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Il grido silenzioso



 

Omertà dei Papi, un'accusa infondata
 di Andrea Galli

Le critiche dell'inchiesta inglese sulla «segretezza» della Chiesa e la realtà dei fatti

[Da «Avvenire», 31 maggio 2007]

I panni sporchi c’è chi preferisce lavarli in casa. Giovanni Paolo II no, la pensava diversamente. E così, il 14 agosto 1993, cioè nove anni prima che la questione degli abusi sessuali commessi da membri del clero cattolico esplodesse sui media americani, con il caso della diocesi di Boston, 13 anni prima che la Bbc rilanciasse le accuse di «omertà mafiosa» alla Chiesa, scelse di parlare in modo chiaro. In mondovisione. Davanti a migliaia giovani arrivati da cinque continenti.

Nell’omelia della Messa tenutasi alla Mcnichols Sports Arena di Denver, durante la Gmg del ’93, il Papa riconobbe che «in un’epoca in cui tutte le istituzioni generano sospetti, la stessa Chiesa non si è salvata dalla riprovazione». Parlò del «dolore» e dello «scandalo causati dai peccati di alcuni ministri dell’altare», della necessaria «sollecitudine per le vittime di queste cattive azioni» e del bisogno di «porre in opera ogni mezzo umano per rispondere a questo male».

La lettera ai vescovi Usa. Il problema il Papa l’aveva affrontato già a giugno con i vescovi di Colorado, New Mexico, Arizona e Wyoming in visita Roma, e soprattutto in una lunga lettera rivolta a tutti i vescovi statunitensi, dedicata al dramma degli abusi sessuali. «Quanto sono severe le parole di Cristo quando parla di tale scandalo, quanto grande deve essere quel male se "chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare"», si leggeva all’inizio di quel documento. Papa Wojtyla ammoniva che «le pene canoniche previste per certe offese e che danno espressione sociale alla disapprovazione per il male sono pienamente giustificate. Esse contribuiscono a mantenere chiara la distinzione fra bene e male, e promuovono il comportamento morale così come il formarsi di una giusta consapevolezza della gravità del male». Ricordava che «ogni peccatore che segue la via del pentimento, della conversione e del perdono può invocare la misericordia di Dio». Infine, in anticipo sullo sciacallaggio mediatico che si sarebbe scatenato anni dopo, aggiungeva che «pur riconoscendo il diritto alla dovuta libertà di informazione, non bisogna consentire che il male morale divenga occasione di sensazionalismo», che «conduce alla perdita di qualcosa che è essenziale per la moralità della società. Viene leso il diritto fondamentale degli individui a non essere facilmente esposti all’irrisione dell’opinione pubblica… si agisce in modo radicalmente opposto alla ricerca del bene morale».

Da lì in poi Giovanni Paolo II non avrebbe mai fatto mancare la sua voce nei momenti cupi vissuti dalle varie Chiese toccate dagli scandali.

Nell’aprile ’94 venivano approvate, con il placet papale, procedure più snelle per ridurre allo stato laicale sacerdoti o religiosi colpevoli di abusi sessuali. Nel 1998 la Santa Sede interveniva sul caso dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Hermann Groer, accusato anche lui di abusi risalenti agli anni ’70.

Nel 1999, il 26 giugno, Giovanni Paolo II riceveva in udienza i vescovi irlandesi: accanto all’omaggio per una gloriosa storia di «santità, testimonianza e impegno», lanciava un messaggio accorato: «Vi sono stato vicino nel dolore e nella preghiera, affidando al Dio "di ogni consolazione" quanti sono stati vittima di abusi sessuali da parte di ecclesiastici o religiosi. Dobbiamo anche pregare affinché quanti si sono resi colpevoli di ciò, comprendano la natura maligna delle loro azioni e chiedano perdono».

Quei toni escatologici. Il Giovedì Santo del 2000, nella lettera indirizzata ai sacerdoti di tutto il mondo firmata nel Cenacolo di Gerusalemme, Giovanni Paolo II usava toni escatologici: «Sono le ore in cui si combatte la grande battaglia tra l’amore che si dona senza riserve e il mysterium iniquitatis che si chiude nella sua ostilità... È vero: nella storia del sacerdozio, non meno che in quella dell’intero popolo di Dio, s’avverte anche la presenza oscura del peccato. Tante volte l’umana fragilità dei ministri ha offuscato in loro il volto di Cristo. E come stupirsene, proprio qui, nel Cenacolo? Qui non solo si consumò il tradimento di Giuda, ma lo stesso Pietro dovette fare i conti con la sua debolezza, ricevendo l’amara profezia del rinnegamento».

