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Il grido silenzioso



 

Il nazionalsocialismo
 di Oscar Sanguinetti

Un’analisi precisa e non consueta del fenomeno nazionalsocialista. Che non fu solo un fenomeno di reazione alla Rivoluzione bolscevica. Nella sua ideologia, presenti elementi inquietanti, anche esoterici.

[Da «il Timone» n. 59, gennaio 2007] 

1. Il nazionalsocialismo tedesco debutta agl’inizi del secolo XX e termina, almeno storicamente, in maniera repentina e tragica con il suicidio del suo Führer, Adolf Hitler, nell’“apocalisse tedesca” dell’aprile-maggio 1945.
L’ideologia del nazionalsocialismo nasce nel “brodo di coltura” in cui ribolliscono i molteplici elementi dell’“ideologia europea”, come la chiamerà Norberto Bobbio. Confluiranno nel nazionalsocialismo-ideologia brandelli di idee riconducibili sostanzialmente a due matrici, una che potremmo chiamare “fredda” – fatta di neo-darwinismo sociale, di biologismo, di scientismo, di “superomismo” nietzscheano, di geopolitica haushoferiana, l’altra invece decisamente “calda” – in cui si agitano teorie pseudo-religiose magistiche, archeosofiste, teosofiste, mitologico-germaniche, “complottiste” (nella fattispecie quello giudaico-massonico).
Il nazionalsocialismo “movimento” nascerà invece all’indomani della sconfitta tedesca nel primo conflitto mondiale, inserendosi in quell’insieme di dottrine, di personalità e di gruppi che si è soliti definire con l’ossimoro “Rivoluzione conservatrice”, ponendosi come una delle vie di uscita dall’inquietudine maturata da molti giovani tedeschi nelle trincee e nella dura lotta anti-bolscevica dei “corpi franchi”. Sarà poi una delle più decise componenti del vasto movimento di reazione, assai diffuso a livello popolare, contro i trattati di Versailles del 1919, in seguito alla prima guerra mondiale.
La poliedricità ideologica del movimento nazionalsocialista riesce a conciliare a sé di volta in volta interessi diversi e discordanti fino a quando, nel 1933, Adolf Hitler, con ampio suffragio popolare, ascende alla carica di Cancelliere della Repubblica di Weimar e nell’arco di due anni si procura il potere assoluto sull’immenso e potente Stato germanico.

2. Si sbaglierebbe tuttavia chi considerasse il nazionalsocialismo solo come un fenomeno di reazione alla Rivoluzione bolscevica, accidentalmente coronato da successo.
In realtà, se lo si cala nello specifico contesto della cultura e della storia della Germania moderna, se si considera in particolare lo spessore dei residui di tradizione e di ancestralità presenti nell’immaginario dei tedeschi dell’epoca, il nazionalsocialismo rappresenta una forma di Rivoluzione, a detta di alcuni – per esempio lo storico svizzero del secolo scorso Gonzague de Reynold, che ne scrive nel 1939, alla vigilia della guerra –, l’unica forma di Rivoluzione concepibile per la Germania: si presenta cioè come la Rivoluzione “tedesca”, esattamente simmetrica alla Rivoluzione “francese” del 1789.
Il regime hitleriano – oltre alla sua lotta senza quartiere contro la minoranza ebraica – distruggerà le élites tedesche, facendole immolare “in massa” nel terribile conflitto mondiale, e livellerà – almeno tendenzialmente – la società tedesca, cercando di annegarne la stratificazione storicamente determinatasi all’interno dei concetti di comunità (Gemeinschaft) e di popolo (Volk), dove l’elemento discriminante è l’appartenenza etnica. E così creerà un gigantesco totalitarismo, secondo solo al totalitarismo sovietico.

