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Il grido silenzioso



 

Paolo VI e la contestazione al Magistero
 di Marco Invernizzi

Con l’enciclica Humanae vitae comincia la contestazione aperta del Magistero. Paolo VI viene isolato e messo in discussione. Una ferita all’unità dei cattolici che ha conseguenze ancora ai nostri giorni.

[Da «il Timone» n. 62, aprile 2007]

La solitudine e il dolore sopportato da papa Paolo VI negli ultimi dieci anni del pontificato (1963-1978) non sono un mistero per nessuno. Il contrasto con molti fra coloro che avevano condiviso con lui speranze e ideali nel mondo della Fuci (la Federazione universitaria dei cattolici italiani) e con chi aveva tradotto e portato in Italia le idee del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) cominciò gia durante gli anni del Concillo Vaticano II, ma “esplose” in occasione dell’enciclica Humanae vitae, nel 1968. Se durante il Vaticano II Paolo VI dovette porre un freno alle interpretazioni di rottura con l’insegnamento della Chiesa precedente (in particolare nel 1964 conl la celebre Nota esplicativa previa sul Primato di Pietro nel collegio apostolico), è nell’Humanae vitae che il Pontefice esprime nel modo più elevato l’assenza di rispetto umano verso un mondo, anche cattolico, che chiedeva alla Chiesa di cambiare alcuni aspetti della morale sessuale che apparivano insopportabili alla mentalità laicista ad edonista dominante.

Una crisi di fede

Il Papa che ha il coraggio di opporsi al mondo e a molti teologi favorevoli ad accettare la contraccezione ha presente come la crisi che si sta consumando dentro il corpo ecclesiale dopo il Concilio è anzitutto una crisi della fede. Lo aveva scritto nella sua prima enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) ed era questo in fondo il motivo che aveva spinto il suo predecessore alla convocazione di un Concilio ecumenico, volto a riunire tutti i vescovi della Chiesa per affrontare un unico grande e fondamentale problema: come portare la fede di sempre all’uomo moderno?

Il Papa sa che una Chiesa missionaria, come la voleva il Vaticano II, necessita di comunità cristiane forti e consapevoli della propria identità e sa che invece la crisi della fede è penetrata nel sacro recinto del corpo di Cristo.

Così, sempre nel 1968, compie un gesto importante, carico di valore dottrinale e di profondo simbolismo: il 30 giugno, al termine dell’Anno della fede indetto per il XIX centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, pronuncia una Professione di fede, il «Credo del popolo di Dio», che diventerà un punto di riferimento del suo pontificato, la risposta alla crisi della fede, alla penetrazione del dubbio sistematico a proposito del quale avrebbe scritto parole importanti due anni dopo: «[…] nel momento stesso in cui la proclamazione della parola di Dio nella liturgia registra, grazie al Concilio, un meraviglioso rinnovamento, l’uso della Bibbia diventa sempre più familiare in mezzo al popolo cristiano; i progressi della catechesi, purché attuati secondo gli orientamenti conciliari, permettono di evangelizzare in profondità; la ricerca biblica, patristica e teologica offre spesso un prezioso contributo all’espressione viva del dato rivelato: ecco che molti fedeli sono turbati nella loro fede da un cumulo di ambiguità, d’incertezze e di dubbi che la toccano in quel che essa ha di essenziale. Tali sono i dogmi trinitario e cristologico, il mistero dell’Eucaristia a della presenza reale, la Chiesa come istituzione di salvezza, il ministero sacerdotale in mezzo a! popolo di Dio, il valore della preghiera e del sacramenti, le esigenze morali riguardanti, ad esempio, l’indissolubilità del matrimonio o il rispetto della vita umana. Anzi, si arriva a tal punto da mettere in discussione anche l’autorità divina della Scrittura, in nome di una radicale demitizzazione. Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso datla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi» (Esortazione apostolica Quinque iam anni dell’8 dicembre 1970).

Il Calvario del Pontefice

Il primo dicembre dello stesso 1970 era stata introdotta la legge sul divorzio, firmata da un Presidente del Consiglio democratico cristiano, Emilio Colombo, proveniente dalle file del mondo cattolico. Avrebbe potuto rifiutarsi e dare un segnale forte dell’esistenza di “principi non negoziabili”, ma preferisce rimanere alla guida del governo. Alcuni cattolici raccolgono un milione e trecentomila firme per indire un referendum abrogativo della legge e solo quattro anni dopo ottengono la convocazione elettorale del referendum abrogativo. In questa occasione, molti esponenti di primo piano del mondo cattolico lanciano un Appello dei cattolici democratici per il no nel referendum: fra di essi alcuni sono gli stessi che oggi sostengono la proposta di legge che prevede i Dico, cioè l’istituzione di un simil-matrimonio.

