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Il grido silenzioso



 

Pio XII l’amico degli ebrei
 di Marco Roncalli

Carte inedite custodite dalla famiglia Pacelli, dispacci conservati nell’Archivio degli Affari Ecclesiastici Straordinari, testimonianze non pubbliche agli atti della causa di beatificazione iniziata da Paolo VI nel 1967. Sono queste alcune delle fonti su cui si basa l’ultimo libro del vaticanista Andrea Tornielli.

[Da «Avvenire», 20 maggio 2007]

«Pio XI era un mezzo ebreo, poiché sua madre era una giudea olandese, ma il cardinale Pacelli è interamente ebreo». Così scriveva il giornale nazista "Das Reich" poco dopo il conclave del ’39. E a ragione: fu Guido Mendes, ebreo romano amico del futuro Pontefice, a raccontare della vicinanza di Pio XII alla sua famiglia – «il primo Papa che ha condiviso, negli anni della sua giovinezza, una cena dello Shabbat in una casa ebraica» – la quale riuscì a sfuggire alla persecuzione grazie al suo aiuto

C’è Pio XII nel suo tempo e c’è il tempo di Pio XII. C’è l’alba della vocazione di un sacerdote che non ha conosciuto il seminario (senza disdegnare le lezioni private di monsignor Duchesne) e l’opera d’un nunzio allarmato da bolscevismo e nazionalsocialismo (inutilmente pronto a lasciare la diplomazia vaticana per la cura d’anime). C’è, soprattutto, la parabola umana e spirituale di un uomo finito sulla cattedra di Pietro dopo un cammino costellato di intralci e tanto lavoro. Nella cornice della grande storia, ma con il riflettore puntato su dettagli rivelatori, c’è questo ed altro nella nuova biografia che Andrea Tornielli dedica al vescovo di Roma eletto nel conclave del 1939, il più rapido del secolo. Due almeno i dati che saltano all’occhio, scorse le seicentosessanta pagine di Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro, in uscita martedì 22 (Mondadori, 24 euro). Il primo sta nel fatto che per sbalzare il profilo del protagonista, l’autore ha dovuto scontornarlo dentro l’istituzione da lui rappresentata, e nella quale - scrive Tornielli - si è annientato con senso del dovere sino a scomparire. Il secondo è palesato dalle fonti valorizzate: quelle a stampa disponibili, ma anche carte inedite custodite dalla famiglia Pacelli, insieme a dispacci presenti nell’Archivio degli Affari Ecclesiastici Straordinari e alle testimonianze non pubbliche agli atti della causa di beatificazione introdotta da Paolo VI nel 1967 (da ricordare il recente voto favorevole dei membri della Congregazione delle cause dei santi sull’eroicità delle virtù). Si tratta di materiale che aiuta a cogliere le tappe di questa vita complessa sbocciata la sera del 2 marzo 1876 e spentasi la notte dell’8 ottobre 1958. Dall’infanzia all’adolescenza sullo sfondo della Roma patrizia di fine ’800. Dall’ordinazione sacerdotale al lavoro in Segreteria di Stato su invito del cardinal Gasparri. Dall’elevazione all’episcopato sino all’attività diplomatica a Monaco e a Berlino (i capitoli più orig inali del volume grazie alle lettere al fratello Francesco). Dal ruolo di segretario di Stato a quello di successore di Pietro. Interessanti i documenti sulla situazione in Germania o l’assalto alla nunziatura bavarese nel 1919 che vide Pacelli minacciato dalle pistole degli spartachisti. Ed ecco poi lettere del 1924 con giudizi sul nascente partito nazista: «Il Concordato bavarese fu solennemente firmato il 29 marzo scorso. Rimane però l’approvazione del Landtag o Parlamento, la quale - dopo le nuove elezioni e visto il furioso vento