3. Mi soffermo quindi solo su quello che il nazionalsocialismo riuscì a produrre.
La prima delle due “anime” cui ho accennato e che possiamo chiamare “retrospettiva”, perché è interessata al passato, produsse con le SS (Schutzstaffeln, reparti di difesa) un embrione di ordine “monastico” e neo-aristocratico, fondato sulla purezza del sangue e sulla fedeltà totale al Führer, che avrebbe dovuto dare forma definitiva al Reich – il terzo – millenario. Il simbolo solare induistico ed esoterico della “svastica” – la croce uncinata – fiammeggiò ovunque sulle bandiere, sulle divise, sulle insegne del Partito e dello Stato, sugli aerei e sui carri armati, sulle corazzate e sui sommergibili del Terzo Reich.
Sotto il secondo aspetto, quello “progressista”, già prima del conflitto emergono evidenti nel regime hitleriano i tratti di un colossale esperimento di “ingegneria sociale”, frutto dell’abbinamento di richiami ancestrali con la più moderna scienza e la pratica della più avanzata tecnologia, di cui allora la Germania è all’avanguardia mondiale. Se è vero che il Terzo Reich non fu l’unico Stato dell’epoca ad attuare politiche contrarie alla bioetica, lo fece tuttavia nella maniera più “pura” ed esemplare. La creazione dei campi di lavoro – i Lager – per gli avversari politici, modellandoli sui GuLag leniniani e staliniani; l’operazione “T4” di sterilizzazione e di liquidazione dei minorati fisici e intellettuali – nel quale incappò anche un piccolo cuginetto dell’attuale Pontefice –; il tentativo di creare sangue puro ger­manico attraverso “fabbriche” statali di “ariani puri”; la liberazione della società tedesca dall’elemento ebraico, prima attraverso l’espulsione, poi con la deportazione, infine, per mezzo dell’eliminazione fisica con metodi industriali; la crudele vicenda dei “medici di Hit­ler”, in prima linea nella lotta contro il cancro e contro il fumo, ma non alieni dall’uso di ca-vie umane per gli esperimenti più “avanzati”.
La stessa guerra 1939-1945 fu intrapresa e condotta secondo criteri imperialistici classici ma anche in obbedienza a criteri razzistico-biologici: il popolo tedesco, erede della Herren­rasse (la razza dei Signori), il cui sangue era il più puro, aveva come tale il diritto di domi­nare sugli altri popoli, in primis su quelli slavi dell’est europeo, della Russia e dei Balcani. Gli ebrei non venivano neppure considerati una razza, degna di una collocazione in una presunta gerarchia, come gli Untermeschen (i sotto-uomini) polacchi o cechi, da asservire e da sfruttare: erano ritenuti semplicemente dei “non-uomini”, alla stregua di parassiti mo­lesti da eliminare con ogni mezzo.

4. Che valutazione dare di questa breve, radicale e drammatica esperienza che la Germa­nia e il mondo fanno in un breve intervallo di anni?
Oggi un blocco ideologico-politico-militare come il Terzo Reich nazionalsocialista non esi­ste più da tempo. Il regime hitleriano va dunque letto ormai con le lenti della storia. Se ne può quindi studiare la nascita, narrare le vicende, tentare un bilancio sereno del – poco – bene e del – tanto – male di cui è stato fattore. Più attuale può essere qualche riflessione sulla “lezione” che il nazionalsocialismo può an-cora impartire a noi uomini del terzo millennio.
Fra le tante considerazioni che si potrebbero fare me ne permetto solo due. Sul piano fat­tuale, preoccupa il veder riaffiorare nelle gravi deviazioni etiche che connotano le attuali democrazie sociali e multiculturaliste dell’Occidente – dalla rinascente eutanasia, alla spe­rimentazione embrionale, al darwinismo sociale, alla politica eugenetica – i medesimi Leitmotiv e le tendenze già propri del nazionalsocialismo tedesco fra le due guerre. Vien fatto di pensare che, se il mondo scatenò un conflitto mondiale per eliminare le aberrazioni nazionalsocialiste, dobbiamo noi oggi aver paura di prendere posizione contro le medesi­me aberrazioni che vediamo rinascere intorno a noi solo perché i due sinistri baffetti non si vedono più?
Infine, a conferma della provvidenzialità della storia, dobbiamo considerare che, se il totali­tarismo nazionalsocialista è stato una straordinaria fabbrica di morti, in generale, è stato anche una delle più fiorenti fabbriche di martiri del XX secolo. Se di esso il male è stato la quintessenza, per diametrum questo male ha contribuito a produrre un tale capitale di me­riti per cui val la pena di interrogarsi se non sia solo esso a trattenere l’ira di Dio verso l’apostasia del mondo attuale.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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