Il 30 aprile 2001 il Papa firmava il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela per definire dettagliatamente sia i «delitti più gravi commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti» la cui competenza doveva rimanere esclusivamente della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), sia le norme processuali speciali «per dichiarare o infliggere le sanzioni canoniche». Motu proprio seguito da un "regolamento di esecuzione", la lettera De delictis gravioribus, firmata il 18 maggio dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone.

Ma i richiami non finivano. Il 18 gennaio 2002, nel discorso alla plenaria della Cdf, il Papa ringraziava la Congregazione per «la collaborazione nel giudizio di alcuni gravi problemi morali, che esigono particolare competenza e approfondimento». Pochi giorni dopo, incoraggiava i partecipanti della sessione plenaria stavolta della Congregazione per l’educazione cattolica, all’utilizzo di «competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio».

Sollecitudine per le vittime. Ancora, nella lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 2002 si leggeva: «Siamo personalmente scossi nel profondo dai peccati di alcuni nostri fratelli che hanno tradito la grazia ricevuta con l’Ordinazione, cedendo anche alle peggiori manifestazioni del mysterium iniquitatis che opera nel mondo. Sorgono così scandali gravi, con la conseguenza di gettare una pesante ombra di sospetto su tutti gli altri benemeriti sacerdoti, che svolgono il loro ministero con onestà e coerenza, e talora con eroica carità. Mentre la Chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione, noi tutti – coscienti dell’umana debolezza, ma fidando nella potenza sanatrice della grazia divina – siamo chiamati ad abbracciare il mysterium Crucis e ad impegnarci ulteriormente nella ricerca della santità». Il 28 marzo, nella Santa Messa del Crisma del triduo pasquale, Giovanni Paolo pregava «per quei nostri confratelli che sono venuti meno agli impegni assunti con l’ordinazione sacerdotale».
La convocazione a Roma. Nemmeno un mese dopo, venivano poi convocati a Roma i cardinali americani, e veniva ribadito loro che «l’abuso che ha causato questa crisi è sbagliato secondo ogni criterio ed è giustamente considerato un crimine dalla società; è anche un peccato orrendo agli occhi di Dio»; «la gente deve sapere che nel sacerdozio e nella vita religiosa non c’è posto per chi potrebbe far del male ai giovani. Deve sapere che i Vescovi e i sacerdoti sono totalmente impegnati a favore della pienezza della verità cattolica nelle questioni riguardanti la moralità sessuale».

Il 20 luglio, alla messa di chiusura della Gmg di Toronto, Giovanni Paolo II coglieva l’occasione, come a Denver, per ammettere di fronte al mondo che «il danno fatto da alcuni sacerdoti e religiosi a persone giovani o fragili riempie noi tutti di un profondo senso di tristezza e di vergogna». Così come il 5 settembre, davanti ai rappresentanti della Conferenza episcopale brasiliana.

Intervenire prontamente. Nell’esortazione post-sinodale Pastores gregis sul «Vescovo servitore del Vangelo di Cristo», ottobre 2003, il Papa inseriva l’ennesimo riferimento al tema: «Il Vescovo deve essere forte e deciso, giusto e sereno», deve «intervenire prontamente, secondo le norme canoniche stabilite, sia per la correzione e il bene spirituale del sacro ministro, sia per la riparazione dello scandalo e il ristabilimento della giustizia, come pure per quanto riguarda la protezione e l’aiuto alle vittime».

Nel 2004, in quattro udienze con i vescovi degli Stati Uniti, Giovanni Paolo ritornava instancabilmente su clero e abusi sessuali: Idem il 6 febbraio 2004, di fronte alla Cdf, e il 1 febbraio 2005, davanti alla Congregazione per la dottrina cattolica.

Infine, il 2 aprile, Karol Wojtyla moriva. E il cardinale Ratzinger, che in una meditazione della Via Crucis al Colosseo aveva scritto: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!», veniva eletto al soglio pontificio.

Nuovo Papa, stesso registro. Il 4 novembre dello stesso anno usciva l’istruzione vaticana sui «criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri». Il 28 ottobre 2006, sette anni dopo il discorso del suo predecessore ai vescovi irlandesi, Benedetto XVI ripeteva: «È importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi».

Questi, insomma, furono i «silenzi» e la «volontà di occultamento» dei due ultimi successori di Pietro. Più che «omertà», un evangelico «quello che io vi dico nel buio, voi ripetetelo alla luce del giorno; quello che ascoltate sottovoce, gridatelo dai tetti».

© Avvenire

 


 
   

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