Link utili



 

   

Cerca in Totus Tuus


 

   

Il grido silenzioso



 

Un arcivescovo nemico dei compromessi: Giuseppe Siri
 di Vittorio Messori 

[Da «Dialoghi su Gesù», Epipress-Jesus, 1983, pp. 224-230]

Nel 1944, vescovo: il più giovane della Chiesa universale. Nel 1953, cardinale: ancora una volta, il più giovane della Chiesa. Nel 1958, conclave dopo la morte di Pio XII: il più giovane dei papabili. Ma qui si sa, il non essere vecchi è un handicap. Ed handicap fu anche cinque anni dopo, nel 1963, alla scomparsa di Giovanni XXIII. E oggi? «Oggi», dice di sé, scherzoso, il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, «oggi, sono il più giovane dei vecchi». E, in piena forma com’è nei suoi 76 anni, non reputa giunto ancora il momento di passare la mano nella guida della grande diocesi.

Preparandoci a un incontro con lui, come di consueto abbiamo chiesto al Centro documentazione del giornale la raccolta di materiale giornalistico che lo riguardava. Una “busta” vistosamente rigonfia, dove le definizioni - spesso irriguardose - si sprecano: «L’ultimo dei crociati»; «Il più spagnolo dei cardinali italiani» (con riferimento, naturalmente, alla santa Inquisizione di quel Paese); «Il principe» (alludendo non solo al tratto aristocratico ma, come risulta dal contesto dell’articolo, a certa presunta inavvicinabilità o, chissà, a Machiavelli...).

Ma, a un altro giornalista, quest’uomo così spesso aggredito ha detto: «Accetto l’impopolarità, se la popolarità è compromesso. Sono un uomo che marcia da solo e non fa parte di gruppi». Bisogna dargli atto di avere tradotto le parole in fatti, quando si è trattato di sfidare gli indici di gradimento. E successo anche in occasioni “civili” quando, ad esempio (stanco di fiumi di retorica, di commemorazioni, di ricostruzioni storiche sospette), ha pubblicato i suoi diari dei tempi dell’occupazione tedesca allorché si trovò, giovanissimo vescovo ausiliare, a mediare tra eserciti, bande, fazioni.

Colti sul vivo, certi esponenti della resistenza organizzarono a Genova quasi una “cerimonia di riparazione” per le “cose blasfeme” (ma, a quel che si sa, vere) che il cardinale Siri aveva osato dire a proposito di alcuni aspetti della veneratissima “epopea partigiana”. E’ forse anche per vendicarsi di questo che qualcuno fece esplodere uno “scandalo del seminario”, accusando il porporato di illeciti edilizi, di distruzione di immobili artistici a fini di speculazione immobiliare. Una lunga storia giudiziaria, dalla quale il cardinale uscì alla fine vittorioso, prosciolto da ogni accusa.

C’è un indubbio coraggio di Siri anche nel suo libro Getsemani (sottotitolo: Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo) già tradotto nelle principali lingue occidentali e ripresentato in una nuova edizione proprio in queste settimane.
Non entriamo qui nel merito di quel grosso libro che ha suscitato (e suscita) amori e odi, limitandoci a segnalare che - per l’autore - tre sono le tentazioni ereticali di tanta teologia cristiana di oggi (anche se la svolta che ci ha condotti sin qui viene individuata negli Anni Trenta). Quelle tentazioni sarebbero la pelagiana, l’ariana, la modernista.

Per l’eresia pelagiana l’uomo può vivere e salvarsi con le sole sue forze, senza l’aiuto della grazia. Ciò porterebbe agli attuali umanesimi secolari - accettati acriticamente anche da non pochi teologi - con la dissoluzione, che l’ateo Feuerbach auspicava, della teologia in antropologia.

Eresia ariana: Gesù uomo e solo uomo, come semplice creatura nella quale Dio si sarebbe manifestato, ma che non parteciperebbe della stessa natura.

Eresia modernista: l’esegesi che, con i suoi metodi dissacranti, riduce a brandelli la Scrittura, la quale, per giunta, viene letta secondo le esigenze passeggere delle mode. E poi, lo spostamento del centro di gravità della speranza cristiana, per cui promessa della fede non è più la vita eterna ma la storia, questa storia.

Tra le “teste di turco” di questo Getsemani, Siri ha messo soprattutto Karl Rahner, al quale attribuisce molti sospetti discepoli, tra i quali il più noto è forse Hans Küng.

