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Il grido silenzioso



 

I poveri nel Medioevo
 di Mario Arturo Iannaccone

Parrocchie, re, principi, papi e vescovi: tutti esercitavano l’elemosina, offrendo soccorsi in denaro o in natura. Alla devozione si univa la carità verso poveri e ammalati. I meriti della Chiesa.

[Da «il Timone», n. 50, febbraio 2006]

Del Medioevo viene spesso trasmessa un’idea sbagliata anche per quanto riguarda il problema della povertà. Studi recenti stanno smentendo l’immagine di un Medioevo gravato dalla miseria e da una fame diffusa e invincibile. Come sempre, la realtà è più sfumata e sembra proprio che la fame più atroce sia iniziata con l’età moderna. Anche se non va idealizzato, il lunghissimo periodo medievale è, per molti versi, simile alla nostra epoca per quanto riguarda l’intensità della felicità e dell’infelicità, della miseria e della ricchezza. Ciò che è profondamente cambiato è la mentalità nostra che ci fa apparire intollerabile o miserabile ciò che un tempo era accettato. Purtroppo non abbiamo la controprova, e non potremo mai sapere cosa avrebbe pensato un uomo medievale degli stili di vita moderni. Probabilmente li avrebbe considerati intollerabili e disperati.

Nel Medioevo, lo stato di bisogno era causato principalmente dalle guerre, dalle epidemie, dal tempo inclemente e dalla malattia. Artigiani a contadini che dipendevano dal lavoro delle proprie braccia cadevano velocemente nella povertà se impossibilitati a lavorare per cattiva salute. Non a caso, le parole “povero”, “indigente” (il povero che non ha da mangiare e vive solo di assistenza) e “ammalato” divennero quasi sinonimi. Anche la contrazione di debiti, soprattutto con gli usurai, facevano precipitare in una povertà dalla quale era difficile risollevarsi. Altre categorie di persone esposte alla fame erano le vedove, gli orfani, i prigionieri di guerra, i ciechi.

Come fu affrontata la piaga della povertà in quei secoli? Con la carità, l’estremo rimedio, necessario vista l’impossibilità, purtroppo, di creare una condizione di vita equa per tutti. Un rimedio estremo, è vero, ma allora parte di un quotidiano esercizio della misericordia, profondamente sentito. Si percepiva di far parte di un’unica comunità nella quale tutti dipendevano da tutti gli altri. Pur tra mille contraddizioni, l’atteggiamento verso i bisognosi era ispirato dall’amore che è parte integrante del messaggio cristiano. Gesù aveva detto «Date da bere agli assetati, date da mangiare agli affamati», ricordando che chiunque avesse aiutato gli ultimi avrebbe aiutato Lui.

Col crollo dell’impero romano era scomparsa anche l’organizzazione civile che aveva consentito, per secoli, la sopravvivenza del più sfortunati. Fu allora che le istituzioni della Chiesa, come i vescovati, si presero in carico questo delicato aspetto della vita sociale. Nel VI secolo, san Benedetto creò il monachesimo che per secoli sarebbe stato un sicuro rifugio per i bisognosi. I monasteri infatti non erano soltanto isole di preghiera e di cultura ma attivissimi centri economici, che trasformavano il territorio in cui s’installavano. E san Benedetto nella sua “Regola”, guida di tutti i benedettini, aveva prescritto che l’eccesso della produzione alimentare derivante dal lavoro del monaci fosse donato ai poveri e agli indigenti. Era previsto anche che un terzo di quanto i monaci ricevevano, in dono o eredità, fosse speso allo stesso modo. Alle porte dei monasteri, dunque, i poveri avevano la certezza di trovare sempre da mangiare e anche un ricovero per i periodi più freddi. A partire dall’anno Mille furono creati gli ostelli (“hospitales”), ricoveri organizzati per aiutare i poveri, gli ammalati e i pellegrini.

