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Il grido silenzioso



 

I “banchetti di carne umana” nella Cina di Mao
 di Massimo Introvigne

Uno “squarcio di luce” sulla storia cinese che in pochi conoscono. “Quando i comunisti mangiavano i bambini” non è più uno slogan reazionario, ma l’esatta realtà di quanto accadde in Cina durante la Rivoluzione culturale. E che oggi, nonostante le aperture economiche e finanziarie, il regime cinese tende a mantenere nascosta.

[Da «il Timone» n. 60, febbraio 2007]

Quarant’anni fa, nell’agosto 1966, comincia in Cina la rivoluzione culturale, cioè la distruzione sistematica della cultura cinese. Tre milioni di intellettuali e membri di gruppi sociali “sospetti” sono uccisi, e cento milioni di cinesi incarcerati o deportati. Basta avere in casa un libro non marxista per rischiare la deportazione o peggio. Per la prima volta nella storia millenaria della Cina, la religione rischia davvero di scomparire. 

Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals rievocano quel clima nella loro recente summa storica sulla rivoluzione culturale, Mao’s Last Revolution (Harvard University Press, Harvard 2006), purtroppo disponibile solo in lingua inglese. In italiano c’è però la mirabile biografia di Mao Tze-Tung (1893-1976), Mao. La storia sconosciuta, della grande scrittrice cinese Jung Chang, scritta in collaborazione con Jon Halliday, una lettura obbligatoria nonostante la mole (960 pagine) per chiunque voglia capire il comunismo cinese. Qui voglio rievocare soltanto un episodio quasi del tutto sconosciuto in Occidente della rivoluzione culturale – i “banchetti di carne umana” – a proposito del quale Jung Chang rimanda a un’altra opera purtroppo mai tradotta in italiano, quella del dissidente cinese Zheng Yi, Scarlet Memorial. Tales of Cannibalism in Modern China, pubblicata nel 1996 negli Stati Uniti dall’autorevole Westview Press. 

Dopo la morte di Mao, senza troppa pubblicità, alcune commissioni d’inchiesta indagano sulle atrocità della rivoluzione culturale. Una lavora nel 1983 sulla contea di Wuxuan. Lo stesso Zheng Yi, un giornalista comunista che ha militato nelle Guardie Rosse, è inviato da un giornale di partito di Pechino con lettere di accreditamento ufficiale che invitano le autorità locali a mettersi a sua disposizione per un’inchiesta. All’epoca, Deng Xiao Ping (1904-1997), che al tempo della rivoluzione culturale era stato estromesso dalla dirigenza del partito, malmenato e mandato a lavorare in una fabbrica di trattori di provincia, dove era sfuggito per miracolo a un tentativo di assassinio, è diventato il padrone della Cina e ha interesse sia a screditare la “banda dei quattro” che ha promosso gli eventi del 1966, sia a far filtrare qualche cauta critica allo stesso Mao Tse-tung che non lo ha certamente protetto. 

Il lavoro dei tribunali sembra serio, e molti vedono una franca indagine su questo orribile passato come il preludio all’inevitabile democratizzazione. Ma la classe dirigente del Partito Comunista Cinese e lo stesso Deng la pensano diversamente. La repressione del movimento degli studenti in Piazza Tiananmen nel 1989 segna la fine della breve primavera di speranze democratiche in Cina.
Dopo Tiananmen, il regime si chiude su se stesso. A Mao si applica la “teoria delle dieci dita” – una tesi spesso ripresa dalla sinistra radicale italiana – secondo cui “nove decimi” della sua opera erano positivi, solo un decimo era costituito da errori ed eccessi. Gli storici cinesi e stranieri che indagano sulle atrocità, fino ad allora incoraggiati dal regime di Deng, improvvisamente trovano ostacoli. Gli archivi, che si erano miracolosamente aperti, si chiudono. Le istruttorie sono concluse frettolosamente e le condanne sono sorprendentemente lievi: meno di cento condanne a morte in tutta la Cina – un paese che ha il record di pene capitali nel mondo, applicate anche a reati che non implicano la perdita di vite umane – per i massacri di massa della rivoluzione culturale, pene da cinque a quindici anni per i responsabili di autentici eccidi. 

Un dramma nel dramma è appunto quello costituito da una forma di cannibalismo che un sociologo non può non chiamare rituale, dove i “nemici del popolo” sono mangiati in adunate di massa, un fatto che in questa forma non ha precedenti neppure nella storia del comunismo. Gli archivi non sono più aperti ma molti documenti esistono ancora. A Zheng Yi, dopo i fatti di Tiananmen, è vietato di pubblicare il suo libro in Cina. Ma riesce a farlo pubblicare a Taiwan prima di fuggire, ormai da ex-comunista, negli Stati Uniti. Scarlet Memorial resta così un monumento alle vittime di una delle peggiori atrocità del XX secolo, anche se l’indagine riguarda solo alcune prefetture, in particolare quella di Wuxuan, nella provincia sud-occidentale di Guangxi. Come riassume Jung Chang, a Wuxuan (e non solo lì) «nelle adunate di denuncia, il pezzo forte del regime maoista, veniva praticato il cannibalismo. Le vittime venivano macellate e alcune parti scelte dei loro corpi, il cuore, il fegato e talvolta il pene asportate, spesso prima che i poveretti fossero morti, cucinate sul posto e mangiate in quelli che all’epoca erano chiamati “banchetti di carne umana”». 

