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Il grido silenzioso



 

Le foibe della vergogna
 di Massimo Caprara

Per oltre 50 anni dopo la seconda guerra mondiale le vittime delle foibe sono state dimenticate. Migliaia di civili italiani uccisi dal partigiani comunisti jugoslavi del maresciallo Tito. E Togliatti scelse di stare «dalla parte non italiana».

[Da «il Timone» n. 42, aprile 2005]

Per “foibe” si intendono le profonde fenditure che costituiscono un aspetto tipico del territorio carsico al fondo di colline e depressioni che l’erosione millenaria delle acque ha scavato nella roccia. Esse sono il luogo in cui e stato perpetrato uno dei più barbari eccidi che la storia ricordi: in esse furono infatti gettati migliaia di cittadini italiani, spesso ancora vivi, eliminati con particolare efferatezza per motivi politici e di classe dall’esercito di liberazione e dai reparti partigiani del leader comunista jugoslavo, il maresciallo Tito.

Il periodo esatto corre dall’autunno del 1943 al maggio-giugno del 1945 e si accompagna alle persecuzioni imposte in prigioni e campi di deportazione sloveni e croati. Chiunque, borghese o proletario, si opponeva con motivazioni religiose, politiche, nazionali all’annessione delle terre giuliane alla Jugoslavia alla fine della guerra, o semplicemente nutriva opinioni autonome nel momento della disgregazione dell’esercito italiano, fu colpito dalla violenza. La cifra più diffusa del massacro, secondo fondate opinioni correnti, fissa in dieci-dodicimiIa vittime il macabro conteggio che sale a venti-trentamila morti se si aggiungono i caduti durante i combattimenti. I prigionieri “infoibati” durante la selvaggia “epurazione” o “pulizia etnica” jugoslava ammontano comunque a cifre mai definite anche perché una corretta ricerca non è stata mai effettuata con l’accuratezza necessaria.

Ancora fino al 1992, quando fu tenuto a Trieste un convegno sui rapporti fra Roma e Beigrado, organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, delle foibe non si parlò. Una commissione mista dei governi di Roma e Lubiana, creata nel 1993 per analizzare i rapporti fra due Stati, ha lavorato per sette anni senza riuscire a quantificare le cifre dell’eccidio.

La strage delle foibe fu infatti per molti anni una “strage negata” o nascosta e soltanto nel gennaio 2005 uno dei leader ex comunisti italiani, Walter Veltroni, ha finalmente ammesso, recandosi alla foiba di Bassovizza, «se vi fu rimozione, fu per colpa della cultura di sinistra, prigioniera dell’ideologia e della guerra fredda».

Dall’ottobre 1943 scattò su Trieste, Pola e Fiume l’«Operazione nubifragio», ossia l’occupazione sistematica da parte della Wehrmacht di tutti quei territori, stretti da una morsa di ferro composta da una parte dai soldati tedeschi, dall’altra dalle formazioni slave. I primi organizzano un campo di transito e di sterminio con un forno crematorio per l’incenerimento dei cadaveri delle vittime, soprattutto ebrei di nazionalità italiana, e lo installano nel none industriale di San Saba, la Risiera di Trieste, già utilizzata dal fascismo per l’internamento di sloveni e croati. Gli altri, ossia i partigiani provenienti dalla Croazia dipendenti dalla tredicesima divisione del Novy, l’esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 attraversano il confine, occupano il cuore dell’Istria e si impadroniscono di tutte le città e i villaggi dell’ampia zona in nome del popolo jugoslavo rappresentato dall’organismo militare “Komanda miesta”, che innalza la bandiera rossa. Essi insistono in uno spietato tentativo di slavizzazione e, nello stesso tempo, procedono in una operazione criminale di annientamento della popolazione italiana, la quale esprime un’articolata resistenza patriottica con un forte impegno del clero parrocchiale e dei vescovi di Udine e Trieste, monsignor Bogara e mons. Santin. Compie i primi passi la resistenza italiana con la creazione delle brigate Garibaldi, a prevalenza comunista, e le brigate Osoppo, alle quali aderiscono cattolici e uomini del Partito d’Azione.

Intanto affiorano i primi consistenti contrasti territoriali e politici fra partigiani italiani e sloveni. A Mosca, Dimitrov, capo del Komintern, e Togliatti, membro dell’Esecutivo, ne vengono immediatamente informati. È il 3 novembre 1943. Dimitrov risponde cercando di calmare e sviare la tensione. Il partigiano monfalconese Pezza viene fucilato dal comandante sloveno Karlo Maslo perché reo di insubordinazione. Nel corso di questa situazione, Togliatti fa la sua scelta. Sta dalla parte non italiana. Risponde che l’occupazione jugoslava «è un fatto di cui dobbiamo rallegrarci e che dobbiamo favorire». E in questo senso si accorda con i rappresentanti di Tito, Kardely e Gilas, con i quali si riunisce a Bari il 17 ottobre 1944. Togliatti è ministro del governo italiano guidato dall’onorevole Bonomi.

