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Il grido silenzioso



 

La Resistenza cancellata
 di Alberto Leoni

La Resistenza antifascista non fu composta soltanto da socialisti e comunisti. Ma i partigiani anticomunisti stati “cancellati”. Perché non smentissero l’egemonia della memoria storica voluta dal Partito comunista?

[Da «il Timone» n. 59, gennaio 2007]

In una recente trasmissione televisiva, dedicata all’opera La grande bugia di Giampaolo Pansa, si constatava come i nomi di Giuseppe Perotti, Ignazio Vian e Duccio Galimberti non dicessero più niente alla quasi totalità degli italiani. Tanto perché si sappia, il generale Giuseppe Perotti fu quello
che, nel momento delta sua condanna a morte net gennaio del 1945, si rivolse ai coimputati e comandò: «Signori ufficiali! Attenti! Viva l’Italia!». Ignazio Vian, tra i primi a prendere le armi contro i nazisti, venne impiccato in corso Vinzaglio a Torino dopo settimane di torture. Duccio Galimberti, avvocato di Cuneo, fu tra i fondatori delle brigate partigiane di Giustizia e Libertà e fu anch’egli fucilato dai fascisti nel gennaio del 1945. Basta entrare nel sito internet del Quirinale e cercare le motivazioni della medaglie d’oro al valor militare per vedere quante centinaia di nomi, di storie, di sacrifici, di eroismi abbiano costituito la parte migliore della Resistenza.

È chiaro che tale amnesia collettiva nazionale non è certo colpa di Giampaolo Pansa, come vorrebbero far credere i manutengoli dell’ideologia che vediamo, oggi, trionfare su giornali e televisioni. Ed è anche chiaro che, se solo fossimo consci del patrimonio di storia e di coscienza nazionale che stiamo perdendo, ignorando i molti eroi e le molte anime della Resistenza, cominceremmo a nutrire una rabbia sorda per quei farisei che si sono messi davanti alla porta della Storia e non hanno fatto entrare un’intera nazione: e tutto per sfruttare, ai propri fini politici, un’epopea che fu di gran parte di quella nazione, anche di quella che preferì seguire il destino degli ignavi e il cui onore fu salvato dal sacrificio di tanti. Certo, ogni 25 aprite, vi sono soltanto bandiere rosse nei cortei e chi cerca di entrarvi con un gagliardetto diverso è costretto, spesso, a sopportare insulti e aggressioni. In definitiva, sembra proprio che la Resistenza sia stata fatta solo dai comunisti o dai loro alleati (Giustizia e Libertà, cattolici di sinistra); o meglio, da coloro che i comunisti sono disposti a legittimare come propri compagni di strada e, quindi, con una dignità di poco inferiore alla propria. Il grande storico piemontese Raimondo Luraghi, partigiano nelle brigate monarchiche e medaglia d’argento al valor militare, ha precisato come fossero quattro i fronti della Resistenza: innanzitutto l’esercito, che nelle battaglie successive all’8 settembre ebbe 26.000 morti e che nelle operazioni del Corpo Italiano di Liberazione parse altri 20.000 caduti; i militari italiani all’estero, alleati dei partigiani di Tito (65.000 combattenti di cui 25.000 caduti); 650.000 militari deportati nei lager a che non vollero giurare due volte, nonostante la prospettiva di disertare una volta rimpatriati (più di 30.000 morti di fame e di tifo); e, last but not least, i 70.000 che militavano nelle file partigiane al 25 aprile ma il cui numero, data l’estrema volatilità dell’impegno, fu di 220.000 nel corso della guerra. Ma è vero, allora, che la Resistenza non fu niente, come scriveva Indro Montanelli? Uno studioso come Virgilio Ilari afferma che il grado di mobilitazione della Resistenza italiana fu il più alto dell’Europa occidentale. E chi fu, allora, a fare la Resistenza? I comunisti e i laicisti di sinistra? Secondo Giorgio Bocca le poche migliaia di partigiani dell’autunno ‘43 sono molti per un paese «senza rivoluzione borghese e senza Riforma» e che non aveva più conosciuto una guerra popolare «dai tempi dell’imperatore Federico Barbarossa». Siamo qui in presenza di pregiudizi privi di fondamento e che non considerano per esempio le insorgenze antinapoleoniche, ben conosciute ai nostri lettori. E, comunque, Francia, Belgio, Olanda, avevano avuto la Riforma ad ebbero anche un alto tasso di collaborazionismo, più alto di quello italiano. Quanto alla “riformata” Germania nazista, “il tacere e bello”.