anticattolico, che spira in questo momento da parte dei partiti nazionalisti, con violenti attacchi contro la S. Sede, contro il Cardinale Arcivescovo, ecc. dà le più gravi preoccupazioni. Tutta la situazione è in generale ora difficilissima ed assai preoccupante in Germania, a causa appunto dei progressi dei partiti nazionalisti fanaticamente anticattolici...». E, ancora, missive più personali, come quella del 1925 a palesarci il suo disinteresse per la porpora legata a certi ruoli: «Certo, dacché ho cominciato le trattative per i vari Concordati, non mi dispiacerebbe, possibilmente, di portarli a fine», scrive al fratello Francesco; e aggiunge: «Il motivo vero e principale, per cui vorrei dopo ritirarmi, è di potere dedicare l’ultimo periodo della mia vita al ministero, mentre invece non sento alcuna inclinazione per la vita e il lavoro delle Congregazioni, cui debbono precisamente attendere i Cardinali». Documenti questi - e altri - che danno spessore a un canovaccio biografico alleggerito in diversi punti da aneddoti narrati in presa diretta o nel ricordo di testimoni e collaboratori. I nomi? Si va da suor Pasqualina (Josephine Lehnert, al suo servizio dalla Baviera alle stanze papali per quattro decenni) alla cuoca madre Maria Konrada Grabmair, ai fratelli Galeazzi (l’architetto Enrico e l’archiatra Riccardo), da ambasciatori stranieri (come Ernst von Weizsäcker) a politici di casa nostra (De Gasperi, Andreotti, Gedda, Togliatti… ), a noti gesuiti (quali padre Lombardi o padre Rotondi), eccetera. Ampio spazio prima è riservato al rapporto con gli ebrei (tema sul quale Tornielli ha già scritto tre libri). E qui si rammentano diversi episodi. Ad esempio un’udienza papale documentata nel ’44 da un pezzo sul Palestine Post, nel quale l’articolista confida che Pio XII dopo un incontro l’aveva congedato dicendogli: «E ora, mio amico ebreo, vai con la protezione di Dio, e non dimenticare mai, tu devi sentirti fiero di essere un ebreo». Oppure la vicenda dell’amicizia del giovane Pacelli con Guido Mendes, un compagno di studi ebreo. Fu lui a sottolineare sul Jerusalem Post che Pio XII era stato «il primo Papa» ad aver condiviso «negli anni della sua giovinezza, una cena dello Shabbat in una casa ebraica» e ad aver discusso «informalmente di teologia ebraica con eminenti membri della comunità di Roma». Rivisitando il pontificato, Tornielli tiene poi presenti i due binari della fede e della politica, presentandoci quella che qualcuno ha definito l’«ossessione rossa» di Pio XII che guardava al comunismo anche come problema dottrinale e avrebbe fatto di tutto per fermare l’avanzata delle sinistre (compresa l’attivazione di canali riservati affidati anche al nipote Carlo Pacelli, del quale si riportano qui appunti inediti sul suo ruolo di tramite segreto tra il capo del governo italiano e l’appartamento papale ). Ma il biografo non dimentica neppure gesti del pontefice caduti nell’oblìo: la visita nel Natale ’44 a duemila bambini profughi radunati alla Gregoriana o il radiomessaggio del Natale ’51 a tutti i carcerati del mondo. Per raccontarci infine il Pastor angelicus ormai malato, pronto a considerare - nel ’57 - le dimissioni. Come aveva già immaginato durante l’occupazione di Roma: quando la sua intenzione - in caso di arresto o deportazione - era quella di far estrarre subito dal cassetto una lettera di dimissioni già firmata. Così i nazisti avrebbero avuto prigioniero il cardinale Pacelli, non il Papa. L’uomo che si annientava nell’istituzione era anche questo.

