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Il grido silenzioso



 

Evoluzionismo: mancano le prove
 di Francesco Agnoli

Già sostenute da alcuni libertini nel Rinascimento, le teorie di Darwin attraversano oggi una crisi senza precedenti. Furono i pensatori illuministi e atei a decretare la fortuna filosofica di queste tesi, così ricche di contraddizioni e così povere di dimostrazioni.

[Da «il Timone» n. 59, gennaio 2007]

Da un po’ di tempo a questa parte i grandi giornali, e diverse riviste, hanno ricominciato a proporre al grande pubblico dei disegnini in cui simpatiche scimmie pelose divengono a poco a poco bipedi, perdono un po’ di peluria, ingrandiscono il cranio e, voilà, divengono uomini. I disegni in questione hanno uno scopo: ricordare a tutti che siamo solamente bestie. Niente anima immortale, niente dignità spirituale, fine della concezione dell’uomo come re del Creato e figlio di Dio. Eppure questo rispolverare con tanta tenacia il pensiero vetusto di Charles Darwin non ha nulla di scientifico, a differenza di quanto si voglia far credere. Uno dei primi filosofi a parlare dell’origine dell’uomo dalla scimmia è Giulio Cesare Vanini, un libertino del Cinquecento che parte da una particolare visione teologica: il mondo è eterno e coincide con dio. Ciò significa che per Vanini non esiste alcun Dio Creatore, ma solo una serie di forme viventi nate per “generazione spontanea”, senza alcun intervento divino. Gli uomini, per il Vanini, sono sorti dalla terra, ed in particolare si sono formati da “animali affini all’uomo come le bertucce, i macachi, e le scimmie in genere”. 

Un altro libertino del Seicento, Gassendi, sostiene addirittura di aver trovato nelle isole della Sonda animali intelligenti e mediani tra gli uomini e le scimmie. Insomma, ritiene di aver scoperto quello che dopo Darwin tutti hanno cercato e nessuno ha mai trovato: una forma intermedia tra la scimmia e l’uomo, come dimostrazione di un trasformismo biologico altrimenti indimostrabile. 

Cosa c’è di scientifico nel pensiero del Vanini e del Gassendi? Nulla, in quanto alla base della loro ipotesi vi è un ragionamento di tipo filosofico, che però contrasta completamente con la visione dei primi padri della scienza, i quali, come Copernico e Keplero, credono in un Dio Creatore, autore, per il primo, “della macchina del mondo, creata per noi dal migliore e più perfetto artefice”, e, per il secondo, definibile come “divino Architetto”, e cioè intelligenza creatrice matematica. Per costoro, come poi per Pascal, l’immensa dignità dell’uomo sta nella sua natura spirituale, nella coscienza, che lo rende superiore ad ogni altra creatura e all’universo stesso. 

Nell’Ottocento compare la figura di Charles Darwin: suo nonno, Erasmus, è un frequentatore di circoli atei ed anticlericali inglesi e sostiene, ben poco scientificamente, allo scopo di far a meno di Dio, che la vita sulla terra si è prodotta da sola, “per spontanea vitalità”. Poco gli importa che scienziati come Francesco Redi e don Lazzaro Spallanzani avessero già dimostrato a tutti che in natura nulla nasce dal nulla: “Omne vivum ex vivo (o ex ovo)”. 

Charles eredita il pensiero del nonno. La sua formazione è quella di un materialista determinista, che arriva a credere, come scriverà nella sua Autobiografia, che il suo cranio cresce nei momenti in cui pensa di più! Inoltre, è dotato di grande fantasia e di desiderio di emergere. Nella sua Autobiografia scrive di “essere molto portato a inventare coscienti bugie, e sempre allo scopo di provocare movimento”. 