Sempre Virgilio Ilari ha quantificato il peso delle diverse componenti resistenziali. Si può dire, grosso modo, che il numero dei garibaldini comunisti fu intorno al 46% del totale (circa 100.000) e che si batterono con eroismo spesso suicida, spesso imposto da ordini di partito che portavano a gloriose a sanguinose disfatte. Va inoltre calcolato che tale numero comprende coloro che facevano parte di tali formazioni ma non ne riflette necessariamente l’orientamento ideologico. Chi andava in montagna, spesso non aveva scelta che quella di entrare nella formazione più vicina. Basti pensare che Pier Bellini delle Stelle, che catturò Mussolini, era cattolico e vicecomandante delta 52° brigata Garibaldi. Le formazioni di Giustizia e Libertà schierarono il 20% del totale, I socialisti delle brigate “Matteotti” il 7%, i cattolici il 5%, gli autonomi il 21 %, laddove per “autonomi” si intendevano formazioni di indirizzo monarchico, gestite da militanti regolari.

Certo, qualcuno può rimanere scandalizzato nello scoprire che motti eroi partigiani avevano combattuto contro i comunisti in Spagna. Il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, che seppe resistere allo strappo dei denti e delle unghie in via Tasso e fu trucidato alle Ardeatine; o il tenente Edgardo Sogno, conte Rata del Vallino, protagonista di beffe e sabotaggi, di audacia senza pan e che, nel 1944, liberò un gruppo di partigiani fatti prigionieri a Milano, travestendosi da ufficiale delle SS. italiane e disarmando i militi fascisti, rinchiudendoli poi in uno stanzino; o il tenente colonnello Guido Rampini, ufficiale franchista e fucilato a Bergamo dai fascisti. Tra i più alti gradi del Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia troviamo il monarchico Raffaete Cadorna, eroe della difesa di Roma, il democristiano Enrico Mattei e il quasi dimenticato Alfredo Pizzoni, il vero artefice del flusso di denaro che tenne in vita la Resistenza.

Quanto ai cattolici, oltre ai sacerdoti che, disarmati, diedero la vita per i propri fratelli, vi sono coloro che combatterono con le armi contro i nazisti che saccheggiavano l’Italia a contro i fascisti che li aiutavano: proprio come era accaduto al tempo delle insorgenze antinapoleoniche. Erano cattoliche le formazioni “Alfredo di Dio”, le “Brigate del Popolo”, le “Fiamme Verdi” e le “Osoppo Friuli”, ma ci fu chi scese in campo quasi da solo o con pochi amici, come Giancarlo Puecher, fucilato a Erba il 23 dicembre 1943. «Trasportato sul luogo del supplizio — così recita la motivazione della medaglia d’oro alla memoria — chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere». Puecher era solo il primo di una lunga lista di eroi oggi sconosciuti: Pietro Augusto Dacomo che, sui muri della celia, scrisse col sangue l’incipit del Paternoster e la frase «Nella vita si giura una volta sola»; Renato Del Din delle “Osoppo” caduto alla testa dei suoi uomini; i fratelli Antonio e Alfredo Di Dio, morti in combattimento nella val d’Ossola; Luigino Pierobon, cattolico militante nella brigata “Ateo Garemi” con socialisti e comunisti; Giovanni Ceron, che con un gruppo dl giovani dell’Azione Cattolica diede vita alla brigata “G. Negri” e che venne bruciato vivo dai nazisti; Antonio Schivardi e Antonio Lorenzetti delle “Fiamme verdi”, uccisi per aver protetto la ritirata dei propri compagni; Emiliano Rinaldini che, circondato dalle Brigate Nere, si aprì la strada sparando, attirando l’attenzione del nemico su di sé, fino alla cattura e alla morte; Giovanni Carli, caduto mentre attaccava una colonna nazista nei giorni dell’insurrezione. A volte la guerriglia vide anche battaglie di notevole ampiezza, dove l’addestramento e la disciplina fruttarono la vittoria, come al passo del Mortirolo, chiuso dalle “Fiamme Verdi”, che respinsero due offensive nazifasciste nel marzo e nell’aprile del 1945 o in Val Pesio, dove le formazioni del capitano Cosa sfuggirono all’accerchiamento e contrattaccarono con abilità, infliggendo dure perdite.