«Il Vicario»
L’opera di Hochhuth e il piano diffamatorio dell’Unione Sovietica


L’anziano regista tedesco, in Italia in questi giorni per fare da testimonial alla replica del suo lavoro teatrale più tristemente noto, ripete le stesse accuse di 50 anni fa. Indifferente a decenni di studi che hanno dissolto certi stereotipi

Quarant’anni dopo si replica. E per fare pubblicità al ritorno sulle scene italiane del dramma Il vicario di Rolf Hochhuth - frutto della propaganda sovietica e comunista contro la Santa Sede - è venuto il suo autore, ormai anziano, che ha rilanciato le sue tesi denigratorie nei confronti di Pio XII e del suo "silenzio" davanti alla Shoah. Proprio mentre si sta consolidando, grazie a documenti e studi nuovi, un’immagine meno prevenuta e storicamente più attendibile di papa Pacelli e del suo atteggiamento durante la seconda guerra mondiale.
Il dramma fu rappresentato a Berlino il 20 febbraio 1963, a Londra il 25 settembre, a New York il 26 febbraio 1964 e a Roma il 13 febbraio 1965. Per denunciare che il "silenzio" di Pio XII di fronte allo sterminio degli ebrei era stato un comportamento complice e criminale. Come poi ha ribadito nel 2002 il film Amen di Constantin Costa-Gavras. Ripetendo i motivi di un’incessante propaganda avviata dai sovietici già nel 1944.
Ad accorgersi della vicinanza delle tesi di Hochhuth ai temi della propaganda comunista furono subito alcuni critici tedeschi, che notarono la stretta dipendenza del drammaturgo da un volume sul Vaticano nella seconda guerra mondiale di Mikhail Marcovich Scheinmann, pubblicato in russo dall’istituto storico dell’Accademia sovietica delle scienze e tradotto in tedesco (1954) e inglese (1955). E mentre la polemica divampava, prima ancora che il dramma arrivasse a Londra, l’11 maggio 1963 l’autorevole The Tablet pubblicava un articolo in difesa di Pio XII.
A sostegno della rivista e contro le tesi del drammaturgo si schierò uno dei più stretti collaboratori di papa Pacelli, Giovanni Battista Montini, cardinale arcivescovo di Milano, e la sua lettera arrivò in redazione il 21 giugno 1963, proprio il giorno in cui il porporato, eletto Papa, assumeva il nome di Paolo VI: «Un atteggiamento di condanna e di protesta, quale costui rimprovera al Papa di non avere adottato, sarebbe stato, oltre che inutile, dannoso; questo è tutto».
«Non si gioca - continuava - con questi argomenti e con i personaggi storici che conosciamo con la fantasia creatrice di artisti di teatro, non abbastanza dotati di discernimento storico». Altrimenti, concludeva Montini, «il dramma vero sarebbe un altro: quello di colui che tenta di scaricare sopra un Papa, estremamente coscienzioso del proprio dovere e della realtà storica, e per di più d’un Amico, imparziale, sì, ma fedelissimo del popolo germanico, gli orribili crimini del Nazismo tedesco. Pio XII avrà egualmente il merito d’essere stato un "Vicario" di Cristo, che ha cercato di compiere coraggiosamente e integralmente, come poteva, la sua missione; ma si potrà ascrivere a merito della cultura e dell’arte una simile ingiustizia teatrale?».
E all’esordio italiano del dramma di Hochhuth, su Il Resto del Carlino del 18 febbraio 1965, Giovanni Spadolini lo definiva un libello «di diffamazione anticlericale e di autodifesa nazionalista» e denunciava i «sistematici attacchi del mondo comunista», con «qualche complicità anche nei cuori cattolici». Bisogna proprio sperare che quarant’anni dopo non si replichi. 

DOPO L’ELEZIONE A PONTEFICE
La stampa del Reich: «Da sempre ostile al nazismo»


(M.Ronc.)

Il conclave del ’39: visto dai nazisti. Come viene accolta, in Germania, l’elezione di Pio XII? La biografia di Tornielli non dimentica di rispondere a questo interrogativo ricorrendo ad articoli e documenti. Non senza sottolineare che subito dopo la morte di Papa Ratti, la stampa tedesca aveva imbastito una campagna anti-Pacelli, «il quale, evidentemente, non poteva essere considerato un "amico" dai maggiorenti del regime». Così se il giornale nazista Das Reich, pochi giorni prima del conclave, scrive: «Pio XI era un mezzo ebreo, poiché sua madre era una giudea olandese, ma il cardinale Pacelli è interamente ebreo», il 3 marzo1939 il Berliner Morgenpost osserva che «l’elezione di Pacelli non è accolta favorevolmente in Germania, perché egli è sempre stato ostile al nazionalsocialismo», mentre lo stesso giorno la Frankfurter Zeitung riporta che molti dei discorsi pacelliani «hanno mostrato chiaramente che egli non comprendeva appieno i motivi politici e ideologici che hanno iniziato la loro marcia vittoriosa in Germania».
Meno diplomatica la testata ufficiale delle SS Das Schwarze Korps («Il nunzio e cardinale Pacelli ci ha dimostrato scarsa comprensione, ed è la ragione per la quale noi gli accordiamo poca fiducia; Pio XII non seguirà certamente una strada diversa») o un altro foglio nazista, Danziger Vorposten, dove si legge: «Pio XII non è un Pastor Angelicus. [...] Pacelli non è mai stato un pastore d’anime, un sacerdote sul pulpito. Per quasi quarant’anni è stato un diplomatico, un ministro della politica temporale vaticana». Netto anche, in Austria, il giornale nazista Graz, che giudica il neopontefice «un servile perpetuatore della fallimentare politica di Pio XI». Sulla considerazione delle autorità tedesche verso il nuovo Papa rivelatorio è anche il rapporto riservato sull’elezione della Direzione generale della Sicurezza del Reich: «Pacelli si era già fatto notare per i suoi attacchi al nazionalsocialismo durante il periodo in cui ricopriva la carica di cardinale segretario di Stato», si legge, «che gli valsero la totale approvazione degli stati democratici durante le elezioni papali…». Quanto Pacelli fosse celebrato come alleato delle democrazie, è evidente nella stampa francese. Tornielli riporta brani da L’Humanité. In uno si legge: «Venti giorni dopo la morte di Pio XI, il nuovo Papa è eletto. È Pio XII. Adottandone il nome, non è possibile che egli non voglia riprendere anche l’opera dell’uomo di cui fu collaboratore come segretario di Stato in questi ultimi anni. Poiché sulle questioni della follia razziale, delle persecuzioni naziste e degli assalti del fascismo alla libertà di coscienza e alla dignità umana, nulla separava il Papa dal cardinale Pacelli. [...] Anche in Inghilterra si crede di vedere in Pacelli un alleato della politica democratica e si spera di ottenerne l’appoggio nella lotta ideologica contro le potenze fasciste».

la testimonianza
Il cameriere: così nascose gli ebrei nei conventi


(M.Ronc.)

