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Il grido silenzioso



 

Pio XII, un rabbino contro la leggenda nera
 di Matteo Luigi Napolitano

Lo studioso ebreo americano David G. Dalin interviene nella querelle su Pacelli: «Macchè Papa di Hitler, andrebbe anzi collocato fra i Giusti che salvarono molti perseguitati dalla Shoah».

[Da «Avvenire», 18 luglio 2007]

Nel febbraio del 2001 un noto accademico ebreo, il rabbino David Dalin, pubblicò sul Weekly Standard un articolo destinato a fare il giro del mondo. In questo articolo (pubblicato anche in Italia dalla Rivista di studi politici internazionali), Dalin affrontava i nodi storiografici riguardati Pio XII, esaminandoli sotto una luce nuova. Senza preoccuparsi di addentrarsi su un terreno minato per le relazioni tra ebrei e cattolici, Dalin prendeva nettamente le distanze dai tanti miti che avevano distorto, nel corso degli anni, l’immagine e la memoria di Eugenio Pacelli, che i più accesi accusatori consideravano, a seconda delle sfumature culturali, silenzioso e passivo testimone della Shoah o addirittura complice del nazifascismo.

Il mito del "Papa di Hitler", effetto del successo mediatico del Vicario di Hochhuth e di libri come quello di John Cornwell, andava quindi sfatato una volta per tutte. Il Rabbino non risparmiava critiche anche a quanti, sull’onda delle "citazioni in serie", avevano fatto un uso deliberatamente strumentale delle fonti, alterandole e quindi alterando la verità storica.
Che l’analisi del "caso Pio XII" risenta di questo problema era noto da tempo. Come abbiamo osservato in altra occasione, si dimentica troppo spesso che su Pio XII esiste non solo una letteratura apologetica, ma anche una letteratura "ipologetica", che trascura di considerare le fonti nel loro insieme prima di emettere un giudizio, che quasi sempre è di condanna senza appello di quel papa.

Pochi ad esempio hanno notato che gli accusatori di Pacelli sono deboli su punti storiografici non trascurabili. Si prenda ad esempio il caso della "razzia" degli ebrei romani del 16 ottobre 1943. Quasi tutti gli accusatori di Pio XII si sono basati su un telegramma del 28 ottobre 1943, in cui l’ambasciatore tedesco in Vaticano, von Weizsäcker, scriveva a Berlino che «nonostante le pressioni esercitate su di lui da diverse parti, il papa non si è la sciato indurre a nessuna dichiarazione di protesta contro la deportazione degli ebrei di Roma» e che «sebbene egli si renda conto che tale atteggiamento gli verrà rimproverato dai nostri nemici e dai circoli protestanti dei paesi anglosassoni con intenti di propaganda anticattolica, in questo delicato problema ha fatto di tutto per non peggiorare le relazioni con il Governo e le autorità a Roma»; pertanto si poteva «considerare liquidata questa spiacevole faccenda per le relazioni tedesco-vaticane». Nessuno di costoro ha notato che l’ambasciatore tedesco nascose al suo governo un evento assai importante. Egli fu infatti convocato in Vaticano proprio la mattina del 16 ottobre, per sentirsi dire che «è doloroso per il Santo Padre che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono ad una stirpe determinata». Sono queste le esatte parole che il Segretario di Stato pronunciò. Egli poi esortò l’interlocutore tedesco ad adoperarsi per far cessare le deportazioni, ammonendolo che la Santa Sede non doveva «essere messa nella necessità di protestare», perché in tal caso essa si sarebbe affidata «per le conseguenze, alla Divina Provvidenza».

Fu la pubblicazione dei documenti della Santa Sede a correggere il tiro e a informarci del colloquio tra l’ambasciatore tedesco e il Segretario di Stato. Avendo von Weizsäcker omesso d’informare Hitler di tale colloquio, era chiaro che dagli archivi tedeschi non si poteva conoscere l’esatta dinamica degli eventi. E per quanto oggi la verità sul 16 ottobre 1943 sia pienamente conosciuta, molti deliberatamente la ignorano, preferendo i dispacci tedeschi che potremmo definire come il "silenzio di von Weizsäcker" sulla razzia degli ebrei romani.

Contro questi esempi di letteratura "ipologetica" interviene Dalin anche nel suo ultimo libro, ora in uscita in Italia col titolo La leggenda nera del papa di Hitler (Piemme). La disamina di Dalin non parte con Pio XII, ma tocca i rapporti tra ebrei e cattolici nel corso dei secoli, dimostrando come essi non siano stati del tutto infruttuosi. Per l’eminente rabbino americano, il fecondo terreno dell’attuale dialogo ha radici antiche, di cui nel libro si troveranno molti esempi. E’ ovvio che il rapporto tra ebrei e cattolici non fu sempre lineare e sereno; ma è del pari chiaro per Dalin che il cristianesimo è stato uno dei migliori alleati dell’ebraismo, alla luce di eventi storici che non si limitano certo al quadrante europeo.

L’idea del rabbino è anzi che, forse oggi più che mai, sia necessario rafforzare quest’alleanza, alla luce delle minacce che provengono dal fondamentalismo islamico. Per questa ragione Dalin trova insensate, oltre che infondate, le ricorrenti accuse a Pio XII provenienti da alcuni settori culturali ebraici, vedendovi (ci si passi il termine) un plateale autogol. Perché per lo studioso ebreo un tale atteggiamento alimenta un dilagante anticattolicesimo, che altro non è che una nuova forma di antisemitismo.

Ci si scaglia contro Eugenio Pacelli. Ma egli dovrebbe per Dalin essere considerato un "Giusto tra le Nazioni", per il suo ruolo decisivo nel salvataggio degli ebrei dalla Shoah: non solo a Roma ma dovunque gli israeliti fossero minacciati. Del resto, quanti cattolici "Giusti" onorati da Yad Vashem non hanno fatto risalire a Pio XII la loro opera? Dimenticando tutto questo, si trascura di arginare i veri conati antisemiti di oggi: uno dei più plateali è la diffusione nel mondo islamico, a livello di bestseller, delle edizioni in arabo dei Protocolli dei Savi anziani di Sion e del Mein Kampf di Hitler. La via di uscita è quindi riprendere le fila di un sereno dialogo fra ebrei e cattolici, che non consideri la storia ancella di posizioni precostituite.

© Avvenire
www.avvenire.it

 


 
   

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