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Il grido silenzioso



 

Pio XII, il Papa calunniato
 di Andrea Tornelli

Nonostante una quantità sbalorditiva di testimonianze contrarie, molte provenienti da ambienti ebraici, perdura la leggenda nera di un Papa che sarebbe stato “nemico degli Ebrei”. All’origine della calunnia ci sono dossier fabbricati ad arte dal comunismo sovietico. Scoperti nuovi documenti.

[Da «il Timone» n. 64, giugno 2007]

La figura di Pio XII, mentre procede l’iter della causa di beatificazione e si avvicina il cinquantesimo anniversario della morte (avvenuta nell’ottobre 1958), continua ad essere al centro di polemiche ma anche di nuove scoperte documentali che contribuiscono a correggere la leggenda nera sul Papa «silenzioso» se non addirittura «filonazista» costruita in questi decenni. Una leggenda nera che risale agli ambienti dell’Unione Sovietica: è ormai accertato che le informazioni servite per realizzare il dramma «Il Vicario», la piece teatrale di Rolf Hochhuth che diede l’avvio alla campagna di accuse, provenivano dagli archivi dei servizi segreti comunisti della Germania dell’Est. Dossier fabbricati ad arte per screditare il Papa e la Chiesa.

Nuovi documenti finiti dagli archivi del Reich a quelli della Germania comunista, pubblicati per la prima volta dal quotidiano La Repubblica nei mesi scorsi attestano, invece, che Pio XII era descritto dai nazisti come un nemico, un «avversario abile e temuto», un capo religioso molto attivo nell’aiuto e nel soccorso a polacchi ed ebrei, e in attesa di «un cambiamento della situazione in Germania».

Purtroppo, a queste nuove e importanti acquisizioni non corrisponde un cambiamento di mentalità. Lo hanno dimostrato le recenti polemiche per la didascalia posta sotto la foto di Pio XII al memoriale dell’Olocausto, lo Yad Vashem di Gerusalemme. Il Pontefice è stato collocato in mezzo ai capi di Stato razzisti (e già questo è motivo di indignazione), e la didascalia incriminata, nel descrivere Pacelli come una figura «controversa», contesta tra l’altro al Pontefice la mancanza di interventi verbali o scritti contro la deportazione degli ebrei, la mancanza di interventi per bloccare la razzia del ghetto di Roma e un «silenzio» che non diede «linee guida» in favore degli israeliti perseguitati al clero in Europa. Ognuno di questi punti è formulato in modo discutibile nel radiomessaggio del 24 dicembre 1942, Pacelli parlò delle «centinaia di migliaia di persona le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o un progressivo deperimento». Ed è attestato che non appena fu informato della razzia nel ghetto di Roma il Papa mise in atto vari tentativi di fermarla. Uno di questi, grazie al generale Reiner Stahel, portò Himmler a dare l’ordine di sospendere i rastrellamenti già nel primo pomeriggio del 16 ottobre 1943, il giorno in cui erano iniziati. Così come appare del tutto incongruente affermare che la Santa Sede non diede direttive umanitarie in favore dei perseguitati: una tesi smentita da tantissime testimonianza.

