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Il grido silenzioso



 

L’identità sconquassata
 di Roberto Marchesini

L’odio contro la realtà raggiunge la persona e la sua sessualità. Con l’«ideologia di genere» il rifiuto del progetto d’amore di Dio sulla persona aggiunge una nuova tappa al suo processo plurisecolare di distruzione. E promettendo la liberazione e la felicità, produce soprattutto disperazione. Con il contributo dei soldi pubblici…

[Da «il Timone» n. 60, febbraio 2007]

Tra la fine di ottobre e i primi di novembre 2006 si è tenuta a Bologna la quarta edizione del Gender Bender Festival. Il titolo del festival organizzato da uno dei circoli gay più importanti d’Italia allude ad uno stato sessuale e identitario che va al di là del genere sessuale (gender = genere, bender = colui che piega); tra le proposte l’animalità, il travestitismo, la pornografia. Sono cose che possono far sorridere se non che la storia moderna ci ha abituati a constatare come, spesso, le affermazioni più estreme “gridate” da piccole minoranze diventano, nel giro di una generazione, proposte di legge per entrare quindi nell’ordinamento giuridico degli Stati e nel comune sentire della popolazione. E in effetti, se abbiamo la forza morale e la pazienza di guardare alcuni “salotti televisivi” dove si dispensano i luoghi comuni della classe intellettuale del Paese, ci renderemo canto che oggi il senso comune (famiglia fondata sub matrimonio fra un uomo e una donna, accettazione della propria identità personale sessuata) è considerato il pensiero di una minoranza. Certo, se dagli intellettuali passiamo alla gente comune il rapporto cambia, ma l’obiettivo delle minoranze e proprio il cambiamento del modo di percepire la realtà della gente comune.
Quanti erano i comunisti nel 1848 quando venne pubblicato il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels e quale era il loro peso politico? Eppure solo 23 anni dopo, nel 1871, tennero in scacco la capitale della Francia per settimane dando vita all’episodio della Comune di Parigi. Chi ha valutato il fatto che l’impero sovietico sorse da un pugno di uomini che conquistarono il potere in Russia nel 1917?

Con un editoriale pubblicato sull’inserto domenicale di Avvenire dedicato alla diocesi di “Bologna Oggi”, la curia di Bologna ha avanzato alcune perplessità soprattutto in merito ai finanziamenti pubblici ricevuti dal Gender Bender Festival (3.000 euro dall’assessorato alla cultura della provincia di Bologna, 15.000 euro da parte del Comune, 10.000 euro dalla Regione e più di 30.000 euro dalle fondazioni Monte e Carisbo): «È lecito spendere soldi pubblici per finanziare spettacoli di pornostar mascherate da artisti? […] Tutti abbiamo ascoltato i lamenti del Comuni sui tagli della Finanziaria che potrebbero mettere in pericolo i servizi sociali primari. Mettere in scena la masturbazione o piccanti rapporti omosessuali e forse un servizio sociale primario?». Il sindaco di Bologna e finanziatore della manifestazione, Sergio Cofferati, ha risposto colui alle critiche parlando di «censura e intolleranza»; non si è fatta attendere la contro-replica della curia bolognese: «La Chiesa non censura nessuno ma non accetta neppure di essere censurata, perché non può abdicare al suo dovere-diritto di parlare per il bene e per la dignità della persona umana; e rientra nel dovere-diritto di ogni cittadino di esprimere il proprio parere su come si spende il denaro pubblico. Ciascuno giudichi da che parte sta la volontà di censurare».

Come è evidente, quello della censura e dell’intolleranza è un argomento che non regge, ma facile e quasi obbligato quando si ha come antagonista la Chiesa; il vero problema è quello dei finanziamenti pubblici ad una manifestazione simile, che presuppone l’idea che il Gender Bender Festival contribuisca al bene comune. È proprio così?

Il catalogo della manifestazione recita: «La leonessa che occhieggia dalla copertina della quarta edizione di Gender Bender ci invita a forzare la gabbia delle convenzioni per andare a caccia della personale forma di felicità che consiste nella piena realizzazione dei propri ruggenti desideri. Desiderio di libertà dagli stereotipi e dalla cattività imposta da quella Norma che tenta di domare e ammaestrare i generi e gli orientamenti sessuali. Se infatti non si è nati con la criniera, quale legge della Natura ci impone di non rimediare alla svista indossandone una?».

Davvero rimediare alle “sviste” della natura, perseguire una «personale forma di felicità, che consiste nella piena realizzazione dei propri ruggenti desideri» corrisponde ad un obiettivo sociale e culturale che la società può proporre in maniera così attiva?

Voler rimediare alle “sviste” della natura ha un nome: Rivoluzione. Si tratta della superba ribellione alla realtà inaugurata da Satana, portata tra gli uomini dai progenitori (“eritis sicut Deus” — sarete come Dio) realizzata dalla Rivoluzione Francese, Comunismo, dal Sessantotto. Tutti esperimenti, insomma, per lo meno fallimentari, se proprio non si vogliono chiamare malvagi e perversi: la promessa di felicità si è sempre dimostrata certezza di sofferenza.

Per quanta riguarda invece la «piena realizzazione del propri ruggenti desideri», si è trasformata in una vera e propria “dittatura del desiderio”, ma anche in questo caso non c’è traccia della promessa felicità. Basti ricordare l’intervista all’onorevole Emma Bonino comparsa sulla rivista femminile Grazia il 17 marzo 2006. L’esponente radicale ha raccontato di aver provato sulla sua pelle tutti i «ruggenti desideri» la cui piena realizzazione non può essere vietata in un paese laico e moderno: aborto, fecondazione assistita, convivenza, l’andare dove porta il cuore. L’esito? «Piango moltissimo, da sola».

Forse è questo che intendeva il Presidente del Consiglio Romano Prodi con quella frase usata durante uno del faccia a faccia elettorali del 2006: «organizzare un po’ di felicità per noi».
Tuttavia, la realtà ci insegna che inseguendo i propri desideri non si raggiunge la felicità; la felicità si raggiunge piuttosto permettendo alla propria natura di svilupparsi a pieno, ossia di diventare ciò che siamo. Perché la nostra natura e la nostra identità non sono “sviste”, ma un meraviglioso progetto, nella realizzazione del quale sta la felicità.
Se non si è nati con la criniera significa che non si è un leone; fingere di esserlo è soltanto un’illusione, non la felicità.

Bibliografia

Cos’è l’ideologia dl genere? Cosa significa questa parola, perché è stata introdotta, e da chi? A queste domande risponde l’attivista pro-family statunitense Dale O’Leary in un suo libro recentemente tradotto in Italia con il titolo Maschi o femmine? La guerra del genere, a cura di Dina Nerozzi (Rubbettino, 2006). L’autrice racconta la sua esperienza alle conferenze ONU del Cairo e di Pechino, durante le quali si è consumato il tentativo di imporre al mondo questa ideologia; e spiega quali siano le relazioni tra il “femminismo radicale” e questa nuova aberrazione del pensiero, che in modo silenzioso e strisciante sta già influenzando le nostre vite. Il testo magisteriale di riferimento è la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 31 maggio 2004.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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