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Il grido silenzioso



 

Se lo Stato ti mette in vendita
 di Maurizio Blondet

Giovane donna in Germania perde il sussidio di disoccupazione perché rifiuta di prostituirsi, attività legale in quel Paese. Ecco cosa succede quando si cancella il diritto naturale.

[Da "il Timone" n. 42 - anno VII - Aprile 2005]

Il fatto è accaduto a Berlino e vale la pena di raccontarlo. Una giovane di 25 anni, impiegata in una ditta di software, perde il posto e si iscrive all’ufficio di collocamento. Nel curriculum, tra le sue esperienze di lavoro , indica di aver lavorato come cameriera di bar e di essere disponibile al lavoro notturno. Pochi giorni dopo riceve la chiamata dell’ufficio: c’è un datore di lavoro “interessato al suo profilo professionale”, si sente dire la signorina.
Si presenta, e scopre che il datore di lavoro è un tenutario di bordello, che cerca donne per “servizi sessuali”.
Indignata, la ragazza rifiuta, e informa della strana offerta l’Ufficio. Il quale le risponde: “la prostituzione in Germania è una professione legale. Se lei rifiuta quell’impiego, le tagliamo il sussidio di disoccupazione”.
La signorina si rivolge ad avvocati per difendere il suo diritto al sussidio, ma la risposta è invariabile. In Germania la prostituzione è stata legalizzata da due anni. Ciò significa che i padroni dei bordelli - che pagano le tasse sui profitti della loro attività e l’assicurazione malattia alle loro “impiegate” – hanno diritto a rivolgersi agli uffici di collocamento per la ricerca del personale di cui hanno bisogno. Non meno dei dentisti che cercano un’infermiera, o degli uffici che cercano dattilografe. Quanto a lei, la riforma della previdenza parla chiaro: ogni donna sotto i 55 anni che sia stata disoccupata per più di un anno, se non accetta il lavoro offerto dal Collocamento, perde l’assegno di disoccupazione.
Storia altamente istruttiva. Siamo cosl abituati a credere che la giustizia consista nelle leggi “positive” (doe scritte dallo Stato) da non capire piU che cosa sia il diritto “naturale”. Dobbiamo ricorrere a un esemplo antico, quello di Roma. In 500 anni, Roma varò solo 300 leggi scritte. Il diritto — il celebre diritto romano, usato in Europa fino alla Rivoluzione francese, e ancora in Inghilterra col nome di “common law” — si faceva con decisioni giudiziarie. Nel caso concreto infatti è sempre possibile al giudice stabilire chi fra due litiganti ha torto, e chi “diritto” o ragione. Anche senza ricorrere a leggi scritte e approvate dallo Stato. Bastano la ragione, il buonsenso, e quel senso del giusto iscritto nel cuore dell’uomo, quando è disinteressato (non e parte in causa). La guida del giudice era la “libera volontà": in caso di un testamento contestato, cercava di capire quale fosse stata la volontà del defunto; in caso di litiglo per una vendita (un cavallo malato venduto per sano, una casa con difetti occulti) anzitutto cercava di stabilire quale fosse la libera volontà dei due contraenti, al momento del contratto. Insomma la “legge scritta”, per il giudice romano, era il testa mento o il contratto: ossia la volontà del privati. In altre parole, era la loro liberia che il giudice accertava. Il giudice poteva introdurre un nuovo diritto solo quando era appoggiato dalla cosclenza giuridica attiva del popolo, ossia dal suo senso di “giustizia”. Cosi ad esempio le arcaiche Leggi delle XII Tavole prevedevano la legge del taglione, o la vendita a pezzi del debitore: molto presto non furono più applicate (benché le leggi non fossero mai abrogate) dal momento che il popolo le sentiva ormai “ingiuste”. Così il diritto “evolveva”, lentamente, agganciato al senso di giustizia della società.
Col diritto naturale, la società era libera dalle leggi. La maggior parte della vita, finché non nasceva un problema (un litigio), non riguardava il diritto. Oggi è il contrario: ogni aspetto delle relazioni soclall è regolamentato fino al dettaglio da minuziose leggi scritte, che è il carattere dello stato poliziesco (il primo grande codice scritto fu di Napoleone). Ma c’è di peggio. Nel “positivismo giuridico” oggi imperante, la legge scritta è l’ultima istanza. Non c’è possibile appello in nome del buon senso, della libertà personale, della coscienza morale e nemmeno del senso di giustizia del popolo. Così la signorina di Berlino non può appellarsi contro la legge che le toglie il sussidio di disoccupazione se non accetta il mestiere “legale” di prostituta, perché l’istanza della moralità e della coscienza non puô essere invocata come superiore alla legge scritta.

Bibliografia

Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993.
Reginaldo Pizzorni, Diritto naturale e dintto positivo in San Tommaso d’Aqulno, Series Civis 15, EdIzioni Studio Domenlcano, 1999.

© il Timone

 


 
   

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