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Il grido silenzioso



 

Il valore della «Humanae vitae»
 del Cardinal Giuseppe Siri

[Da «Renovatio», III (1968), fasc. 4, pp. 506-507]

Si tratta evidentemente del valore teologico, perché è di questo che si è discusso. In altri termini si è chiesto: le affermazioni della Humanae Vitae, specialmente quella in cui si condannano tutti i metodi e i mezzi anticoncezionali, sono riformabili o sono irreformabili? Ossia: la sostanza del documento è garantita a qualche titolo dal carisma della infallibilità o non è garantita? Ai fedeli importa sapere se sono o non sono nella certezza divinamente garantita. E’ ovvio che ove mancasse la perfetta certezza, l’efficacia del documento risulterebbe grandemente sminuita.

Ora un punto appare certo: la Humanae Vitae non è una definizione ex cathedra. Ciò significa che da sé non esclude la reformabilità della sentenza. La questione allora viene a porsi in questo modo: posto che il documento non è ex cathedra, la sostanza del documento non ha la infallibilità e la conseguente irreformabilità da un’altra fonte, e, nel caso, quale sarebbe? Vediamolo partitamente.

Anzitutto, comunque si pensi, va tenuto conto di quanto insegna il Concilio Vaticano secondo al numero 25 della Lumen gentium: «Ma questo religioso rispetto di volontà e di intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice anche quando non parla ex cathedra, così che il suo supremo magistero sia con riverenza accettato e con sincerità si aderisca alle sentenze da lui date, secondo la mente e la volontà da lui manifestate, la quale si palesa specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore della espressione verbale». Questo testo condanna quelli che non hanno dimostrato né considerazione, né rispetto, né riverente e sincera adesione; afferma che il documento in oggetto è, per lo meno, atto di magistero autentico, ma non risolve la questione proposta, che è ben altra. In fatti il concetto della «autenticità» non implica la infallibilità e la conseguente irreformabilità. I fedeli vogliono essere certi in modo assoluto. Ed hanno ragione.

Nel presentare come ipotesi, per il caso in oggetto, solo quella della definizione ex cathedra (che è scartata) ossia del magistero solenne e quella del magistero autentico (che non implica di per sé la infallibilità), c’è un grave sofisma di elencazione, anzi un grave errore, perché si tace un’altra ipotesi possibile: quella del magistero ordinario infallibile. È strano come da taluni si cerchi ad ogni costo di evitare il parlarne. Il magistero ordinario è per la Chiesa il nutrimento sicuro di ogni giorno, mentre il magistero solenne è raro e non sempre può stroncare le eresie nel loro primo cauto e orpellato presentarsi, appunto perché richiede una preparazione lunga ed accurata, sia che venga esercitato dal romano pontefice, sia, col romano pontefice, dal collegio episcopale.

La questione pertanto va posta obbiettivamente così: concesso che il documento non sia atto del magistero infallibile e pertanto da solo non dia la garanzia della irreformabilità e della certezza, la sua sostanza non è forse garantita da un magistero ordinario in quelle note condizioni per cui lo stesso magistero ordinario è infallibile? In tal caso il contenuto del documento non sarebbe irreformabile in ragione del solo documento, ma la sostanza del documento avrebbe già di per sé ed aliunde la garanzia della infallibilità.

Ora a noi parrebbe di dover rispondere: la sostanza del documento è già garantita dal magistero ordinario, pertanto è irreformabile.

In fatti fin dal primo secolo la Didachè parlando della via della morte vi mette «gli uccisori dei figli». Le stesse parole sono ripetute nella Lettera di Barnaba (20, 2); Clemente Alessandrino è deciso e particolareggiato contro i contraccettivi (Pedagogus, 2. 10. 91. 2). Si possono sentire Minucio Felice (Octavius, 30, 2), Lattanzio (Divinae institutiones, 6.20. 25), Giustino (Apologia, I, 9), Atenagora (Legatio pro Christianis, 33). Questa tradizione continua nei padri seguenti, assumendo particolare rilievo nei testi di sant’Agostino i quali sono la base della legislazione canonica. Il filone della tradizione patristica e teologica è attestato sugli stessi concetti. Si arriva così alla enciclica Casti Connubii di Pio XI (30 dicembre 1930). L’insegnamento di tale enciclica ricapitolava l’insegnamento antico e comune. Pare di poter dire che le condizioni nelle quali si verifica il magistero ordinario irreformabile siano raggiunte. Il periodo della irrequietezza diffusa è fatto assai recente, che non incrina per nulla quanto era nel sereno possesso di tanti secoli.

È necessario aver presente che non c’è solo magistero solenne e magistero semplicemente autentico; tra le due espressioni sta il magistero ordinario, dotato del carisma della infallibilità.

Si chiede come sia possibile ottenere la adesione — talvolta costosa — alla enciclica Humanae Vitae, non escludendo dalla mente dei fedeli l’idea che un tale insegnamento possa venire un giorno cambiato. La scienza potrà, se un giorno dimostrare che taluni farmaci non sono né contraccettivi, né altrimenti dannosi sia subito che in prosieguo di tempo; in tale caso potranno essere usati. Ma non sarà la dottrina a cambiare, saranno i responsi scientifici.

 


 
   

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