Nel solo Guangxi, Zheng Yi calcola in almeno diecimila il numero dei “cannibalizzati”. Il caso del Guangxi è particolarmente clamoroso – e ha suscitato dopo la rivoluzione culturale il maggiore interesse a Pechino, con inchieste e processi – ma è certo che, forse non sulla stessa scala, il cannibalismo rituale comunista abbia celebrato i suoi orrendi fasti anche in altre province della Cina. L’aspetto straordinario delle vicende del Guangxi nasce però dal fatto che tutto è documentato non da una propaganda anticomunista, ma da inchieste e processi promossi all’epoca di Deng dallo stesso Partito Comunista Cinese. 

Questi fatti non vanno confusi con gli episodi di cannibalismo avvenuti nell’epoca precedente il Grande Balzo in Avanti (1958-1962), dovuti alla fame, non all’ideologia, anche se la fame era stata provocata dalle dissennate riforme di Mao. L’unicità – anche rispetto ai casi della Russia staliniana descritti nel recente volume L’île aux cannibales dello storico Nicolas Werth (Perrin, Parigi 2006), dove certo erano le guardie a mangiare i detenuti e non viceversa, ma non è che avessero molto altro da mangiare – degli episodi documentati da Zheng Yi e Yung Chang sta nel fatto che nella Cina della rivoluzione culturale nessuno moriva più di fame come nel 1960. I “banchetti di carne umana” non miravano a placare la fame, ma erano definiti “dimostrazioni esemplari di eliminazione”, il cui scopo era terrorizzare ogni potenziale dissidente e infliggere al “nemico”, cioè a chiunque la pensasse diversamente da Mao, e ai suoi figli, un trattamento che mostrasse a tutti che il regime non li considerava persone umane. 

L’idea di “nemico” era molto ampia. Non erano “cannibalizzati” solo quanti erano stati iscritti a partiti diversi da quello comunista o erano discendenti di proprietari terrieri. Le stesse Guardie Rosse si erano divise in una “grande fazione” e in una “piccola fazione”, e Mao stesso giocava sullo scontro per controllare meglio il movimento. Quando Mao si schiera decisamente con la “grande fazione”, centinaia di membri delle Guardie Rosse, fedelissimi del “Grande Timoniere”, sono a loro volta cannibalizzati. Zheng Yi considera aspetto allucinante della sua inchiesta non il fatto che bambini (la cui carne è considerata più tenera e gustosa) siano mangiati di fronte ai genitori (e viceversa) e donne orrendamente torturate prima di finire sul tavolo dei “banchetti di carne umana”, né che il cuore e il fegato dei “cannibalizzati” siano conservati per anni sotto sale per essere consumati più tardi quali prelibatezze dotate anche di presunti poteri curativi. No: quello che lo sconvolge è che – quando si trattava di Guardie Rosse della “piccola fazione” – queste si facessero macellare o strappare brandelli di carne mentre erano ancora vive gridando “Viva il Partito” o “Viva Mao”, convinte che il Grande Timoniere ignorasse o disapprovasse le atrocità. E invece – sul punto le fonti sono implacabili – Mao non solo sapeva ma organizzava il terrore fino ai suoi limiti più estremi, nell’ambito di una complessa manovra per conservare un potere assoluto che gli sembrava minacciato. 

Ci sono stati altri casi di cannibalismo – come si è accennato, nei GULag siberiani e nella stessa Cina delle grandi carestie – nella storia di morte del comunismo. Ma quello della rivoluzione culturale è l’unico dove la fame non c’entra, non può essere invocata per fornire una qualunque difficile giustificazione. No: si mangiavano gli adulti, le donne, i vecchi e i bambini non per necessità alimentare, ma per celebrare un rito politico con toni a loro modo “religiosi”. Gli unici precedenti – ma su scala numerica assai più ristretta – li troviamo nel cannibalismo ai danni dei rivoltosi cattolici vandeani praticato dalle più fanatiche truppe della Rivoluzione francese e documentato dallo storico francese Reynald Secher. Non ci si potrà dunque stupire se “comunista” – così come “giacobino” – resterà, per molti e per sempre, una parola che odora di tortura, di strage e di sangue. Le civiltà costruite contro Dio finiscono sempre per macchiarsi dei più orribili misfatti contro l’uomo.

Ricorda 

«Un quadro assai più fondato – in quanto fondato scientificamente – del numero complessivo delle vittime fatte dal comunismo in Cina potrebbe essere invece suggerito dallo studio statistico di Paul Paillat e Alfred Sauvy, pubblicato nel 1974 sull’autorevole rivista parigina Population (n. 3, pag. 535). Da esso emerge che la popolazione cinese era in quell’anno inferiore di circa 150 milioni di persone a quella che avrebbe dovuto essere statisticamente, cioè in base al suo tasso di crescita pur calcolato in modo prudenziale. Nel luglio 1990 il p. Giancarlo Politi (redattore di Asia News a Hong Kong e oggi tra i maggiori specialisti italiani di cose cinesi) da noi interpellato in merito ci ha risposto che la cifra di circa 150 milioni di vittime complessive gli sembrava corrispondente alla realtà, ma che per la scarsità di documenti non è possibile darne dimostrazione. A nostra richiesta, il p. Politi ha poi sottoposta a questione al famoso studioso p. Ladany (allora ancora in vita e pure residente a Hong Kong) il quale si è a sua volta espresso in modo analogo». (Eugenio Corti, L’esperimento comunista, Ares, 1991, pp. 92-93).

Bibliografia 

Jung Chang, con Jon Halliday, Mao. La storia sconosciuta, Longanesi, 2006.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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