hanno fatto una fine ingloriosa, dopo aver messo il mondo a ferro e fuoco con la guerra e la sovversione.

La seconda guerra mondiale è stata una «guerra ideologica». Anche se c’erano in gioco altri importanti motivi di natura puramente militare o politica, per quanto riguardava il Reich nazionalsocialista gli eventi del 1939-45 furono di carattere ideologico: si trattava del «nuovo ordine». Analogo discorso può essere fatto per l’Unione Sovietica, certamente per il periodo della «guerra imperialista» (1939-41) e anche successivamente.

Si è trattato pure di una «guerra di religione»? Anche in questo caso possiamo dare una risposta affermativa. I leaders nazisti del Reich avevano una violenta finalità antireligiosa che inculcavano nella loro opera ufficiale d’indottrinamento e ispiravano ai loro aderenti, come le SS, da cui essi si attendevano che tagliassero i ponti con i «legami confessionali», ovvero che apostatassero. Più precisamente, essi avevano elaborato, alla luce delle loro concezioni, un piano per la «riorganizzazione» della Chiesa cattolica, che avevano anche cominciato a mettere in pratica. Le Chiese cattolica e protestante in Germania correvano un rischio gravissimo sotto il nazismo. Pio XII era intimamente consapevole del pericolo che «una vittoria dell’Asse significherebbe la fine del cristianesimo in Europa». Perché questa minaccia di distruzione fosse particolarmente grave nel 1941 lo vedremo in un prossimo articolo.

(1) Cfr J. MARTIN, Mes Six Papes, Paris, Mame, 1993, 36.
(2) J. DUCHESNE, Les Catholiques Français sous l’Occupation, Paris, Grasset, 1966, 174.
(3) Actes ed documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, I, 303.
(4) Chiaroveggenza e dubbi non mancavano. La preoccupazione relativa allo schieramento dell’Asse era radicata anche nei circoli fascisti. L’accademico Francesco Orestano pubblicò un articolo clamoroso su Gerarchia del dicembre 1942, nel quale si metteva in guardia contro la minaccia alla religione rappresentata dall’ideologia nazista. L’articolo venne denunciato da Goebbels. In proposito cfr il nostro «La questione religiosa nella crisi dell’Asse», in Civ. Catt. 1977 I 441-455.

© Civiltà Cattolica
Si ringrazia il Direttore GianPaolo Salvini S.I. per aver concesso la riproduzione dell’articolo.

 


 
   

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