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Il grido silenzioso



 

È un raduno laico: andiamoci in massa
 di Gianfranco Morra

Non è una manifestazione clericale né politica, ma una testimonianza di credenti e non a difesa delle nostre radici.

[Da «Libero», 4 aprile 2007]

Anche in una società laica (sia detto con soddisfazione) come la nostra, il cattolico porta avanti una sua inconfondibile identità. E lo fa in quanto è diverso dagli altri e non può accettare che la famiglia divenga una "accoppiata" casuale e provvisoria.

Per lui la famiglia è il fondamento della persona e della società, della convivenza e dell’educazione. E lo è quando abbia le caratteristiche di «unione naturale fondata sul matrimonio», come dice la nostra Costituzione laica e come la stragrande maggioranza degli italiani continua a fare. I costituenti ci hanno insegnato che ogni unione, anche se laica, è matrimonio a quelle condizioni. Ma il cattolico è uguale agli altri. Anche per lui manifestare per le proprie idee è uno dei principali strumenti della democrazia. Come ogni cittadino, il cattolico ha il dovere e il diritto di impegnarsi con ogni mezzo lecito per esprimere queste sue convinzioni. Deve, soprattutto, mostrare che la difesa della famiglia non è un fatto clericale, ma una esigenza della società, sentita da tanti che non sono o non si credono cattolici (e talvolta lo sono anche più di certi parrocchiani). Perché la famiglia non è solo un sacramento, ma anche un diritto naturale. E la civiltà, ce lo hanno mostrato Vico e Freud, è nata insieme con l’istituzione della famiglia. Non è una processione religiosa.

Il FamilyDay non è un raduno clericale, non è una crociata, non è una adunata politica, non è una manifestazione contro i gay, non è una processione religiosa. É una testimonianza civile di chi teme che, insieme con la famiglia, la nostra società perda qualcosa di insostituibile e i nostri figli ancora di più. Andare alla manifestazione non significa demonizzare nessuno, ma testimoniare, laici e cattolici insieme, in difesa delle radici della nostra convivenza. Non mancano, anche nel mondo cattolico, coloro che dubitano sulla opportunità di una manifestazione popolare su una tema così personale e intimo. Cattolici schizzinosi, che temono di profanare le loro convinzioni religiose portandole in piazza. E che propongono di non andarci. Per loro la fede è così alta, che non deve avvilirsi nei luoghi dove si dibattono temi così modesti e sporchi come quelli della politica. Essi si chiudono nella fortezza della loro fede, sicuri che a Dio tutto è possibile. Nel momento attuale, in cui la religione viene nuovamente perseguitata, scelgono una nuova chiesa del silenzio e delle catacombe. Vi sono, poi, altri cattolici del tutto diversi, i quali, consapevoli o meno, vivono ormai nella loro coscienza una scissione: posso essere cattolico, ma non lo devo mostrare. Se lo facessi, potrei offendere chi non la pensa come me. La religione, per questi cattolici è un fatto privato, non può tradursi nella presenza del crocifisso negli edifici pubblici, nella preghiera e nella benedizione pasquale nella scuola, nella celebrazione di feste religiose in luoghi civili. Io la mia religione la tengo per me, non solo non la impongo, ma neppure la manifesto: per "rispetto" degli altri. E per "disprezzo" di me stesso. Gli insegnamenti di altri Paesi

Eppure altre nazioni cristiane ci hanno insegnato quale debba essere la via giusta, nel rispetto del pluralismo e della democrazia, ma senza nascondere la propria fede nei comodi recessi della privacy. Negli Stati Uniti, certo il Paese più pluralista quanto a religioni, i cristiani in piazza (evangelici e cattolici) sono la norma. Quando istituzioni fondamentali della loro vita di cristiani vengono attaccate, milioni di persone manifestano nelle piazze. É accaduto contro l’aborto, per la famiglia e per la scuola libera. E si deve certo anche a questi cristiani se in quel Paese l’aborto è mantenuto entro limiti ignoti ad altri Paesi come il nostro. E se l’educazione statale non è prevalente. Questa presenza religiosa nel civile non è né integralismo, né clericalesimo. Anzi, è tutto il contrario. Come ha mostrato Tocqueville nel suo classico studio su "La democrazia in America", negli Stati Uniti la religione è difesa (mai privilegiata) proprio per difendere la società: «Essa dirige i costumi e, regolando la famiglia, contribuisce a regolare lo Stato». Anche la Spagna, da decenni pienamente inserita nella democrazia, ci ha dato un esempio grandioso di manifestazioni a favore della libertà di insegnamento, quando una ideologia da ciabattino ha cercato di voltare le spalle ai valori della loro tradizione. Una presenza in piazza che era volta a difendere la democrazia non meno che i valori cristiani. Dato che il pluralismo scolastico fondato sulla sussidiarietà, ossia il diritto per i genitori di scegliere il tipo di scuola per i loro figli, è proprio uno dei cardini della democrazia. Se il cristiano fosse solo diverso dagli altri, non dovrebbe mescolarsi nelle piazze; se il cristiano fosse solo uguale agli altri, dovrebbe stare in casa o in chiesa, nascondere il proprio volto nell’irenismo di chi considera "tutto lecito" (meno la manifestazione delle proprie convinzioni). Con la speciosa giustificazione di rispettare tutte le idee, finirebbe per non rispettare le proprie.

© Libero

 


 
   

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