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Il grido silenzioso



 

Note su alcune recenti dichiarazioni di Amos Luzzatto a proposito di Pio XII
 del Prof. Matteo Luigi Napolitano - Membro del Comitato scientifico della CADL

[Fonte: Catholic Anti-Defamation League onlus - www.cadl.it]

Sul “Corriere della Sera” del 6 giugno 2007 (p. 17), appaiono le seguenti dichiarazioni di Amos Luzzatto, ex Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, in relazione alle recenti ricerche (come quella di Andrea Tornielli nel libro Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, Milano, Mondadori, 2007) che confutano la “leggenda nera” su quel Papa: «Leggenda nera, leggenda grigia, oppure di chissà quale colore – ha dichiarato Luzzatto al “Corriere della Sera” - quello che è documentato è che da Pio XII non arrivò mai un atto pubblico di opposizione contro gli stermini di massa. Saremmo lieti di prenderne atto se ci venissero mostrati» Pio XII, continua Luzzatto, «non disse una parola sul rastrellamento al ghetto che partì solo dopo che l’ambasciatore tedesco presso la Santa sede disse che non ci sarebbero state particolari proteste da parte del Vaticano. L’unico argomento possibile è che il Papa temeva una rappresaglia contro la Chiesa e i suoi fedeli».

La presentazione di Luzzatto è storicamente del tutto inesatta, e come tale tendenziosa. Infatti il telegramma con cui l’ambasciatore tedesco in Vaticano «disse che non ci sarebbero state particolari proteste da parte del Vaticano» è del 28 ottobre 1943 e quindi segue, non precede, il rastrellamento degli ebrei romani. Inoltre quella stessa presentazione dei fatti che Luzzatto sottoscrive in pieno, è ormai smentita dalle fonti esistenti da quasi trent’anni.

Giova pertanto vedere che cosa avviene tra Vaticano e Germania quando si verifica la razzia degli ebrei romani, si quel “sabato nero” dell’ottobre 1943.

***

Partiamo da un personaggio poco noto. E’ Fritz Kolbe, un funzionario tedesco che durante la guerra passò documenti importanti ai servizi segreti americani. Questo personaggio ha lasciato traccia di sé in un fondo denominato “Kappa”, le cui carte riguardano il Vaticano. Vi si trova, fra l’altro, anche una comunicazione dell’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weizsäcker, resa nota da padre Graham sulle pagine di Civiltà Cattolica [1].

Questo documento racconta della convocazione dell’ambasciatore tedesco in Vaticano immediatamente dopo la retata compiuta da Kappler nel quartiere ebraico di Roma, il 16 ottobre 1943 (ma invero, a quel che sembra, iniziata nella tarda serata del giorno prima) [2]. Che cosa si dissero Maglione e von Weizsäcker, quel 16 ottobre?

Saputo della retata, Maglione aveva chiesto a von Weizsäcker d’intervenire in favore degli ebrei romani, «in nome dell’umanità, della carità cristiana». «Io mi attendo sempre che mi si domandi: perché mai voi rimanete in codesto vostro ufficio» rispose Weiszäcker. Maglione disse che tuttavia non gli avrebbe rivolto una simile domanda. «Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. È doloroso per il Santo Padre che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre comune siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono ad una stirpe determinata». «Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?», chiese l’ambasciatore tedesco. «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione», fu la risposta del Segretario di Stato. A questo punto, Weizsäcker espresse tutta la sua ammirazione per l’opera svolta sino a quel momento dal Vaticano. Ma, visibilmente preoccupato, prospettò le gravi conseguenze per un passo della Santa Sede. Maglione, dopo averlo rassicurato sul fatto che gli si stava solo chiedendo d’intervenire per un senso d’umanità, lasciandolo libero nel suo proposito di non svelare a Berlino i contenuti della loro conversazione, aggiunse che la Santa Sede avrebbe cercato di non far nulla contro il popolo germanico. «Dovevo però pur dirgli che la Santa Sede non deve essere messa nella necessità di protestare: qualora la Santa Sede fosse obbligata a farlo, si affiderebbe, per le conseguenze, alla Divina Provvidenza» [3].

