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Un uomo senza Dio
 di Roberto Beretta

Nazismo e comunismo miravano alla stessa meta: costruire una società senza Dio. Seminando terrore, guerre e morte. Anche il laicismo impone di fare ameno di Dio. Intervista a Eugenio Corti.

[Da «il Timone» n. 59, gennaio 2007]

Tre totalitarismi (e forse anche di più) in un secolo, per giunta «breve». Eugenio Corti ne sa qualcosa, avendone attraversati i drammi prima con l’esperienza della carne, poi con la penna dello scrittore. Severissimo col comunismo conosciuto «dal vivo» durante la campagna di Russia (basti leggere il capolavoro Il cavallo rosso), ma non meno col laicismo che si è infiltrato talvolta persino nella Chiesa, e col nazismo: contro il quale ha combattuto da «soldato del Re» insieme agli Alleati nell’ultima guerra. Una voce indomita e originale nel giudizio, insomma: «E tutti questi totalitarismi – esordisce lo scrittore, 85 anni, dalla sua casa in Brianza – sono legati da uno stesso filone di provenienza: quella linea che dalla visione teocentrica medievale approda all’antropocentrismo dell’età moderna. Una visione in cui Dio è escluso».

Vuol dire che mettere l’«uomo al centro» è il grande errore della modernità? 

«No, l’antropocentrismo in sé e per sé non è un male. Solo che nella cultura europea si è sviluppato attraverso l’Illuminismo, il quale ha dato i suoi primi sanguinari prodotti nella Rivoluzione francese e poi è proseguito con i grandi maestri tedeschi dell’idealismo, da Hegel in poi. Finché non esiste contrapposizione tra l’uomo e Dio, si tratta di filosofie che si possono accettare. Ma vigilando sempre, perché gli sviluppi reali di certe ideologie sono stati orrendi».

Allude per esempio al comunismo? Quale ne è il peccato d’origine, secondo lei? 

«La filosofia di partenza del comunismo è atea e anticristiana nel senso più pieno. Si tratta del tentativo di costruire una “città terrena”, per dirla con sant’Agostino, senza lasciare alcuno spazio a Dio; e questo è un progetto che, indipendentemente dalla buona volontà di chi lo promuove, porta inevitabilmente alla linea del Principe di questo mondo, cioè del demonio. Tali sono stati appunto gli effetti della società comunista».

Per il marxismo si parla spesso, però, di «radici cristiane deviate». 

«Questa è la visione sbagliata dei molti cattolici che guardano con nostalgia agli esperimenti sovietici. È giusto dire che il comunismo è stato il rovesciamento del cristianesimo, perché non poteva realizzarsi se non attraverso il meccanismo dell’odio tra le classi. Che poi contenesse anche un ideale di riscatto delle classi minime è pure vero, ma di fatto tale promozione umana non si è verificata, nemmeno dal punto di vista economico: nelle società socialiste, infatti, i poveri sono diventati ancora più poveri. Basta guardare oggi il caso delle due Coree, dove il divario tra il tenore di vita di quella comunista e della Corea “libera” è di uno a 25».

Il nazismo: la Chiesa è stata accusata di non averlo condannato abbastanza, e comunque meno del «totalitarismo rosso». Lei come la vede? 

«Si tratta di un’accusa falsa. L’ultimo Papa prima della seconda guerra mondiale, Pio XI, ha tenuto discorsi sia contro i nazisti sia contro i comunisti, mettendoli assolutamente sullo stesso piano. Ha detto persino che i nazisti dovevano essere considerati degli “anticristi” nel senso più vero del termine. Con l’arrivo della guerra, però, il successore Pio XII non ha potuto schierarsi troppo dichiaratamente contro il nazismo perché ciò avrebbe creato molti problemi ai cristiani sotto il dominio di Hitler; e i nazisti erano davvero luciferini. I comunisti hanno ammazzato molto più di loro, oltre 200 milioni di persone contro una ventina; ma solo perché hanno avuto assai più tempo per agire…».