Che Pio XII desiderasse l’impegno di tutti i cattolici per nascondere e salvare gli ebrei doveva essere chiaro soprattutto ai romani, ricorda Tornielli nella sua biografia. Pronto tuttavia a riconoscere posizioni diverse su questo tema anche dentro le mura vaticane. Lo conferma la testimonianza di Giovanni Stefanori, il cameriere di Pacelli, che Tornielli riporta nel libro attingendola al Summarium. Depositiones testium: «Durante la guerra, il Vaticano era pieno di ebrei e di antifascisti. Ricordo che una sera, alle ore ventidue, Mons. Beretti, parroco di S. Pietro, mi avvertì che era morto Mons. Ceccarelli, sagrista di S. Pietro, che il Card. Canali voleva mandar via quattro ebrei che detto reverendo aveva accolto in casa. Alle ore ventitré il Papa, da me informato, mi fece telefonare al Card. Canali per dirgli di soprassedere allo sfratto e che il giorno dopo gli avrebbe parlato Mons. Montini». Ecco - nel ricordo di un testimone - la volontà del Papa favorevole a ogni azione caritativa, ma anche un esempio di resistenze presenti persino in Vaticano. Tornielli rammenta che «lo stesso cardinale Canali farà temporaneamente prevalere le sue posizioni dopo le incursioni delle SS al Seminario Lombardo e nell’abbazia di San Paolo: i responsabili ricevono infatti la disposizione di non concedere l’uso dell’abito ecclesiastico ai non chierici (un espediente che aveva salvato non pochi ebrei in quelle tragiche settimane), e soprattutto viene impartito l’ordine al Lombardo e al Laterano di dimettere i non chierici. Il rettore del Laterano, però, resiste, e grazie al permesso del cardinale vicario Marchetti Selvaggiani (compagno di seminario e amico di Papa Pacelli) può continuare a ospitare gli ebrei». Altro caso di solidarietà, non impedita, bensì sostenuta dalle autorità superiori.

l’amico ebreo
«Primo Papa a condividere lo Shabbat»


(M.Ronc.)

Quasi tutte le biografie su Eugenio Pacelli ricordano spesso che, allievo del "Visconti", già alla fine della quinta ginnasio, nel 1890, dovette lasciare la scuola per un esaurimento, superando poi brillantemente gli esami come privatista. E di questo periodo si citano spesso anche i suoi insegnanti e i suoi compagni di studi. Ma è su un giovane poco conosciuto che si sofferma Tornielli nel suo libro: Guido Mendes, della comunità ebraica romana, discendente di una importante famiglia di studiosi di medicina. Il racconto di Mendes, uscito sul Jerusalem Post all’indomani della morte di Pio XII, narra la storia di un’antica amicizia. «Pacelli è stato il primo Papa che ha condiviso, negli anni della sua giovinezza, una cena dello Shabbat in una casa ebraica e che ha discusso informalmente di teologia ebraica con eminenti membri della comunità di Roma», scriveva l’amico, ricordando tante visite reciproche, scambi di idee, colloqui su interessi e ideali, e i prestiti dalla sua biblioteca (opere di rabbini). Terminato il liceo, le loro strade si divisero: Eugenio, avviato agli studi ecclesiastici, Guido a quelli di medicina. Si sarebbero reincontrati nel 1938: quando Pacelli, già Segretario di Stato, si prodigò per aiutare la famiglia Mendes colpita dalle leggi antisemite, favorendone l’espatrio in Svizzera (e da qui i Mendes raggiunsero la Palestina). Tornielli sottolinea poi i due ultimi incontri tra Mendes e Pacelli divenuto Pio XII. Incontri cordiali nei quali si parlò, tra l’altro, dello statuto della città di Gerusalemme. Scrive Tornielli: «Mendes ricorderà che Papa Pacelli, nel corso di un incontro con un gruppo di ebrei sopravvissuti dai campi di concentramento, aveva detto loro: "Fra breve tempo, voi avrete uno Stato d’Israele"».

© Avvenire

 


 
   

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