Ed ecco come von Weizsäcker riferì al suo governo dei contatti avuti con la Santa Sede. Scriveva egli il 17 ottobre, quindi subito dopo il colloquio col Cardinal Maglione:

Posso confermare la reazione del Vaticano di fronte alla deportazione degli ebrei di Roma, come vi ha riferito mons. Hudal. La Curia è particolarmente colpita, perché l’azione si è svolta, per così dire, sotto le finestre del papa. La reazione sarebbe forse attenuata se gli ebrei fossero utilizzati per dei lavori in Italia. Gli ambienti ostili di Roma colgono l’occasione per costringere il Vaticano ad uscire dal riserbo. Si afferma che, nelle città francesi dove erano accaduti fatti analoghi, i vescovi avevano preso apertamente posizione. E il papa, come capo supremo della Chiesa e vescovo di Roma non potrebbe farne a meno. Si è cominciato a paragonare il papa attuale con il più energico Pio XI. La propaganda dei nostri nemici all’estero coglierà certamente questa occasione per provocare una tensione fra la Chiesa e noi [4].

Qualche giorno dopo, il 28 ottobre 1943, von Weizsäcker tornò sull’argomento con il seguente dispaccio:

Nonostante le pressioni esercitate su di lui da diverse parti, il papa non si è lasciato indurre a nessuna dichiarazione di protesta contro la deportazione degli ebrei di Roma. Sebbene egli si renda conto che tale atteggiamento gli verrà rimproverato dai nostri nemici e dai circoli protestanti dei paesi anglosassoni con intenti di propaganda anticattolica, in questo delicato problema ha fatto di tutto per non peggiorare le relazioni con il Governo e le autorità a Roma. Dato che qui a Roma non si dovrebbero più prendere misure contro gli ebrei, possiamo considerare liquidata questa spiacevole faccenda per le relazioni tedesco-vaticane [5]

Come si vede, von Weizsäcker tenne all’oscuro il suo Governo, non solo del colloquio avuto il 16 ottobre con il Cardinal Maglione, ma anche della prospettiva che la Santa Sede protestasse contro la deportazione degli ebrei romani. I suoi dispacci, inoltre, rivelavano una forma quanto mai involuta, autorizzando a trarre alcune precise conclusioni:

Egli non aveva mai riferito, per ragioni che giudicava valide, che il Vaticano aveva protestato il 16 ottobre, usando un linguaggio indiretto, destinato poi ad essere male interpretato nel dopoguerra. A quel tempo egli si limitò a dire che «la Curia è particolarmente preoccupata a causa di quanto era accaduto, per così dire sotto la finestra del Papa», senza fare menzione di un’esplicita convocazione del cardinale Segretario di Stato. L’obliquo e apparentemente casuale ritorno su questo argomento, due giorni dopo, è rivelatore del metodo di Weizsäcker, che disorientò più tardi gli storici [6].

Tra gli storici che ci appaiono disorientati c’è la Zuccotti, la quale sostiene addirittura che la libertà lasciata da Maglione a Weizsäcker di non riferire a Berlino del colloquio intercorso fra loro, oltre che essere altra prova di “silenzio” della Santa Sede e del suo desiderio di non rompere con la Germania, compromise l’azione di salvataggio degli ebrei romani. Maglione, sempre stando alla Zuccotti, avrebbe fatto questa scelta non avendo più un saldo controllo dei nervi, e pensando alle conseguenze di una protesta della Santa Sede, fra le quali avrebbe potuto esserci l’invasione della Città del Vaticano e la deportazione del papa [7].

La verità è a nostro avviso molto più semplice. Maglione si era rimesso al giudizio di Weizsäcker «di fare o non fare menzione della loro conversazione, che era stata tanto amichevole». Se ne deduce pertanto che la Santa Sede non temeva nemmeno l’eventualità che l’ambasciatore tedesco facesse un completo resoconto a Berlino della conversazione avuta con Maglione, il quale aveva anche detto che la Santa Sede si sarebbe affidata, «per le conseguenze, alla divina Provvidenza» [8].

Sarebbe bastato, invero, confrontare le fonti tedesche con quelle britanniche, e in particolare con il testo di un dispaccio del ministro in Vaticano Osborne al suo governo, datato 31 ottobre 1943, per convincersi che la protesta della Santa Sede contro la deportazione degli ebrei romani era stata abbastanza energica. Ecco quanto scriveva Osborne:

Non appena seppe degli arresti di ebrei a Roma, il Cardinale Segretario di Stato diresse e formulò all’Ambasciatore tedesco una [sorta?] di protesta. L’Ambasciatore si mosse immediatamente con il risultato che gran parte di loro fu rilasciata…L’intervento vaticano sembra dunque esser stato efficace nel salvare un certo numero di queste sfortunate persone. Ho chiesto di sapere se potessi io riferir questo e mi fu detto che avrei potuto ma solo per nostra conoscenza e non per darne pubblica ragione, poiché ogni pubblicazione d’informazioni condurrebbe probabilmente a nuove persecuzioni [9].