Un libro, dicevamo, del quale indignarsi o entusiasmarsi, ma che in ogni caso rivela che in Siri lo studioso di teologia ha sempre convissuto con il prelato gravato dai molti impegni pastorali. Per tanti, poi, è motivo di sorpresa constatare che nella diocesi del nemico per eccellenza della teologia “progressista” le vocazioni sacerdotali hanno tenuto anche nei momenti più neri della contestazione: la diocesi genovese non è mai stata sotto il livello di sostituzione (un nuovo prete per chi si ritira o muore), da qualche tempo si sta addirittura tornando ai livelli presessantotto. Che ai giovani piacciano gli anziani che non li adulano troppo con certo giovanilismo? Sospetti, domande, problemi che ci è parso valesse la pena di cercare di chiarire.

Abbiamo così chiesto un colloquio («Sua eminenza», ci ha chiarito subito il solerte e cortesissimo segretario, «non dà interviste») che non è stato facile ottenere. Alla fine, eccoci nell’arcivescovado genovese, ad attraversare certi imponenti saloni dove, in bella vista, spicca un famoso quadro che ritrae il cardinale Siri a grandezza naturale, imponente pastore con sullo sfondo il blocco marmoreo della “Superba”. Sugli architravi delle porte è scolpito il motto cardinalizio: Non nobis, Domine (Non a noi, Signore); con sottinteso il seguito del salmo: «Non a noi, ma al nome tuo dà gloria». Saloni da reggia, certo, ma non riscaldati per risparmiare combustibile. Noteremo anzi che, dopo il passaggio dei visitatori, un usciere verrà a spegnere le luci inutilmente accese.

Al di là di una porta, che si varca solo quando un dignitario lo concede, una sfilata di stanze, poi una “sala del trono” con i simboli dell’autorità arcivescovile e cardinalizia e, al fondo di tutto, uno studio, una scrivania dietro la quale - occhi indagatori e vivaci dietro gli occhiali - il cardinale attende il visitatore. L’abbigliamento è - come prevedibile - fedele alla tradizione post-tridentina più severa. «Sono cardinale e mi vesto da cardinale», mi dirà nel corso del colloquio, quando gli ricorderò tante voci contro quello che chiamano “trionfalismo” ecclesiale. «Per rispetto alla Chiesa e ai miei ospiti, mai mi presenterei se non vestito come vuole la mia funzione». Mi indicherà poi una porta che dallo studio dà accesso all’appartamento privato: «Dietro quella porta non sono più il cardinale, ma un monaco. E da monaco vivo, nulla concedendomi». Un’austerità confermata da molti aneddoti che mi dicono circolare nell’ambiente della curia e che sottolineano quanto severa sia la vita privata dell’uomo che in pubblico porta anelli e croci di valore «Sì», mi dice come seguendo il mio sguardo. «Sì: queste gemme sono rubini veri. E il regalo dei genovesi del quartiere Popolare di Boca, a Buenos Aires. La Liguria è là, in Argentina. 5 milioni di immigrati e loro discendenti, soltanto 2 milioni qui. Potevo rifiutare o accettare per poi nascondere questo dono venuto dall’affetto, dalla nostalgia, dalla fatica della nostra gente?» <

Se per lui l’abito è importante («Lo stanno riscoprendo dopo tanta contestazione») ancor più è importante lo splendore della liturgia: «Perché dovremmo razionare il culto a Dio? Le nostre chiese sono piene d’oro voluto dai nostri vecchi: perché non prenderne lezione? Nella mia cattedrale il culto deve farsi sempre al meglio, è un dovere anche verso il popolo: le liturgie sono accurate, secondo tutte le norme; la cappella musicale canta benissimo, i paramenti sono quelli splendidi tramandatici dagli antichi. Succede così che molta gente venga anche da altre regioni per partecipare alle liturgie nella nostra cattedrale».

Mi permetto ricordargli quell’ormai imbarazzante articolo del Concordato, secondo il quale «ai cardinali di santa romana Chiesa sono prestati gli onori dovuti ai principi del sangue». La risposta è pronta: «I cardinali italiani hanno rinunciato ufficialmente all’applicazione di alcune norme. Io, comunque, per evitare la scorta e il vagone riservato in treno, viaggio sempre in auto».

Aveva aperto il colloquio dicendomi: «Sono sempre stato presentato a rovescio; ma ne ringrazio Dio. La contraddizione mi ha insegnato tante cose che altrimenti non avrei imparato. Se non c’è croce, si finisce nella melma. Eppure, so di avere sempre difeso la verità e quella sola: mi basta». Faccio cenno alle tante maldicenze sparse sui ritagli di giornale riletti prima di venire da lui: in uno, si diceva addirittura che il figlio di popolani divenuto cardinale, vergognandosi delle sue umili origini, avrebbe rifiutato di ricevere un’anziana signora che con i suoi risparmi lo aveva aiutato negli studi. Ora, a Genova - amici o meno che gli siano - tutti riconoscono a Siri di tenere la porta sempre aperta per chiunque chieda di parlargli In altri articoli lo si dipingeva come un uomo arroccato nella sua reggia-bunker senza contatto con alcuno. Mentre è stato tra l’altro il primo vescovo italiano ad accettare di far catechismo a una TV privata; ed è da sempre parroco del “Gaslini”, l’ospedale per i bambini malati, con i quali trascorre alcune tra le ore che gli sono più care.

