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Montini «rosso»? Un mito falso |
| di Edoardo Castagna
IL CASO. Nuovi documenti smontano la tesi di un arcivescovo di Milano favorevole, nei primi anni Sessanta, all’apertura a sinistra della Dc. Parla la ricercatrice Eliana Versace: «Le lettere e gli appunti privati mostrano invece una radicale opposizione al centrosinistra. Non una scelta tattica, ma una precisa posizione ideale: per lui cattolicesimo e marxismo erano incompatibili».
[Da «Avvenire», 04 maggio 2007]
«Quando la Democrazia cristiana si decise per l’alleanza con il Partito socialista, il cardinale fu freddo anche con il segretario dc, Aldo Moro».
È tutta da rivedere la leggenda che dipinge Giovanni Battista Montini come il «vescovo progressista», se non addirittura come il «cardinale rosso». Durante il suo episcopato milanese, Montini fu invece refrattario alle aperture a sinistra, sia su scala locale che su scala nazionale. E non per considerazioni politiche momentanee, ma per meditata e precisa scelta ideale. A sfatare la leggenda di un Montini favorevole al centrosinistra sono le sue carte private, gli appunti e la corrispondenza che Eliana Versace, docente di Storia contemporanea alla Cattolica di Milano, analizza nel suo Montini e l’apertura a sinistra, in uscita per Guerini. «Per la prima volta - illustra la Versace - è stato possibile studiare i carteggi privati dell’intero episcopato di Montini a Milano, dal 1954 al 1963, e quello che viene fuori è il grande equivoco che si era creato sulla sua posizione rispetto alla politica di questi anni».
Quale equivoco?
«Quello che presenta Montini come favorevole al centrosinistra. Secondo certe definizioni de Il Borghese, era il "vescovo progressista", addirittura il "cardinale rosso", che da Milano favoriva e proteggeva l’apertura dei democristiani ai socialisti, per estendere a loro l’area di governo sia nazionale sia locale. Invece, Montini era il primo a lamentarsi dell’equivoco e a sentirsi bersaglio di accuse menzognere e di insinuazioni di indole sociale e politica. Si chiede: come si può dire che io sono così favorevole all’apertura a sinistra, quando è vero il contrario?»
Qualche esempio?
«Emblematico è il caso Granelli. Nel 1958 la corrente di sinistra della Dc, Base, propose la candidatura di Luigi Granelli: Montini espresse la sua contrarietà, e Granelli non passò. Questo caso era noto, ma fino a oggi era stato interpretato come un episodio isolato; invece era proprio parte della linea che Montini avrebbe mantenuto per tutto l’episcopato: ferma e costante refrattarietà a ogni prospettiva di alleanza tra democristiani e socialisti. L’arcivescovo si scontrò con i dirigenti democristiani di Base, come Giovanni Marcora, Camillo Ripamonti, e non lo fece certo per questioni di opportunità politica del momento - come dicevano i sostenitori dell’immagine del "cardinale rosso", costretti a giustificare una posizione che non si capiva».
Perché, allora?
«Dagli scritti emerge con chiarezza che la sua era una posizione dottrinale: per Montini marxismo e cattolicesimo erano e rimanevano inconciliabili. E marxisti considerava anche i socialisti, che chiamava "social-comunisti"».
La sua opposizione quindi era valida anche davanti alle ipotesi di centro-sinistra per il governo nazionale?
«Rimaneva contrario, come per Milano. Quando la Dc si decise per l’alleanza con il Psi, Montini fu freddo anche con Aldo Moro, il segretario nazionale del partito, tanto da scrivergli (30 gennaio 1961): "Se si vuole che le cose abbiano a riprendersi, prima che avvenga qualche rottura irreparabile, occorre che qui [a Milano, ndr] la Democrazia cristiana abbia espressione più conforme ai principi, agli interessi ed ai metodi della causa cattolica". Anche con Amintore Fanfani, dopo la convergenza degli anni Cinquanta, i rapporti divennero tesi quando, nel 1960, il politico abbandonò il centrismo degasperiano per fare il primo (fallito) tentativo di un governo con astensione socialista. La vera Dc, per il futuro Paolo VI, era quella di Alcide De Gasperi, lo statista al quale era legato anche da vincoli personali e famigliari. La linea che doveva continuare a perseguire era quella del centrismo, cioè l’alleanza con i partiti che Montini stesso definiva "democratici": il liberale, il socialdemocratico e il repubblicano».