Molti provengono dallo stesso ambiente culturale del card. Giovanni Battista Montini, ma non incontrano il consenso e la benevolenza del Papa. Paolo VI lamenterà questa grave ferita inferta all’unità dei cattolici su principi fondamentali pochi giorni dopo l’esito negativo del voto, il 15 maggio, lamentando che è «mancata la doverosa solidarietà di non pochi membri della comunità ecclesiale; vogliamo supporre che essi abbiano agito senza rendersi pienamente conto delle gravi incidenze delloro comportamento, anche se l’autorevole e pubblico richiamo fatto alle esigenze della legge di Dio e della Chiesa non avrebbe dovuto lasciare alcun dubbio».
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Ancora pochi giorni e il Papa ritorna sul tema con «un paterno appello agli ecclesiastici e religiosi, agli uomini di cultura a di azione, e a tanti carissimi fedeli e laici di educazione cattolica, i quali non hanno tenuto conto, in tale occasione, della fedeltà dovuta ad un esplicito comandamento evangelico, ad un chiaro principio di diritto naturale, ad un rispettoso richiamo di disciplina e comunione ecclesiale, tanto saggiamente enunciato da codesta Conferenza Episcopale e da noi stessi convalidato: li esorteremo tutti a dare testimonianza del loro dichiarato amore alla Chiesa e del loro ritorno alla piena comunione ecclesiale, impegnandosi con tutti i fratelli nella fede al vero servizio dell’uomo e delle sue istituzioni, affinché queste siano internamente sempre più animate dall’autentico spirito cristiano» (omelia dell’8 giugno 1974). Se le parole hanno un senso, il cattolicesimo democratico ha rotto la comunione ecclesiale e a ricordarglielo è il Pontefice: ma pochissimi riconosceranno di essersi sbagliati.

La contestazione interna alla Chiesa continua: clamoroso, sempre in occasione del referendum, il caso dell’Università Cattolica di Milano, dove ogni forma di propaganda contro il divorzio viene impedita dalla violenza delle sinistre e dove il rettore Giuseppe Lazzati non fa nulla perché venga garantito il diritto di parola ai cattolici (sic!).
Ma anche la pubblica professione a favore del divorzio di fratel Carlo Carretto, uno degli scrittori cattolici più letti, suscita grande scalpore, anche se è uno dei pochi casi in cui verrà richiesta dall’ordinario locale, e messa in pratica, una pubblica ritrattazione.

Il fumo di Satana

Il «fumo di Satana» sembra veramente essere entrato «nel tempio di Dio» aveva detto Paolo VI il 29 giugno 1972 e questi fatti, accanto a tanti altri, ne erano la conferma.
Tuttavia il male non viene mai solo per nuocere. La Chiesa italiana prende atto di essere diventata una minoranza e di doversi predisporre a operare di conseguenza. Nel 1975, essa trova nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi una riflessione sull’evangelizzazione e un invito pressante e articolato a diventare una Chiesa missionaria in un mondo divenuto ostile o comunque indifferente. Così la Chiesa italiana inizia, faticosamente, con tante contestazioni e incomprensioni, a superare un grave complesso d’inferiorità culturale nei confronti del mondo moderno e a porre le basi della nuova evangelizzazione. Paolo VI dovrà soffrire ancora numerosi tradimenti ecclesiali ma, come dirà nel bilancio del pontificato, poche settimane prima di morire, il 29 giugno 1978, la Chiesa aveva superato uno dei periodi più difficili della sua storia e, almeno in Italia, poteva ricominciare a compiere la sua missione principale di annunciatrice del Vangelo e di baluardo contro ogni attentato al diritto alla vita e alla centralità della famiglia.

Bibliografia

Andrea Tornelli, Paolo VI. Il timoniere del Concilio, prefazione di Luigi Giussani, Piemme, 2003.
Dossier A trent’anni dal referendum. Divorzio, che errore, in il Timone, febbraio 2004, pp. 35-46.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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