Ci è sembrato importante soffermarsi su questi due dispacci di Weizsäcker, perché essi costituiscono la principale fonte su cui si è basato Il Vicario, di Hochhuth; specialmente una frase, contenuta nel secondo dispaccio, è stata il pilastro accusatorio contro Pio XII.

Il fatto è – ha scritto Nobécourt – che la formulazione del diplomatico nascondeva completamente la verità, la quale era la seguente: Pio XII, avvertito fin dal primo momento dalla Principessa Pignatelli, aveva immediatamente agito, da un lato tramite due religiosi tedeschi, l’uno appartenente al suo entourage diretto, il padre Pfeiffer, l’altro rettore del seminario tedesco, monsignor Hudal.

D’altra parte, come abbiamo visto, anche Maglione aveva convocato Weizsäcker, il quale aveva chiesto di non far parola a Berlino del loro colloquio e delle rimostranze della Segreteria di Stato. E si è visto anche che la Santa Sede aveva pregato il Ministro britannico Osborne di non divulgare, onde evitare guai peggiori (presumibilmente la ripresa delle deportazioni), la notizia della protesta vaticana presso l’ambasciatore tedesco.

Due ore dopo, il rastrellamento fu sospeso e quattromila ebrei minacciati trovarono asilo in conventi e collegi ecclesiastici, e altri presso Italiani. Ma dei mille deportati ad Auschwitz, per due terzi donne e bambini, solo quindici tornarono. L’operazione sarebbe stata interrotta se il Cardinale Maglione non si fosse dichiarato d’accordo con la discrezione dell’ambasciatore, contando sul fatto che questi sarebbe intervenuto personalmente, cosa che verosimilmente fece? Stranamente, dopo la guerra Weizsäcker si attenne sempre alla versione del non intervento di Pio XII, persino nei confronti dei suoi diretti collaboratori. Tacque sempre la sua convocazione da parte del Segretario di Stato, probabilmente per non aggiungere l’accusa del proprio silenzio alle altre che gli venivano mosse [10].

Non ripeteremo qui quanto altri hanno già detto in merito alla gratitudine di molte comunità ebraiche nei confronti di Pio XII, del quale riconobbero il diuturno impegno per la loro causa, dispiegato indifferentemente per gli ebrei battezzati e no [11].

Lo stesso Rabbino Capo di Roma, Israel Zolli, riconobbe ciò e sentì molto vicino Papa Pio XII; specialmente quando, nel settembre 1943, si era trattato di racimolare cinquanta chili d’oro, richiesti dai nazisti per rinunciare alla deportazione degli ebrei romani [12]. Non solo la comunità ebraica romana, ma anche alcune comunità cattoliche, si erano impegnate nella ricerca dell’oro richiesto da Kappler per rinunciare (semmai costui avesse mai inteso rinunciare) al suo nefando piano di deportazione [13].

Il testo che è considerato la madre di tutte le battaglie “antipacelliane”, il dramma di Rolf Hochhuth intitolato Il Vicario, e che vede protagonisti anche degli ebrei romani deportati ad Auschwitz sotto gli occhi del Papa, si basa dunque su fonti quanto mai inaffidabili, come i predetti due dispacci di von Weizsäcker a Berlino (che sono anche il fulcro della tesi accusatoria di Friedländer nel suo libro del 1964). Troppo poco perché Il Vicario possa costituire «un piedistallo di credibilità» [14].

Per giunta – ha scritto il Nobécourt – Hochhuth fece del suo dramma un dossier che generalizzava l’accusa di passività della Santa Sede di fronte allo sterminio degli ebrei, evocando una Chiesa cattolica che deliberatamente ignorava i fatti per antisemitismo e desiderio di tener buono Hitler. Gli ADSS cancellarono quasi completamente queste imputazioni [15].

Nobécourt non è certamente uno storico ligio a Pio XII. Eppure la sua analisi è chiara e rigorosa. E, insieme ad altri documenti già citati, ci sembra demolisca del tutto la ricostruzione non documentata e superficiale fatta da Amos Luzzatto sul “Corriere della Sera” [16]. 

[1] Robert A. Graham S.I., L’uomo che tradì Ribbentrop, cit., pp. 241-244. 

