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Il grido silenzioso



 

Wirmer, l’avvocato che disse no a Hitler
 di Elio Guerriero

Chiesa & nazi/3. Professionista di successo, oppositore del regime fin dagli esordi, prese parte alla congiura che portò all’attentato contro il Führer: catturato, fu ucciso l’8 settembre 1944.

[Da «Avvenire», 3 ottobre 2007]

I l 20 luglio 1944 un attentato ben predisposto mise in serio peri­colo la vita di Adolf Hitler. Tra quanti avevano partecipato al com­plotto, chiamato in codice «opera­zione Valchirie», vi era l’avvocato cattolico Joseph Wirmer, messo a morte l’8 settembre 1944. Il suo cor­po fu intenzionalmente cremato in­sieme a quello di altri cinque op­positori, di modo che non si potes­se più distinguere tra le ceneri. Tan­to era il disprezzo e l’odio dei nazi­sti.

Joseph Wirmer nacque il 19 marzo 1901 a Paderborn, nella Germania prussiana, al confine con l’Olanda, secondo di cinque figli. Nel 1906 la famiglia si trasferì a Warburg in We­stfalia dove il padre, Anton, era sta­to nominato preside del ginnasio Marianum. Nella stessa cittadina Anton, esponente del Partito del Centro, fu per diversi anni membro del consiglio comunale. A Warburg Joseph crebbe in un ambiente ca­ratterizzato da profonda fede cat­tolica, da un’educazione umanisti­ca cosmopolita e dall’attenzione al bene comune.

Durante la Prima guerra mondiale, la tranquilla vita familiare fu turba­ta dalla morte sul fronte di Heinri­ch, il fratello maggiore di solo un anno di Joseph. Questi conseguì la maturità nel 1920 e subito dopo si iscrisse alla facoltà di Diritto di Fri­burgo. Già l’anno successivo, però, si trasferì a Berlino dove assimilò la ricca offerta di cultura ed arte del­la capitale e partecipò con entusia­smo alla rinascita cattolica nella protestante capitale del Reich, sen­sibile soprattutto alle sollecitazioni di solidarietà ed etica economica di Carl Sonnenschein. Si laureò nel 1924 e nel 1927 superò l’esame di Stato per diventare avvocato. La carriera andò di pari passo con la vi­ta familiare. Nel 1928 sposò Edvige Preckel, negli anni seguenti nac­quero Maria e Johanna e nel 1940 Anton. Altro impegno assimilato dalla famiglia d’origine e portato a­vanti con assiduità fu quello politi­co. Esponente del Partito del Cen­tro, militò nell’ala più attente alle i­stanze sociali e collaborò stretta­mente anche con l’Azione cattoli­ca.

All’avvento del nazismo Wirmer si avviava a divenire un avvocato di successo con uno studio nella ca­pitale del Reich non lontano dal fa­moso viale Unter den Linden. A dif­ferenza, però, di tanti professioni­sti, Joseph non cedette mai alle lu­singhe dell’ideologia e del partito nazista. Già nel 1933, sentendo un discorso del Fuhrer, esclamò: «Io sarò il nemico di Hitler». La sua op­posizione nasceva in particolare dalla diversa concezione del dirit­to. Lì dove i nazisti affermavano che l’autorità non la verità fa le leggi, e­gli si batteva per una legislazione corrispondente ad una corretta vi­sione dell’uomo e della società. Per questo venne presto conosciuto co­me oppositore del regime e ritenne suo dovere infrangere delle leggi in­giuste la cui unica giustificazione era quella di essere imposte dalla dittatura.

Tra i suoi clienti vi erano sacerdoti inquisiti per violazione della ’Leg­ge sui comportamenti insidiosi’ ed ebrei. Entrò, dunque, in contatto con i nomi più o meno noti della resistenza: dal vescovo Konrad von Preysing, a sua volta laureato in Di­ritto, al pastore Dietrich Bonhoef- fer, al conte Claus Schenk von Stauf­fenberg. Era inoltre informato del­­l’attività del circolo di Kreisau nel quale era impegnato il gesuita ba­varese Alfred Delp. L’idea comune era quella di abbattere un regime che aveva portato all’oppressione dei deboli e alla rovina della Ger­mania per far nascere un nuovo sta­to sulla base del diritto e della soli­darietà. I rapporti di opposizione più intensi li ebbe con Carl Gorde­­ler, già sindaco di Lipsia, con il qua­le condivideva l’idea che il tiranni­cidio fosse ormai inevitabile.

Joseph era pienamente consape­vole dei rischi che correva e cercò in ogni modo di tener fuori i parenti dalla cospirazione. Già nel gennaio del 1944 disse al fratello Ernst che ritornava al fronte dopo una licen­za: «Se il nostro piano fallisce, per me sarà disgrazia. Significa che non ci rivedremo più. Ma vi sarà peri­colo anche per te, per mia moglie e per i miei figli». Dopo il 20 luglio la previsione si rivelò esatta. Gli ami­ci gli consigliarono di fuggire. Egli preferì rimanere al suo posto per non esporre i parenti all’accusa di corresponsabilità. Cercò inoltre di favorire la fuga di Carl Goerdeler, ma invano. Arrestato nella sua ca­sa di Berlino il 2 agosto del 1944 fu condotto nel campo di concentra­mento di Ravensbrück dove ebbe­ro inizio gli interrogatori e il pro­cesso farsa che si svolse il 7-8 set­tembre. Una nota del procuratore del Reich del giorno 4 settembre av­vertiva infatti: «È già stabilito che questi imputati possano essere giu­stiziati anche subito, alla fine del di­battimento ». Wirmer affrontò il processo con fer­mezza e dignità, con una pacatez­za che ad alcuni testimoni ricordò l’umorismo di san Tommaso Mo­ro. Riferendo a Martin Bormann, il capo della cancelleria del Reich, lo stesso ministro della Giusti­zia Thierack fu co­stretto ad affermare che Wirmer aveva mostrato più compo­stezza e serenità del famigerato presiden­te del tribunale, il giu­dice Roland Freisler.
Al momento dell’ese­cuzione Joseph non poté avere un sacerdote al suo fianco. Il parroco Gebahrd, tuttavia, riuscì a fargli per­venire un’ostia consacrata con la quale si comunicò nell’ultima do­menica della sua vita, alle 9 del mat­tino in comunione con la moglie che a quell’ora era solita assistere alla Messa.

Joseph aveva 43 anni quando ven­ne messo a morte. No­nostante l’età relativa­mente giovane, lascia­va una preziosa testi­monianza nel campo del diritto e della giusti­zia sociale, della distri­buzione solidale dei be­ni. In questo prosegui­va l’impegno della sua famiglia e della Chiesa cattolica che a Berlino, a Monaco e in Slesia si batteva per le classi meno privilegiate, per i po­lacchi ed altre minoranze sociali e religiose. 

(3. continua)

© Avvenire

 


 
   

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