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Il grido silenzioso



 

I severi costumi di Roma repubblicana
 di Eugenio Corti

L’invincibile esercito di Roma non tollerava debolezze nel campo morale. Il cedimento in battaglia per viltà e timore era punito con la morte. E così anche le pratiche omosessuali tra soldati.

[Da «il Timone» n. 65, luglio/agosto 2007]

Si parla frequentemente della corruzione presente in Roma nell’epoca imperiale. In tal modo, molti finiscono per ignorare che nell’epoca precedente, quella repubblicana, che vide Roma imporsi al mondo intero, i suoi costumi erano invece molto rigorosi. E ciò fu un elemento che contribuì a rendere praticamente invincibile l’esercito romano.

A quell’epoca, in Roma la vita civile e quella militare erano così intracciate che se qualche cittadino avesse mirato a ricoprire una qualsiasi carica politica (tranne l’edilità) gli era d’obbligo aver prima compiuto dieci anni di servizio militare.
Ne consegue che non è possibile comprendere la situazione di quel tempo se non si ha prima un’idea precisa dell’esercito romano. Le informazioni più complete su di esso le forniscono due storici che ne hanno fatta esperienza personale, Polibio e Flavio Giuseppe (Polibio, Libro VI, capitoli dal 19 al 42 – Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, cap. III dal 5,1 al 5,8 e passim altrove).

Nell’esercito romano, ogni militare aveva un suo posto ben preciso sia nell’accampamento, sia in marcia, sia in battaglia, e non poteva lasciarlo finché era vivo. Ai superiori, ogni recluta prestava personalmente giuramento di obbedienza e tutti erano tenuti ad osservare una ferrea disciplina. L’unica, inevitabile punizione per le mancanze gravi era il terribile fustuarium, che Polibio così descrive: effettuato un rapido processo da parte dei tribuni, e pronunciata la sentenza, uno di essi toccava il condannato con un bastone: “In seguito a ciò tutti i soldati lo colpiscono con bastoni o pietre, cosicché per lo più lo uccidono nel campo, ma neppure chi scampa alla morte ha possibilità di salvezza. E come potrebbe averla? Non gli è lecito tornare in patria, e dopo tale condanna nessun parente oserebbe accoglierlo in casa”.
Poiché in combattimento a nessuno era lecito lasciare il posto assegnatoli “accade che a molti... pur essendo sopraffatti... muoiono sul posto per timore della punizione, evidentemente più temuta della morte in battaglia”.

Poteva però capitare che non un singolo soldato, ma un intero reparto cedesse la posizione: in questo caso “i Romani non condannano tutti [i soldati implicati], ma alla presenza dell’intero esercito... il tribuno estrae a sorte ora cinque, ora otto, ora venti uomini, in proporzione al numero dei colpevoli, in modo che i sorteggiati siano circa un decimo del totale”. Questi venivano puniti col fustuarium. Gli altri con misure di disonore, molto temute, e costretti ad accamparsi per indegnità fuori dall’accampamento, e ad alimentarsi solo di orzo.
Polibio ci offre anche l’elenco di quelli che venivano puniti col fustuarium per mancanze commesse all’interno dell’accampamento: anzitutto chi commetteva una trascuratezza nel rigoroso servizio di guardia, poi “chi è sorpreso a rubare, chi fa testimonianze false, chi abusa del proprio corpo (su questo punto torneremo più avanti), e infine chi incorre tre volte nella stessa mancanza minore”.

Circa le esercitazioni e l’addestramento militare, Giuseppe Flavio riferisce: “Le manovre si svolgono con un impegno per nulla inferiore a quello di un vero e proprio combattimento... ogni giorno tutti i soldati si esercitano con tutto l’ardore come se fossero in guerra...”, per cui “non sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre, battaglie incruente, e le loro battaglie, esercitazioni cruente”.
Continua: “Comportandosi con eguale disciplina anche in battaglia, essi celermente eseguono le conversioni nella dovuta direzione, e in schiera compatta avanzano o indietreggiano a comando... Così assoluta è la loro ubbidienza ai capi, da costituire un ornamento in tempo di pace e, in battaglia, da cementare l’intero esercito in un blocco unico”.
Fatto importante: “I Romani ritengono preferibile al successo dovuto al caso, l’insuccesso conseguito nel rispetto della disciplina”.
Tutto ciò spiega la loro quasi invincibilità nei confronti di ogni altro esercito e se ci è concesso dirlo, qui si affaccia prepotentemente, alla mente di chi scrive, il ricordo dei soldati tedeschi nel nostro tempo: i quali, quanto a disciplina ed efficienza militare, erano in tutto e per tutto così.

Quanto all’affermazione di Polibio, “chi abusa del proprio corpo” dobbiamo intendere chi si prestava a pratiche omosessuali: tali pratiche comportavano dunque la messa a morte. Il che ci fa ben comprendere il rigore morale presente in quell’epoca (a differenza di quelle successive) nella società romana, nella quale tuttavia non esistevano limiti agli abusi sui popoli vinti e sugli schiavi, che erano considerati non esseri umani ma cose.
Lo storico francese Jean-Noel Robert è chiaro al riguardo: “In quest’epoca le relazioni con un invertito non sono considerate peggiori di quelle con una prostituta: l’essenziale è che l’uno come l’altra siano d’origine servile”.

Una testimonianza concreta del rigore morale vigente tra i soldati ancora un secolo dopo, ci è offerta da Plutarco (Vita di Gaio Mario, 14): nell’anno 103 a.C. un ufficiale superiore, Gaio Lusio, nipote dello stesso Mario, aveva nottetempo convocato nella propria tenda un soldato di bell’aspetto, tale Trebonio, con l’intento di violentarlo. Per impedirglielo, il soldato “sguainò la spada e l’uccise. Mario... istituì un processo” nel quale emerse con chiarezza l’accaduto. Allora “Mario... comandò che fosse portata la corona che tradizionalmente si attribuisce a un atto di valore, e con le sue stesse mani incoronò Trebonio, elogiandolo per il gesto “altamente onorevole” da lui compiuto... La notizia di questo fatto arrivò a Roma e contribuì molto a far attribuire a Mario il terzo consolato. 

Bibliografia

Eugenio Corti, Catone l'antico, Ares, 2005.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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