Alla fine del XII secolo si verificarono ripetute, gravi crisi alimentari, che aumentarono ovunque la massa del poveri, e in alcune zone il pauperismo divenne un grave problema. Nelle città, sempre più grandi, si formarono masse di mendicanti. Fu allora che san Francesco creò un nuovo tipo di vita religiosa, quello degli Ordini Mendicanti, i cui frati si facevano poveri tra i poveri dandosi come scopo, oltre alla predicazione, anche l’aiuto ai bisognosi e agli ammalati. Non a caso, i conventi venivano costruiti all’interno della città, a differenza del monasteri che sorgevano per lo più in luoghi isolati. Fu anche grazie all’opera dei frati e al loro influsso sui ricchi, i potenti, i nobili se il secolo XIII è ricordato come un’oasi di relativa tranquillità per i poveri anche se nemmeno allora mancarono gravi crisi. La situazione peggiorò nuovamente nella prima metà del XIV secolo, a causa di una serie di disastri meteorologici e d’inverni freddi. Alla metà del secolo si ebbe un nuovo alleviamento della povertà, ma soltanto perché la Peste Nera aveva ucciso un terzo degli europei, liberando molte risorse per quelli che erano sopravvissuti.

Ma lo sforzo di alleviare le condizioni degli affamati investiva tutta la società cristiana dell’epoca. Le parrocchie, i re, i principi, i papi e i vescovi esercitavano tutti l’elemosina con modalità diverse, offrendo soccorsi in denaro o in natura (pane, lardo, abiti). In quasi tutti i centri abitati, piccoli e grandi, si formarono confraternite religiose composte da laici e religiosi che avevano lo scopo di regolare la devozione ma anche di aiutare i poveri e gli ammalati. Le confraternite (che assumevano nomi e caratteristiche differenti nelle diverse nazioni) erano legate al clero diocesano, al vescovo, alle chiese e ai santuari. Il loro ruolo è stato importantissimo per alleviare le condizioni di chi aveva fame o non aveva una casa. Esse offrivano sicurezza anche ai loro associati. In caso di malattia o bisogno, i confratelli erano obbligati all’aiuto: pagavano i debiti, i conti del medico, provvedevano al sostentamento della famiglia caduta in miseria. In molti casi, organizzarono dei veri e propri ostelli, e non era infrequente che poveri aiutati in questo modo riuscissero a risollevarsi dal loro stato.

Insomma, a fronte di una situazione tanto grave e dolorosa si cercava di porre un rimedio vedendo negli altri il “prossimo”. La carità comunque era un dovere del cristiano, continuamente ricordato dal predicatore e dal confessore. Il nobile, il ricco, il mercante di successo si consideravano in obbligo verso la Provvidenza e l’avaro, che non faceva elemosina, era circondato dal disprezzo. Pur non esistendo un’organizzazione statale cosi come la conosciamo oggi, grazie al sentimento religioso, alla carità che si faceva misericordia, fu creata una rete di aiuto fondata sul dovere cristiano del soccorso al più debole e sul sincero desiderio di aiutare i fratelli in Cristo.

Secondo gli storici, il periodo peggiore per i poveri giunge all’inizio dell’età moderna nel secolo XVI. La Riforma protestante non attribuirà alcun valore meritorio alle opere di carità e di conseguenza saranno soprattutto i poveri degli Stati protestanti a trovarsi più esposti alle ricorrenti carestie, alla fame, alla solitudine della miseria, privi ormai della protezione accordata da monasteri, conventi, parrocchie e confraternite. I poveri furono colpevolizzati, e la povertà fu giudicata un segno della mancanza della grazia di Dio. Di una cosa possiamo essere certi: gli indigenti c’erano nel Medioevo ma esistono anche ai nostri giorni. Siamo sicuri che i nostri progenitori abbiano affrontato lo scandalo della miseria peggio di noi oggi?

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«Facciamo fatica oggi a immaginare una società senza ospedali, senza ospizi, senza assistenza pubblica e, genericamente, senza quel che si è deciso dl chiamare, ai giorni nostri, la sicurezza sociale. E tuttavia, senza la presenza e l’azione caritatevole della Chiesa e, più in particolare, degli ordini religiosi, la società medievale sarebbe stata proprio così».
(Leo Moulin in La civiltà del monasteri, Jaca Book, Milano 1998).



Bibliografia

M. Mollat, I poveri nel Medioevo, Laterza, 2001.
V. Paglia, Storia dei poveri in Occidente. Indigenza e carità, Rizzoli, 2003.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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