Ma soprattutto Darwin è l’uomo che porta a compimento lo spirito filosofico di un’epoca: quando lui scrive, già altri filosofi, prima di lui, hanno affermato ormai come certa l’idea di progresso (illuministi, idealisti, positivisti), di evoluzione e di lotta per la vita (Spencer, Malthus), di concorrenza e sopravvivenza del migliore (dottrine liberiste di Adam Smith, tanto amate da Darwin). L’evoluzionismo è una ipotesi che Darwin possiede dunque ben prima di enunciarla come una scoperta, dopo il suo famoso viaggio. Dopo la permanenza alle isole Galapagos, pubblica il suo “L’origine delle specie”: è subito un gran successo di vendite e di pubblico, benché di interessante vi sia solo un’idea non del tutto nuova, questa sì scientifica, quella della micro-evoluzione. La polemica esplode soprattutto quando Darwin sostiene di aver compreso che anche l’uomo discende da una qualche forma scimmiesca, e che tutto a sua volta origina da un unico progenitore, una sorta di larva marina. Questa concezione, trasformista più che evolutiva è però qualcosa di assolutamente indimostrato, a cui Darwin crede in base ad un erroneo ragionamento: siccome con la selezione artificiale l’uomo riesce a migliorare la razza di un cavallo, o a produrre varie specie di rose, perché non potrebbe accadere, casualmente, nel lunghissimo periodo, per gradi, che da una forma di vita primordiale possano essere nate poi tutte le altre? In questo modo non tiene conto del fatto che la selezione artificiale, anzitutto, non è casuale, ma è guidata da un essere intelligente come l’uomo; in secondo luogo che detta selezione può portare alla produzione di varie specie di rose o di cavalli, ma non porterà mai alla trasformazione delle rose in tulipani, o dei cavalli in dinosauri!
Quali prove ci dà Darwin? Nessuna. Fornisce solo tre bacchette magiche: il tempo, che farebbe ogni cosa; il caso, che non si capisce cosa sia, specie per una mentalità scientifica; e la selezione naturale, che, paradossalmente, avrebbe immensi poteri “creativi”. Darwin dimentica di spiegarci come faccia la cieca selezione naturale a scegliere e ad accumulare, per un futuro, le mutazioni casuali benefiche, che al presente non servono a nulla nella lotta per la vita. Per fare un esempio: a un pesce che diverrà animale terrestre, che cosa può servire un abbozzo di arti inferiori, inutilissimi nella vita acquatica come pure in quella sulla terra? Il darwinismo in realtà si presenta come una ipotesi che scientificamente non serve, in quanto manca di rigore, di riproducibilità, di basi matematiche, ed è incapace di fare previsioni, cioè di ricavare applicazioni pratiche. Inoltre non spiega nulla. Né l’origine della vita (anche il brodino primordiale avrebbe bisogno di una Causa Prima, cioè di Dio), né la varietà delle specie (può derivare tutta, come scrive Sermonti, da “Errori Tipografici Fortunati”?); né la bellezza della creazione (perché i colori delle farfalle, dei pesci esotici, o le piume colorate del pavone, in un’ottica di pura lotta per la vita?); né il perché dell’esistenza nell’uomo, a differenza che negli altri animali, della parola, del pensiero, dell’arte, della coscienza morale, della libertà, dell’idea di Dio, dell’idea di famiglia. Inoltre, il darwinismo manca del tutto di prove: non esistono gli anelli di congiunzione tra una specie e l’altra, mancano esempi di macroevoluzione sotto i nostri occhi, ed è assurda l’idea di un cosmo ordinato che nasce dal disordine, dalla pura casualità. Ipotizzare la nascita delle specie viventi da una semplice forma di vita iniziale, per mutazioni casuali, è come immaginare che delle lettere dell’alfabeto mescolate a caso diano vita ad una ricetta di cucina, la quale, nel tempo, per caso, si trasformerà in una poesia di Petrarca, e poi nella Gerusalemme Liberata di Tasso. 

Infine, la visione materialista di Darwin, ponendo al centro concetti come “il migliore”, “il più adatto”, “lotta per la vita”, apre le porte all’eugenetica, fondata infatti dal cugino Francis Galton (più volte citato da Darwin), ed ereditata poi dall’America di fine Ottocento e dalla Germania nazionalsocialsta.

Ricorda 

«Che tutta la complessità e varietà della vita sia derivata da Errori Tipografici Fortunati è così assurdo e improbabile che lo si può sostenere solo barando coi numeri. E’ come aspettarsi che una moltitudine di scimmie, dotate di macchine da scrivere, scrivano, insieme a un mare di insensatezze, un libro leggibile. E’ inutile moltiplicare le scimmie e allungare i tempi». (Giuseppe Sermonti, Dopo Darwin, Rusconi, 1980).

Bibliografia 

Francesco Agnoli - Alessandro Pertosa, Contro Darwin e i suoi seguaci (Nietzsche, Zapatero, Veronesi, Singer), Fede & Cultura, 2006).
Daniel Raffard de Brienne, Per finirla con l’evoluzionismo, Il Minotauro, 2003.
Maurizio Blondet, L’uccellosauro ed altri animali, Effedieffe, 2002.
Mariano Artigas, Le frontiere dell’evoluzionismo, Ares, 1993.
Jean-Marie de la Croix, L’Evoluzione darwiniana dell’Uomo, Ipotesi vera o falsa?, Mimep-Docete, 2002.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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