Questo del paragone (nel peggio) tra «neri» e «rossi» è un discorso spesso avviato. Lei come lo affronta? 

«Sono due realtà parallele; il nazismo è l’esatto capovolgimento del comunismo, è la costruzione di una società terrena senza nessuno spazio per Dio. Anche i nazisti avevano un perverso ideale, infatti: volevano costruire una società libera da tutte le tare delle precedenti, in cui gli “uomini superiori” avrebbero dominato la realtà attraverso la “volontà di potenza” predicata dal filosofo Nietszche. Li ho visti bene i tedeschi, sia quando ero loro a fianco come alleato in Russia sia quando li ho combattuti in Italia: l’idea di un uomo con attributi divini e destinato al rinnovamento della stirpe – non importa se ottenuto schiavizzando o macellando tutti i “sotto-uomini” – era entrata in modo tale nella loro testa che erano disposti a qualunque cosa».

E il fascismo, lo considera anch’esso uno dei «grandi totalitarismi» del Novecento? 

«No, il fascismo lo metterei piuttosto tra i “piccoli totalitarismi”, insieme ai colonnelli dei regimi dittatoriali della Grecia o del Portogallo, per esempio. È un errore grave accomunare sotto lo stesso giudizio nazismo e fascismo, anche se Hitler considerava il Duce come il suo “maestro” e Mussolini – che era di una superficialità favolosa – si era illuso di poterlo governare con il mito dell’impero romano. L’ideologia fascista si riassume bene nel motto “me ne frego” e di per sé non perseguiva utopie di distruzione e ricostruzione planetaria».

E il secolarismo, invece? Siamo obiettivi: è difficile paragonarlo con gli altri due totalitarismi. È così tollerante con tutti, così «liberale»... E poi non ha fatto nessun morto. 

«Anch’esso è comunque un prodotto dell’illuminismo. In teoria appare tollerante e accogliente, è vero, però al modo di Voltaire: che si diceva disposto a morire pur di permettere al suo avversario di esprimersi liberamente, mentre poi in realtà combatteva la sua battaglia anche con la menzogna. Certo, con Lenin chi era avverso all’ideologia veniva eliminato fisicamente; nel secolarismo, invece, quanti si oppongono al potere dominante ricevono al massimo la morte civile: si trovano sbarrate tutte le strade, gli tolgono la possibilità di esprimersi. Non c’è il macello dei gulag – e di questo ringraziamo il cielo – ma un altro tipo di persecuzione».

Lei ce lo vedrebbe il consumismo come un ulteriore «totalitarismo», per lo meno dal punto di vista spirituale? 

«Anch’esso è un prodotto della filosofia materialista, che si afferma sempre più. Il materialismo di Marx e quello del liberalismo sfrenato sono parenti; non per nulla il comunismo si proponeva di liberare l’uomo dall’egoismo attraverso la disponibilità di un numero enorme di beni materiali: cosa che è stata realizzata appunto dal consumismo. L’idolatria del mercato determina un tale attaccamento alla nuova abbondanza da influenzare nelle coscienze anche la visione della realtà».

Qual è invece, secondo lei, il bilancio positivo del Novecento? 

«L’aumento del benessere della gente comune, che ora permette di affrontare le miserie più estreme. Oggi esistono maggiori possibilità di andare incontro ai poveri e questo è uno dei vantaggi del nostro tempo, che potrebbe dare anche frutti spirituali. Io, del resto, non sono pessimista e nemmeno ottimista: non posso fare una scelta di merito tra i giovani di ieri e quelli di oggi, ad esempio. Vedo tra loro alcuni peggioramenti, come l’insicurezza che dimostrano, ma pure miglioramenti in certi campi: oggi i giovani sono senz’altro più caritatevoli che in passato».

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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