[2] Cfr. ADSS, vol. 9, doc. 368. La protesta era stata annunciata dal Rettore del Collegio tedesco di Santa Maria dell’Anima, mons. Alois Hudal, in una lettera al generale tedesco Rainer Stahel, così concepita: «Ho appreso or ora da un alto funzionario del Vaticano, vicino al S. Padre, [si trattava di suo nipote, il principe Carlo Pacelli] che questa mattina hanno avuto inizio gli arresti degli ebrei di nazionalità italiana. Nell’interesse delle buone relazioni che sino ad ora intercorrono tra il Vaticano e l’alto comando militare tedesco, grazie innanzitutto all’intuito politico e alla magnanimità di Sua Eccellenza, che passerà un giorno alla storia di Roma, la prego di dare ordine di sospendere immediatamente tali arresti a Roma e nei dintorni. Altrimenti temo che il papa sarà costretto a prendere apertamente posizione contro queste azioni, il che servirà indubbiamente ai nemici della Germania da arma contro noialtri tedeschi». Citato in Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich, cit., pp. 185-186. La minuta di questo testo, con le correzioni apportate e in una versione più completa (in cui non c’è traccia di blandizie di Hudal nei confronti di Stahel), è stata pubblicata nell’originale tedesco in ADSS, vol. 9, doc. 373. Notizia della lettera di Hudal a Stahel si ha anche nel diario di Adolf Eichmann, par. 377/AE 57, visibile su Internet all’indirizzo http://www.nizkor.org/ftp.cgi/people/e/eichmann.adolf/memoire/Eichmann.txt. Sulla precisa datazione della retata di Kappler, ivi, nota 1 a p. 505. Si veda anche: La razzia degli ebrei del 16 ottobre 1943 a Roma, in “Israel”, 29 ottobre 1959, citato in Renzo De Felice, Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo, cit., p. 478.

[3] Nota del Cardinal Maglione, 16 ottobre 1943, ADSS, vol. 9, doc. 368.

[4] Von Weizsäcker a von Ribbentrop, 17 ottobre 1943, cit. In Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich, cit., p. 186.

[5] Ivi, p. 187.

[6] Robert A. Graham S.I., L’uomo che tradì Ribbentrop, cit., p. 242. Cfr. dello stesso Graham: La strana condotta di Ernst von Weizsäcker, ambasciatore del Reich in Vaticano, in “La Civiltà Cattolica”, a. 121, 1970, vol. II, pp. 455-471. Così ha dichiarato all’ “Osservatore Romano” del 28 giugno 1944 (p. 33) Albert von Kessel, diplomatico in forze all’ambasciata tedesca presso la Santa Sede: «L’ambasciatore von Weizsäcker doveva lottare su due fronti: raccomandare alla Santa Sede, al Papa, quindi, di non intraprendere azioni inconsiderate, vale a dire azioni di cui, forse, non percepiva tutte le ultime catastrofiche conseguenze; d’altra parte, l’ambasciatore von Weizsäcker doveva cercare di persuadere i nazisti, attraverso rapporti diplomatici fatti ad arte, che il Vaticano dimostrava “buona volontà”». Giorgio Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini. Il Vaticano fra le dittature, Milano: Mursia, 1988, pp. 223-224 (si ha qui presente la ristampa del 1995). Abbiamo già visto (nel capitolo 1) che Graham ha giudicato i dispacci di Weizsäcker «tra i documenti più consapevolmente truccati nella storia della diplomazia moderna». Citato in Jacques Nobécourt, Il “Silenzio”di Pio XII, cit., p. 1188. Tutti questi elementi sono sottovalutati da Sergio Minerbi, Pio XII, il Vaticano e il «sabato nero». Le responsabilità nell’arresto e nella deportazione degli ebrei romani, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 3: maggio-giugno 2002, spec. p. 42. L’eminente studioso fa peraltro riferimento (a p. 38) alla testimonianza di von Kessel qui riportata, ma non al brano citato; e, in generale, ci appare piuttosto suscettibile nella difesa a oltranza della credibilità di von Weizsäcker.

[7] Susan Zuccotti, Under his very Windows. The Vatican and the Holocaust in Italy, New Haven-London: Yale University Press, 2000; trad. it.: Il Vaticano e l’Olocausto in Italia, Milano: Bruno Mondadori, 2001. Si ha qui presente l’edizione inglese, p. 160.

[8] ADSS, vol. 9, p. 506 (il corsivo è nostro).

[9] «As soon as he heard of the arrests of Jews in Rome Cardinal Secretary of State sent for the German Ambassador and formulated some [sort?] of protest. The Ambassador took immediate action, with the result that large numbers were released…Vatican intervention thus seems to have been effective in saving a number of these unfortunate people. I enquired whether I might report this and was told that I might do so but strictly for your information and on no account for publicity, since any publication of information would probably lead to renewed persecution». Osborne a FO, 31 ottobre 1943 tel. 400, FO 371/37255, citato in ADSS, vol. 9, nota 3 a p. 506.