Poi però il centrosinistra divenne fatto compiuto.
«Sì, e Montini dovette prendere atto della realtà. In questo ebbe un ruolo importate Giuseppe Lazzati, che nel 1962 si pose come mediatore tra le posizioni di Montini, sempre contrario all’apertura a sinistra, e quelle del partito. Lazzati, personalmente favorevole all’alleanza con il Psi, la presenta a Montini come una via per avvicinare quelle classi e quelle masse popolari che altrimenti la Chiesa non sarebbe riuscita a raggiungere».
Come furono i rapporti con le amministrazioni di centrosinistra a Milano?
«Cercò di evitare che nascessero, però non fece mai interventi pubblici: una presa di posizione simile avrebbe significato indebolire la Dc: un rischio da evitare. In privato, tuttavia, non solo scrisse ripetutamente al segretario del partito, Moro, ma nel 1959 organizzò un comitato civico che sostenesse le candidature dei democristiani moderati, contrari all’apertura a sinistra. Non ebbe successo, e poco dopo Milano Montini fu amareggiato anche per Firenze, dove si insediò Giorgio La Pira. L’arcivescovo gli scrisse per esprimergli la sua contrarietà ».
E allora come è nata la leggenda del cardinale rosso?
«Nel 1960 Montini pubblicò una nota, che doveva rimanere riservata e invece finì sui giornali, nella quale condannava l’apertura a sinistra. Lo fece, usando una formula comune già usata dal cardinale Giuseppe Siri e in diversi documenti ufficiali della Cei, opponendosi al progetto "al momento presente e nella forma ora prospettata". La grande maggioranza dei quotidiani lesse, correttamente, la nota come una pubblica condanna; invece Il Giorno di Enrico Mattei, molto vicino alla Base, ne diede un’interpretazione opposta: amplificando questo piccolo inciso, sostenne che in fondo non era una condanna, che in fondo l’atteggiamento del vescovo avrebbe potuto cambiare… Fu la sinistra democristiana di Base, che si sentiva attaccata, a diffondere l’idea che quella di Montini fosse soltanto un’opposizione momentanea, contingente».
il carteggio
«Caro La Pira, è infedeltà alla Chiesa sognare soluzioni storico-sociali...»
«Eminenza Reverendissima,
Sa perché Le scrivo? Perché oggi (feria VI) l’Epistola ricorda i sogni di Giuseppe e riporta la celebre frase di Giacobbe: «Pater vero rem tacitus considerabat!»
C’è tutto il mistero della storia in quella frase: storia della Chiesa e storia delle nazioni. Ebbene: tutti siamo inclusi in questo mistero: operatori – volenti o no – di esso! E Lei ed io vi siamo inclusi in una maniera curiosa, significativa!
Sono passati nove anni dacché Lei mi disse quella frase: e questi nove anni hanno avuto davvero il peso ed il valore di nove secoli!
Preghi la Madonnina per me.
La Pira
Firenze, 18 marzo 1960
vigilia di San Giuseppe (altro sognatore!).
«Caro ed onorevole professore,
[...] Come già altra volta Le dissi, non tutto comprendo; direi anzi che alcune volte il suo modo d’interpretare i fenomeni del nostro tempo in senso teologico e teleologico mi sembra troppo ottimista, e allora sorge nello spirito il dubbio che oscura la luce della visione prospettata. Forse io sono uomo di poca fede, forse di miope veduta; e perciò, sì, ritorno in tali momenti alla nostra famosa frase: «Tacitus considerabat» [...]. I canoni del buon giudizio, fosse pure quelli dell’autorità, si possono sostituire con quelli della propria aspirazione, che non è poi propria, sì bene mutuata dalla sfera pubblica [...]. Nasce cioè un istinto di "non-conformismo" alle cose regolari e di conformismo a quelle meno regolari, anche se per certi versi si prospettano pericolose all’ordine civile e avverse a quello cristiano. Si crea un’insofferenza nelle nostre file e si suscita un’aspirazione quasi mitica verso soluzioni storico sociali, a cui sembra infedeltà al battesimo e alla Chiesa abbandonarsi [...]».
† GB. Card. Montini Arciv.
Milano, 21 marzo 1960
© Avvenire
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