Tanto spirito di sacrificio, spesso, venne ricambiato con l’odio settario e con l’omicidio. È appena il caso di ricordare lo stato maggiore della “Osoppo” sterminato a Porzus «da mano fraterna nemica» e il suo comandante Francesco De Gregori, e assieme a lui i tre protagonisti de I giusti del 25 aprile: lt tenente colonnello Edoardo Alessi, il capitano Ugo Ricci e il tenente Aldo Gastaldi. Sulla morte di tutti e tre pesano pesanti sospetti che, anche in questi casi, sia stata «una mano fraterna nemica» ad assassinarli, ma non è questo il punto che preme di più oggi. Ciò che è più urgente non è incriminare gli assassini di ieri ma riportare alla luce eroi come Aldo Gastaldi, il leggendario comandante “Bisagno” per il cui ritratto, ancora una volta, dobbiamo ringraziare Pansa. «Sembrava il personaggio di un film sui cavalieri di re Artù. Alto, atletico, una barba corta tra il biondo e il rosso, un coraggio spericolato, altruista, cattolico dalla testa ai piedi, di un’austerità da frate, tutto dedito alla sua idea fissa: tirare su una formazione di ribelli capaci di mandare al tappeto la Germania di Hitler e la repubblichetta di Mussolini. Sino all’ultimo ha ripetuto il suo credo: non si doveva odiare il nemico, ma soltanto combatterlo, non si doveva torturare, fare rappresaglie, fregarsene dei danni ai civili, e ai comandanti spettava l’onore di sacrificarsi per tutti». Fu la sua Fede e il rispetto per la vita umana, nei limiti della guerra, a ispirare la preghiera della sua divisione Garibaldi: «Vergine Maria, Madre di Dio, rendimi un patriota intelligente e onesto nella vita, intrepido nelle battaglie, sicuro nel pericolo, calmo e generoso nella vittoria. Accetta i sacrifici e le rinunce della mia vita partigiana e concedimi di raggiungere, con purezza d’intenzioni, l’ideale che donerà alla Patria, con lo splendore delle antiche tradizioni, l’ebbrezza di nuove altissime mete».

Come re Artù, la regale grandezza di “Bisagno”, dopo decenni di oblio, tornerà a ispirare gli animi dei cristiani e li porterà a una nuova Resistenza contro tutti i totalitarismi che, oggi come ieri, cercano di distruggere la Chiesa..

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«Quando pubblicai “Il sangue del vinti” e “Sconosciuto 1945”, ma anche all’uscita di “Prigionieri del silenzio”, furono in tanti a urlacchiare il loro “vade retro!” nella speranza di allontanare il demonio che li insidiava. Avevano un connotato comune: appartenevano, come me, al campo antifascista e spesso al campo dell’antifascismo di sinistra. Ma non a quello liberale, aperto al colloquio, pronto alla discussione. No, militavano tutti, sia pure con stili diversi, nell’antifascismo più tignoso, ringhiante, blindato nel bunker di una memoria immutabile. Una memoria che rifiuta qualunque correttivo alla versione storica corrente, dal momento che lo ritiene una deviazione pericolosa».
(Giampaolo Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue del vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2006, pp. 273-274).

Bibliografia

Raimondo Luraghi, La Resistenza. Album della guerra di Liberazione, Rizzoli, 1995. Splendido per semplicità e impatto emotivo. Reperibile in biblioteca.
Ugo Finetti, La resistenza cancellata, Ares, 2003.
Luciano Garibaldi, I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi?, Ares, 2005.
Virgilio Ilari, Le formazioni partigiane alla Liberazione, in L’Italia in guerra, 1945, Commissione italiana di storia militare, 1996. Non reperibile facilmente, in edizione limitata. Uno studio quantitativo fondamentale.
Antonio Pietra, Guerriglia e controguerriglia, Rossato editore, 1997. Forse l’unico testo che affronti la questione dal punto di vista strettamente militare e senza condizionamenti ideologici.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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