[10] Jacques Nobécourt, Il “silenzio” di Pio XII, in Dizionario Storico del Papato, a cura di Philippe Levillain, Milano: Bompiani 1996 p. 1186; cfr. ADSS, vol. 9, doc. 506.

[11] Cfr. Pierre Blet S.I., Pio XII e la seconda guerra mondiale, cit., passim; Alessandro Duce, Pio XII e la Polonia (1939-1945), cit. . Per dare un’idea dell’opera di assistenza della Chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, si vedano i documenti riprodotti dal De Felice in allegato al suo studio: Renzo De Felice, Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo, cit., Appendice, documenti 40 e 41. 

[12] Come abbiamo già detto (cap. 2), dopo un personale cammino di riflessione teologica si convertì al cattolicesimo, battezzandosi con il nome di Eugenio in omaggio a Pacelli. Cfr. Israel Zolli, Before the dawn; autobiographical reflections. New York, Sheed and Ward, 1954. Niente di sostanziale e di nuovo aggiunge su questa figura il recente libro, scarsamente analitico e scopertamente apologetico, di Judith Cabaud, Il Rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Israel Zolli, Rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Cinisello Balsamo: Piemme, 2002. Per l’operazione in favore degli ebrei romani, di cui fu incaricato il direttore dell’amministrazione della Santa Sede, Bernardino Nogara, cfr. ADSS, vol. 9, doc. 353.

[13] Accurato ci sembra il resoconto di Renzo De Felice (Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo, Torino: Einaudi, 1993, p. 468), il quale parla di un prestito sollecitato da Renzo Levi a mo’ di sondaggio, nel caso in cui la comunità ebraica non riuscisse a racimolare l’oro richiesto alla scadenza stabilita. Tale sondaggio fu bene accolto dalla Santa Sede. La Zuccotti ha scritto che a trovare l’oro furono poi gli ebrei romani (prevalentemente ls piccola e media borghesia del vecchio ghetto o di Trastevere) insieme ad alcuni benevoli vicini non ebrei (Susan Zuccotti, Under his very Windows, cit., pp. 153-154). Il ruolo dei cattolici nella vicenda è dunque posto assai in ombra; anche perché per la Zuccotti (nota 18 a p. 365), «i contributi da parte di non ebrei provennero di fatto da individui piuttosto che da gruppi organizzati». Sennonché nella lettera di mons. Nogara al cardinal Maglione, del 29 settembre 1943, si legge quanto segue: «Il dr. Zolli ieri alle 14 è venuto a dirmi che avevano trovati i 15 Kg presso delle comunità cattoliche e che quindi non avevano bisogno del nostro concorso. Però pregava che non gli si chiudesse la porta per l’avvenire». ADSS, vol. 9, doc. 353 (già citato). Non si capisce su che basi il Minerbi ritenga inesatta questa informazione di Nogara. Sergio Minerbi, Pio XII, il Vaticano e il «sabato nero». Le responsabilità nell’arresto e nella deportazione degli ebrei romani, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 3: maggio-giugno 2002, p. 33. La Zuccotti dà notizia della lettera di Nogara nella nota 18 di p. 365, già citata; ma traduce impropriamente la frase «avevano trovati i 15 kg presso delle comunità cattoliche» con un più generico «found within the Catholic community». Martin Gilbert (The Holocaust. A History of the Jews of Europe during the second World War, New York: Henry Holt & Co., 1987, p. 622) scrive invece che «il Papa aiutò la comunità ebraica di Roma, in quel mese di settembre, offrendo qualsiasi ammontare d’oro fosse necessario a coprire i cinquanta chili richiesti dai nazisti, che la comunità non avesse potuto raccogliere da sola».

[14] La frase è di Carlo Bo, che firmava l’introduzione all’edizione italiana del dramma di Hochhuth.

[15] Jacques Nobécourt, Il “silenzio” di Pio XII, cit., p. 1186.

[16] Si vedano, a tal proposito, le illuminanti osservazioni di Pierre Blet S.I., La leggenda alla prova degli archivi. Le ricorrenti accuse contro Pio XII, in “La Civiltà Cattolica”, 21 marzo 1998, vol. I, n. 3546, pp. 531-541. “Prova d’intellighentsija” è l’articolo di Paolo Sylos-Labini, Quella miscela esplosiva che condannò gli Ebrei, in “Corriere della Sera”, 6 gennaio 1998. L’efficace confutazione delle tesi di Sylos-Labini, oltre che nell’articolo di Blet già citato, può trovarsi nell’altro dello stesso Autore: Myth vs. Historical Fact, in “L’Osservatore Romano” (edizione inglese), n. 17, 29 aprile 1998.

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