Fa un gesto come per scacciare uno sciame di mosche: «Non ho mai risposto alle calunnie, mai ho replicato ai giornali». I quali gli hanno giocato un ultimo tiro con l’intervista (estorta, mi dice, deformata e pubblicata violando un impegno esplicito) apparsa su un quotidiano piemontese prima dell’ultimo conclave.

Il colloquio si sposta necessariamente sul seminario, luogo prediletto dal cardinale: «I problemi gravi, anche da noi come per tutti, riguardano solo il seminario minore: le famiglie non vogliono che i figli si facciano preti, ma vorrebbero che facessero tutti gli architetti, i pubblicitari, i sociologi. Noi, allora, replichiamo con attenzione particolare alle vocazioni adulte: in questo momento, assieme ad ex professionisti ed ex studenti universitari, abbiamo anche un ex tranviere e un ex cuoco. Ciascuno riceve una formazione personale, non annegata nell’anonimato dei collettivo». Ecco alcuni dei momenti della strategia del cardinale per il suo seminario: «Ogni settimana, passo là il mercoledì pomeriggio. Ricevo chiunque vuoi venire: non solo professori e allievi, ma anche le suore, il personale di servizio. Tutti sono benvenuti, ma io non chiamo nessuno, per non dare l’impressione di avere dei “beniamini”, che non ho. Mai faccio domande sulla vita interna del seminario, il discorso resta sui problemi personali e su quelli dottrinali». Questi ultimi problemi, si sa, sono tenuti qui particolarmente sotto tiro: «Ho fama di vescovo duro, eppure non ho mai sospeso un prete a divinis. Ma ho sospeso ben sei professori dall’insegnamento alla facoltà teologica. Vescovo non deriva forse dalla parola greca che indica “colui che vigila”?».

L’arte di governo, per lui, è anche questo: sapere ascoltare, stare a sentire. Ritiene che a questo suo metodo sia dovuta la scomparsa della contestazione “dura” che in anni recenti ha turbato una diocesi prima monolitica. Dice allegro: «Sapete qual è stato il mio segreto?, rispondo a quelli di Roma quando mi chiedono come abbia fatto a sbaragliare i contestatori. Il mio segreto è stato non fare nulla, aspettare. Certi gruppi si sfaldano da soli: prima vogliono essere tutti eguali, poi pian piano vogliono essere tutti presidenti e cominciano a litigare. Anche qui, come previsto, è finito a botte tra loro». Quando i cortei circondavano l’arcivescovado, il cardinale riceveva le delegazioni: «Non l’avessi fatto, mi sarei messo dalla parte del torto. Era un dialogo tra sordi: io li ascoltavo, ma loro non ascoltavano me perché preparavano la domanda successiva. Si giocava a chi si stancava prima». A quel che pare, si sono stancati prima loro.

«Eminenza, molti hanno detto e dicono che lei non accetta i documenti del Vaticano II». Dietro le lenti, gli occhi si fanno severi: «E’ una vera calunnia che ho sempre respinto sdegnato. Sempre ho insegnato e predicato che l’edizione tipica, ufficiale di quei decreti va letta in ginocchio. Pochi hanno difeso il Concilio come me. Ciò che ho sempre combattuto sono semmai gli stravolgimenti del Vaticano II. Così, nell’indice ufficiale dei concetti non troverà mai la voce “pluralismo teologico” che pure è uno dei cavalli di battaglia di chi si appella al Concilio».

Il cardinale Siri fu nominato da Papa Giovanni nella commissione cardinalizia che preparò gli schemi dei documenti che poi, in gran parte, non furono accettati o vennero profondamente modificati. «Ho lavorato molto in quegli anni», ricorda il cardinale, «ma sempre con un obiettivo: servire scomparendo. I vescovi presenti durante le sessioni furono in media 2.400-2.500. Di essi, solo 500 in tutto hanno preso la parola. E gli altri? Fu davvero questa la maggioranza silenziosa e saggia».

Malgrado tutto ciò che si è scritto, vent’anni sono pochi per ricostruire la verità storica e i segreti del Vaticano II. L’enorme lavorio dietro le quinte è in gran parte ancora insondato. Agli storici futuri non mancherà il lavoro.

