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Il grido silenzioso



 

Legge 194, “peggio del terrorismo”
 di Mario Palmaro

«Più grave dell’assassinio di Aldo Moro». Fu questo il drastico giudizio de La Civiltà cattolica, quando nel maggio del ‘78 il Parlamento approvò la legge sull’aborto. Ecco una sintesi di quelle attualissime parole.


[Da «il Timone», n. 72, Aprile 2005]

A distanza di trent’anni dalla sua approvazione — avvenuta il 18 maggio del 1978 — qual è il giudizio del mondo cattolico sulla legge 194? È una buona legge, che e stata semplicemente applicata male? I 5 milioni di innocenti eliminati fino ad oggi sono frutto di un tragico equivoco interpretativo? O sono piuttosto la conseguenza logica e inevitabile di quelle norme?

La Chiesa ha già risposto con assoluta chiarezza a questi interrogativi. E lo ha fatto senza esitazione, nelle stesse ore in cui quel testo sciagurato veniva messo ai voti e approvato al Parlamento italiano. Gioverà in questi giorni ricordare — magari a beneficio di certi accomodanti interpreti della legge 194 — quello che scriveva La Civiltà cattolica in quel maggio del 1978. Sul numero 3070 della storica rivista del Gesuiti — le cui bozze sono tradizionalmente visionate prima della stampa dalla Santa Sede — si può ancora leggere un illuminante editoriale di dieci pagine dal titolo “I cristiani di fronte alla legalizzazione dell’aborto”. Parole pesanti come pietre, pronunciate senza peli sulla lingua, che meritano di essere riassunte a beneficio dei lettori del Timone.

La 194 liberalizza l’aborto

La legge 194 «legalizza l’aborto, anzi lo liberalizza, perché di vera e propria liberalizzazione si tratta, potendo ogni donna praticamente abortire a richiesta nei primi tre mesi di gravidanza».
Quanto avviene al Senato in questi giorni — prosegue La Civiltà cattolica — «è più grave della terribile e sconvolgente vicenda dell’onorevole Aldo Moro» e di «quanto avvenne il 16 marzo in via Fani», luogo dove fu sterminata la scorta dello statista democristiano. «Qui fu commesso un delitto orrendo, ma non fu intaccato il principio del diritto alla vita e alla libertà in base al quale quel delitto è stato unanimemente condannato». Nel Parlamento, invece, «per la prima volta nella storia del Paese viene intaccato il principio del diritto alla vita, cioè il principio fondamentale sul quale si regge non solo Ia vita sociale, ma anche l’ordinamento giuridico italiano».

Vittime innocenti dell’egoismo

Con la 194, lo Stato «riconosce ad alcuni il diritto di disporre della vita di altri secondo i propri interessi egoistici», mettendo addirittura a disposizione le sue strutture e il suo personale.
Si tratta di una discriminazione iniqua perché le vittime «non hanno compiuto nulla che possa aver loro meritato una simile privazione» del diritto alla vita, e non costituiscono un pericolo o una minaccia grave per la vita di altre persone; essi sono privati del diritto alla vita «perché più deboli» e perché «non possono farsi sentire».

Il sovvertimento dell’ordinamento giuridico

La 194 — prosegue La Civiltà cattolica — contiene due scelte inaccettabili. Da un lato, con questa discriminazione nei confronti dei nascituri lo Stato «abdica alla sua funzione, che è quella di far prevalere gli interessi di tutti sugli interessi particolari ed egoistici». In secondo luogo, «rinunciando a difendere la vita dei più deboli di fronte all’arbitrio dei più forti» lo Stato «consacra il diritto del più forte», sovvertendo e capovolgendo cosi l’ordinamento giuridico. Secondo la rivista dei Gesuiti, la legge sull’aborto è incostituzionale, come avrà modo si spiegare il grande giurista Padre Salvatore Lener in un lungo studio apparso sul numero di novembre del 1978.