A questo proposito sono interessanti quelle inedite raccolte dal professor Michael Tagliacozzo, storico ebreo di origini italiane sopravvissuto alla Shoah perché accolto nel palazzo papale del laterano, profondo studioso dell’Olocausto. Sono attestati che si aggiungono ai moltissimi già noti e pubblicati e che mostrano l’assoluta inconsistenza della tesi contenuta nella didascalia del museo Yad Vashem. Eccone alcuni stralci: «Desidero raccontarvi della Roma ebraica, del gran miracolo di avere trovato qui migliaia di ebrei. La Chiesa, i conventi, frati e suore - e soprattutto il Pontefice - sono accorsi all’aiuto e al salvataggio degli ebrei, sottraendoli agli artigli dei nazisti e dei loro collaborazionisti fascisti italiani. Grandi sforzi, non scevri da pericoli, sono stati fatti per nascondere ed alimentare gli ebrei durante i mesi dell’occupazione tedesca… Tutta la Chiesa è stata mobilitata allo scopo, operando con grande fedeltà... Il Vaticano è stato il centro di ogni attività di assistenza e salvataggio nelle condizioni della realtà del dominio nazista». (Sergente maggiore Joseph Bancover, uno dei capi del movimento sionista laburista).
«Tutti i profughi raccontano il lodevole aiuto da parte del Vaticano. Sacerdoti hanno messo in pericolo la loro vita per nascondere e salvare gli ebrei. Lo stesso Pontefice ha partecipato all’opera di salvataggio degli ebrei». (Lettera dal fronte italiano del soldato Eliyahu Lubisky, membro del kibbutz socialista «Beth Alpha»).
«Grande fu l’aiuto che venne agli ebrei dal Vaticano e dalle varie autorità ecclesiastiche... che mosse da spirito di carità si adoperarono per lenire i dolori dei nostri correligionari e per proteggerli dalle persecuzioni». (Bollettino Ebraico d’informazioni del 18 settembre 1944).
«… Riconoscenza che poi, come ognuno di noi ben sa, dobbiamo tributare in misura quanto mai grande e sentita verso la Chiesa cattolica e verso il suo augusto capo, Sua Santità Pio XII al quale… feci già da tempo pervenire l’espressione della gratitudine vivissima di tutta la nostra popolazione». (Relazione della Comunità israelitica di Roma, 20 ottobre 1944).
«A Roma il 16 ottobre 1943, fu organizzata una vasta retata nel vecchio quartiere ebraico… Il clero italiano partecipò all’opera di salvataggio e i monasteri aprirono agli ebrei le loro porte. Il Pontefice intervenne personalmente a favore degli ebrei arrestati a Roma». (Dalla relazione introduttiva del Procuratore Gideon Hausner al processo Eichmann, 18 aprile 1961).

Come si può ben vedere, un coro di gratitudine per l’aiuto ricevuto. Il tempo è galantuomo e c’è da prevedere che nuovi documenti contribuiranno a restituire a questo grande Papa il posto che si merita. È ad esempio del tutto falso che Pio XII avesse un qualsiasi tipo di avversione per gli ebrei. Negli anni del liceo il giovane Eugenio aveva stabilito dei solidi legami d’amicizia con alcuni compagni. Il rapporto con uno di questi è particolarmente interessante in quanto si tratta di un giovane, Guido Mendes, appartenente alla comunità ebraica di Roma. Discendente di una famosa famiglia di dottori e studiosi di medicina che risaliva fino al medico di corte del re Carlo I d’Inghilterra. All’indomani della morte di Pio XII, il dottor Mendes, che all’epoca viveva a Ramat Gan, in Israele, racconterà al quotidiano Jerusalem Post dell’amicizia che lo aveva legato al Papa fin dai tempi in cui frequentavano insieme il Visconti. «Pacelli è stato il primo papa che ha condiviso, negli anni della sua giovinezza, una cena dello Shabbat in una casa ebraica e che ha discusso informalmente di teologia ebraica con eminenti membri della comunità di Roma». Mendes ricorda che visitava casa Pacelli e che Eugenio visitava casa sua, e che «scambiavano tra loro quelli che erano i loro interessi e i loro ideali». Ricorda intorte che pur vivendo in un periodo in cui l’atmosfera predominante era anticlericale e avversa al cattolicesimo, Pacelli era sempre pronto a intervenire in difesa della Chiesa. Il futuro Pio XII aveva manifestato molto interesse per la religione ebraica e aveva chiesto all’amico di poter prendere in prestito dalla sua biblioteca un libro del rabbino Ben Herzog. Terminato il liceo, uno si sarebbe avviato agli studi ecclesiastici, l’altro a quelli di medicina. Ciononostante riusciranno a incontrarsi ancora e la profondità del loro legame si sarebbe manifestata in modo particolare nel 1938, quando Pacelli, già cardinale di Stato da diversi anni, si sarebbe prodigato ad aiutare la famiglia Mendes colpita dalle leggi antisemite promulgate dal governo fascista italiano. Il cardinale otterrà per loro la possibilità di recarsi al sicuro in Svizzera, da dove, l’anno successivo, espatrieranno in Palestina. Dopo la guerra, Guido Mendes e Pio XII avranno ancora due incontri definiti dal medico ebreo «estremamente cordiali», nei quali parleranno, tra l’altro, dello statuto della città di Gerusalemme. Mendes ricorderà che papa Pacelli, nel corso di un incontro con un gruppo di ebrei sopravvissuti dai campi di concentramento, aveva detto loro: «Fra breve tempo, voi avrete uno Stato d’Israele».