Un’altra domanda difficile: che dire delle campagne giornalistiche che tanto spesso l’hanno accusato di legami privilegiati con i potenti della città? «Da tempo», replica, «tutte le settimane ricevo gruppi di operai; ho un cappellano del lavoro in ogni fabbrica della diocesi: sono luoghi dove posso entrare a piacimento, senza essere respinto o rischiare contestazioni. I potenti di Genova? Non accetto inviti a pranzo che da qualche vecchio amico. Invece, la mia tavola è sempre disponibile per tutti. A ben pensarci, il pranzo non è quasi un ottavo sacramento? Non è un momento di unione e di riconciliazione, come ci ha mostrato nostro Signore istituendo lì l’eucaristia?».

Il nostro colloquio, lungo e disteso, sarà interrotto - per riprendere subito dopo - dalla visita al cardinale del nuovo comandante dei vigili del fuoco: un segno, anche questo, del radicamento nella città della “autorità religiosa” che nessuna componente sociale di Genova può permettersi di ignorare. Del resto, questa è una diocesi in cui Giuseppe Siri è riuscito a costruire qualcosa come ottanta nuove chiese, mentre cinque o sei sono in cantiere. Da qualunque parte si osservi la “cura Siri” per Genova, l’eredità non sarà certo facile per un futuro successore: il “cattivo carattere” (che egli stesso, sorridendo, si attribuisce) ha significato anche una amministrazione della diocesi fortemente caratterizzata.

«Eminenza», gli dico, «nel suo Getsemani c’è traccia precisa, seppure discreta, del sospetto che persino certi membri della gerarchia cattolica siano contagiati dalla nuova teologia, con quelli che lei giudica gravi errori. Che dovrebbe dunque fare un povero cattolico di base, se anche il suo vescovo - dunque, il suo maestro nella fede - può essere fuori strada?». La risposta è come sempre decisa: «Il cattolico segua il Papa, che non può sbagliare perché ha la grazia di stato». E quei vescovi che egli sembra sospettare? «Se sbagliano è perché non sono bene informati, non hanno forse basi teologiche solide. E poi ci vuole coraggio - che non tutti hanno - nell’andare contro le mode. Taluni seguono l’andazzo per conformismo o addirittura per paura».

Oltre alle tre tentazioni eretiche alle quali già accennammo, quali sono a suo avviso i pericoli maggiori cui oggi un teologo, magari un vescovo, è esposto? «L’attenuazione del ruolo della Tradizione, non più considerata come fonte della rivelazione alla pari della Scrittura. E poi, l’attacco alla Chiesa, che alcuni vorrebbero mettere sotto tutela, mentre è essa che custodisce la verità».

Difficile, quasi impossibile evitare un accenno a un “caso” di dimensioni nazionali eppure così tipicamente genovese: quello di don Gianni Baget Bozzo. «Ah, don Gianni», sorride. «Con lui sono sempre in rapporto epistolare. Sono vescovo, no? E, quindi, devo fare di tutto per salvare anche la sua anima».

Mi congeda, ricordandomi l’impegno di rivedere quel che metterò tra virgolette, riferendo del colloquio: vuole - come è giusto dopo tanti fraintendimenti - essere certo che le parole attribuitegli sono davvero le sue.

Gli chiedo se devo indirizzare la copia a lui o al suo segretario. «A me, a me», dice, rivelandomi così un altro tratto caratteristico del suo modo di intendere la funzione del vescovo: «La posta voglio aprirla io, nessun altro ne ha il diritto». Nulla deve sfuggirgli, tutto deve passare attraverso il suo scrittoio.

Fuori, sulla piazza, ci sono due librerie religiose: entro a curiosare; sul bancone un volume mai visto altrove in così grande quantità ed evidenza. E la ristampa del catechismo tridentino, messa accanto ai volumi dei documenti del Vaticano II.

(da «Jesus», gennaio 1983)

 


 
   

Links Correlati

· Inoltre Giuseppe Siri
· News by Leggendanera


Articolo più letto relativo a Giuseppe Siri:
“Ieratico, pragmatico, grande attore liturgico”, Giuseppe Siri

 

   

Valutazione Articolo

Punteggio Medio: 4.83
Voti: 6


Dai un voto a questo articolo:

Eccellente
Ottimo
Buono
Sufficiente
Insufficiente

 

   

Opzioni


 Pagina Stampabile Pagina Stampabile

 

 

 
Totus Tuus Banner Exchange
Totus Tuus Banner Exchange


Iscriviti alla mailing list degli aggiornamenti del sito spedendo una mail
senza oggetto a questo indirizzo: leggendanera-subscribe@yahoogroups.com



Vai a Totus tuus



Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n.62, si dichiara che questo sito non rientra nella categoria
di "informazione periodica" in quanto viene aggiornato ad intervalli non regolari.
Il materiale riportato nel sito www.kattoliko.it/leggendanera è pubblicato senza fini di lucro e a scopo di fini di studio,
commento, didattici e di ricerca. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno celermente rimosse.








banner 140x126

Engine WL-Nuke - Powered by WebElite