Sono gia apparsi, dal profondo delle foibe, i primi corpi delle vittime della campagna di torture, violenze, incendi, stupri. Essa non può dirsi improvvisata. Viene attuata e contabilizzata, con scrupolosa lucidità. E accompagnata da un preciso rituale. Accanto alle vittime vengono sepolte le carogne di uno o più cani neri che saranno ritrovate accanto ai cadaveri. Si tratta di una superstizione slovena, secondo cui l’uccisione di un cane nero libera dalla colpa chi si macchia di sangue umano e fa da guardia ai morti insepolti. A volte si fanno brillare mine in prossimità della bocca delle voragini delle foibe in modo da ostruirle con successivi franamenti. L’uso delle foibe ha quindi un carattere simbolico e sprezzante: si gettano i corpi e i cadaveri laddove si gettano i rifiuti, mimando una morte punitiva e volutamente vergognosa.

Il corpo di don Angelo Tarticchio, parroco di Villa Rovino, viene ritrovato nell’autunno 1943, completamente nudo, nella foiba di Lindaro presso Pisino con i genitali in bocca. Nel comune di Gimino, presso Pola, il corpo di Giuseppe Cerneva presenta segni evidenti di lapidazione. Nella zona di Fasana, le tre sorelle Radecca, Albina di 21 anni, in avanzato stato di gravidanza, Caterina di 19 anni e Fosca di 17, sono state ripetutamente violentate. Nella foiba di Terli nel comune di Barbana d’Istria, i corpi di due sorelle rivelano che sono state gettate vive nell’inghiottitoio. Nella foiba sulle pendici del monte Croce, a Villa Surani, vengono trovate venticinque vittime fra te quali Norma Cossetto, universitaria, che ha la colpa di essere figlia del segretario del Fascio locale. Come gli altri, viene fucilata. Risulta che le sono stati recisi i seni e le è stato conficcato un pezzo di legno nei genitali.

Gli orrori si prolungano sino alla primavera del 1945, con la stessa affermazione di odio, regolamenti di conti personali e classisti, che si aggravano per l’accentuarsi del peso internazionale del rivendicazionismo slavo. Togliatti, sempre informato dei fatti, rientrato in Italia dall’aprile 1944, segue con cura gli avvenimenti, e li determina. Invia a Trieste un funzionario italiano del Komintern, Vincenzo Bianco, paracadutato da un aereo sovietico, che impone ai distaccamenti partigiani italiani di mettersi sotto il comando operativo del IX Corpus jugoslavo. Non solo non si
parla del fenomeno macroscopico delle foibe, ma se ne insabbia la consistenza in modo che non se ne abbia neppure memoria. I partigiani comunisti partecipano alle operazioni della IV Armata jugoslava che giunge per prima a Trieste con 50mila uomini. II 5 agosto 1945 Togliatti su Rinascita suggerisce una proposta di “condominio pacifico” tra Jugoslavia ancora stalinista e Italia su tutto il territorio della Venezia Giulia.

Il 23 ottobre 1945 l’Ambasciata inglese inoltra alle autorità jugoslave un elenco di 2472 cittadini italiani scomparsi dal maggio precedente e accusa il governo jugoslavo di disattendere l’accordo del 9 giugno, che prevede la liberazione dei cittadini arrestati e deportati. Il governo jugoslavo replica che le sue forze partigiane e statali hanno avuto un comportamento «assai corretto e civile».
Sulle foibe si stende una prima pietra tombale. Non sarà la sola di questa tragedia infinita..

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«Nell’area dl Basovizza, una foiba chiamata il Pozzo della Miniera fu usata dal partigiani jugoslavi in particolare nel periodo tra il 3 e il 7 maggio 1945 per l’eliminazione di civili italiani. Tre testimoni oculari hanno dichiarato che gruppi da 100 a 200 persone sono stati gettati o costretti a saltare in questa foiba. Le vittime dovevano saltare oltre l’apertura della foiba, larga circa 12 piedi (circa 4 metri), e veniva detto loro che le loro vite sarebbero state risparmiate se ci fossero riusciti. Alcuni testimoni riferiscono che sebbene certe persone fossero riuscite a saltare oltre, furono ugualmente fucilate e gettate dentro. Si dice che un Commissario jugoslavo avesse dichiarato che più di 500 persone furono gettate nel pozzo ancora vive». (Guido Rumici, Infoibati (1943-1945). I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, 2002, p. 268).

Bibliografia

Gaetano La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d’Italia, Mursia, 1993.
Gianni Oliva, La resa dei conti. Aprile-maggio 1945: foibe, piazzale Loreto e giustizia partigiana, Mondadori, 1999.
Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, 2005.
Guido Rumici, Infoibafi (1943-1945). I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, 2002.
Un’ampia. bibliografia si trova sul sito www.adesonline.com dell’Associazione Amici e Discendenti degli Esuli Giuliani, Istriani, Fiumani, Dalmati.

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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