La confutazione delle tesi degli abortisti


Gli abortisti hanno dichiarato che con questa legge si proponevano tre obiettivi: la lotta all’aborto; l’eliminazione della piaga degli aborti clandestini; la socializzazione del problema. «Ora — risponde La Civiltà cattolica — tenendo presente quanto è avvenuto in questi anni nei Paesi in cui l’aborto è stato legalizzato, si può prevedere che nessuno di questi obiettivi sarà raggiunto». Ecco le ragioni addotte testualmente dalla rivista dei gesuiti:
a. l’aborto si combatte non permettendolo o facilitandolo, ma prevenendolo, dissuadendolo e reprimendolo; se manca la sanzione penale «saranno indotte ad abortire anche quelle donne che per timore della sanzione vi avrebbero rinunciato»;
b. una legge che legalizza l’aborto crea e diffonde una mentalità abortista, e crea l’opinione che l’uccisione del feto sia un atto moralmente lecito in quanto legale;
c. in molti casi non e la donna che vuole l’aborto, ma persone attorno a lei: «la legge approvata al Parlamento non rende più libera la donna, ma anzi la rende più facilmente soggetta al ricatto di coloro che vogliono imporle qualcosa che le ripugna»;
«Tutti questi motivi spiegano perché in tutti gli Stati in cui l’aborto è stato legalizzato il numero delle gravidanze interrotte è globalmente cresciuto».

I cattolici di fronte a una legge iniqua

La Civiltà cattolica certifica che la 194 «è una legge iniqua»:

a. sia sotto il profilo religioso ed etico, perché contraddice un preciso comandamento di Dio, padrone della vita e difensore degli innocenti;
b. sia sotto il profilo umano e civile, perché il diritto alla vita è assoluto e intangibile, né lo Stato né altre persone possono disporne a piacimento, specialmente se si tratta di esseri umani innocenti. Di qui l’obbligo per i cristiani di opporre «obiezione di coscienza», rifiutando di collaborare all’attuazione e all’applicazione di questa legge, con queste precise conseguenze:
c. gli ospedali cattolici dovranno notificare pubblicamente che in essi non si praticano gli aborti, neppure nelle condizioni previste dalla legge;
d. i medici e gli ausiliari cattolici non dovranno partecipare alle procedure di autorizzazione dell’aborto né all’atto chirurgico abortivo.

Un giudizio senza sconti: “no al diritto di aborto”


Il lungo editoriale, firmato “La Civiltà cattolica”, si conclude auspicando che l’aborto venga combattuto anche sul piano educativo — nella famiglia e nella scuola — per contrastare l’ideologia veicolata dai mass media; e si plaude all’azione del Movimento per la Vita e dei Centri di aiuto alla vita. Come si vede, le parole della rivista dei Gesuiti sono senza sconti: sottolineano l’importanza dell’azione educativa e culturale, ma solo dopo aver denunciato con assoluta durezza la legge 194. In quello stesso anno La Civiltà cattolica tornerà sull’argomento numerose volte, e sempre per ribadire — sono parole di Sabvatore Lener sul numero 3082 — che «con una tortuosa normativa la 194 instaura un sistema di totale liberalizzazione dell’aborto», al punto che «quella italiana è la peggiore delle leggi sinora emanate sull’aborto».
Davvero difficile pensare che la 194, a distanza di trent’anni, si sia trasformata — come certi vini da invecchiamento — in una “buona legge, fra le migliori al mondo nel suo genere”.

© il Timone
www.iltimone.org

La Civiltà Cattolica

“La Civiltà Cattolica” fu fondata nel 1820 per volontà di Pio IX. È prodotta da un “collegio di scrittori”, tutti gesuiti, che vivono a Roma in comunità. Ogni suo fascicolo, prima di essere stampato, passa per il controllo della Santa Sede. Quando le bozze di un nuovo fascicolo sono pronte, esse vengono recapitate in Vaticano in dodici copie: una per il Papa, una per il Segretario di Stati e le altre per gli uffici di curia competenti. Il lunedì che precede il primo e il terzo sabato del mese il direttore della “Civiltà Cattolica” si reca in segreteria di stato. E lì gli vengono dati tre gradi di indicazioni, relativi alle bozze prese in esame. Le indicazioni di grado A non si discutono. Sono ordini tassativi. Le indicazioni di grado B sono discusse nel corso della stessa udienza. Le indicazioni di grado C sono lasciate al giudizio del direttore della rivista. “La Civiltà Cattolica” non è quindi un organo ufficiale della Santa Sede. Ma è noto che ciò che essa pubblica non è in contrasto con gli indirizzi della Chiesa sui vari problemi.

 


 
   

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