Un altro, significativo frammento, permette di ricostruire quale fosse l’atteggiamento personale del Pontefice nei confronti degli israeliti, come attesta un articolo pubblicato il 28 aprile 1944 sul quotidiano The Palestine Post (oggi Jerusalem Post). Sotto il titolo A Papal Audience in Wartime (Una udienza papale in tempo di guerra) e la firma «by Refugee» (in calce è scritto che l’autore dell’articolo è arrivato in Palestina nella nave di rifugiati, «Nassa»), l’autore raccontava che nell’autunno del 1941 era stato ricevuto, insieme ad altri ebrei, in udienza da Pio XII. Quando il Papa gli si era avvicinato, il giovane aveva rivelato di essere nato in Germani ma di essere ebreo. Il Papa aveva risposto: «Dimmi figliolo, cosa posso fare per te?». Il giovane aveva raccontato del naufragio di ebrei rifugiati che erano stati salvati da una nave italiana nel mar Egeo e fatti prigionieri in un campo di internati in una isola locale. Il Pontefice aveva ascoltato con attenzione e si era preoccupato della condizione fisica e sanitaria degli ebrei fatti prigionieri. Secondo l’articolo pubblicato su The Palestine Post, Pio XII aveva aggiunto: «Hai fatto bene a venire da me per raccontarmi questa storia, ero già stato informato in proposito. Vieni domani con un rapporto scritto e consegnato alla segreteria di Stato che si prenderà cura della questione. So bene cosa questo significhi e spero che tu sia sempre fiero di essere un ebreo». L’autore dell’articolo assicurava che il Papa aveva alzato la voce in modo che tutti nella sala potessero ascoltarlo chiaramente: «Figliolo, ciò di cui sei meritevole solo il Signore lo sa, ma credimi, tu hai la stessa dignità di ogni altro essere umano che vive sulla nostra terra! E ora, mio amico ebreo, vai con al protezione di Dio, e non dimenticare mai, tu devi sentirti fiero di essere un ebreo».
Concludeva l’autore dell’articolo che, dopo aver detto ad alta voce queste parole, Pio XII aveva alzato la mano per dargli la benedizione, ma «si fermò, sorrise e con le dita mi toccò la testa e mi invitò a sollevarmi, visto che ero inginocchiato».

Ricorda

«La campagna di disinformazione, nome in codice “Posizione 12”, era stata approvata da Nikita Krusciov con l’intento di screditare moralmente il Papa, facendolo apparire come un gelido simpatizzante dei nazisti e un silenzioso testimone dell’Olocausto. L’apice dell’azione di propaganda sarebbe stata, secondo Pacepa, la rappresentazione nel 1963 della celebre opera teatrale “Il Vicario”, scritta dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, che demolì la figura di Pacelli, e da cui il regista Costa-Gavras avrebbe tratto nel 2002 il suo film “Amen”».
(Marco Ansaldo, I dossier di Hitler su Pio XII. “Quel Papa è nostro nemico”, in la Repubblica, 29 marzo 2007).

Bibliografia

Andrea Tornielli, Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, Mondadori 2007.
Andrea Tornielli, Pio XII, il Papa degli ebrei, Piemme, 2001.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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