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Il grido silenzioso



 

Pensaci, Galileo
 di Luigi Dell’Aglio

INTERVISTA. I retroscena del «caso» più dibattuto nella storia della scienza. Parla Shea, ospite del Meeting

[Da «Avvenire», 19 agosto 2003]

Quello fra Galileo Galilei e papa Urbano VIII non fu uno scontro di natura religiosa, ma una disputa scientifica, e avrebbe avuto un esito diverso se di diverso temperamento fossero stati i protagonisti. È vivacissima, esce dagli schemi tradizionali, e soprattutto scaturisce da nuove e accurate ricerche, la ricostruzione del «caso Galileo» fatta da William Shea, chiamato a ricoprire dal 20 giugno la cattedra galileiana di Storia della scienza, all’Università di Padova. Qui Galileo aveva insegnato per diciotto anni, dal 1592 al 1610. Il professor Shea viene da Cambridge, Harvard e dalla McGill di Montréal, e ha diretto, fino a pochi giorni fa, l’Institut d’Histoire de la Science all’Université Louis Pasteur di Strasburgo. Presso la Oxford University Press, sta per uscire il suo saggio, firmato insieme con Mariano Artigas, dal titolo Galileo in Rome: the Rise and Fall of a Troublesome Genius («Galileo a Roma: ascesa e caduta di un genio scomodo»). Sul tema «La Chiesa e gli uomini di scienza», William Shea parlerà al Meeting di Rimini, mercoledì 27 agosto alle ore 11,15.

Perché Galileo è un genio «troublesome», e cioè «rompiscatole»?

«Prima di tutto, riteneva di essere ispirato da Dio nelle sue scoperte. Di se stesso aveva un’idea monumentale, sapeva di essere un genio, ma trattava con disprezzo chi non la pensava come lui. E riusciva a essere molto duro perché padroneggiava bene la comunicazione, era un maestro della parola».

Il cardinale Maffeo Barberini era un uomo colto e, quando divenne Urbano VIII, si rivelò un Papa mecenate. Inoltre lui e Galileo si conoscevano già...

«Si conoscevano eccome lui e Galileo. E poi erano entrambi di Firenze. Ma si sa che i fiorentini spesso hanno un pessimo carattere. In ogni modo, Urbano VIII riceve sei volte Galileo in sei settimane. E Galileo gli dice: ho la prova fisica della fondatezza della mia tesi».

Ma qui si discuteva di una tesi che già Copernico aveva enunciato nel 1543.

«E neanche Copernico era un ateo o un mangiapreti. Non dimentichiamo che era canonico della cattedrale di Frauenberg (o Frombok) in Polonia. Ora sappiamo come andarono le conversazioni tra il Papa e Galileo. Come ho potuto accertare, nei suoi colloqui Urbano VIII tendeva a parlare soltanto lui, chiunque fosse l’interlocutore. E fa a Galileo il seguente ragionamento: "Guarda che la tua è soltanto una teoria, una speculazione matematico-astronomica. E io sono convinto di due cose: 1) Dio può fare il mondo come vuole e perciò noi non possiamo vantare certezze; 2) voi scienziati non potete andare lassù a fare esperimenti. E poi spiegami: come fa la Terra a girare attorno al Sole senza perdersi la Luna che le gira sempre attorno?" Galileo non trova una risposta convincente».

Ma quale era la sua prova «fisica» della rotazione della Terra?

«Rispose al Papa: "Sono le maree, il flusso e il riflusso del mare, a dimostrare che la Terra gira su se stessa e attorno al Sole". Ma noi sappiamo che le maree dipendono direttamente dall’attrazione della Luna e non (o solo in parte) dal movimento di rotazione della Terra. Keplero aveva già prospettato questa verità, ma Galileo non aveva mai voluto accettarla».

Però, a questo punto, il Papa e Galileo sono ancora due persone che discutono su posizioni scientifiche entrambe plausibili alla luce delle conoscenze del tempo...

«Sì, e bisogna dire che neanche Copernico aveva dimostrato la tesi della rivoluzione della Terra attorno al Sole. Ma ora Galileo assume una posizione di aperta rottura. Prova a far stampare a Roma il Dialogo sui massimi sistemi del mondo. Non ci riesce, lo fa stampare a Firenze senza le autorizzazioni di rito. Ma il peggio viene dopo. Nel libro, mettendo in scena la discussione sul sistema copernicano, Galileo presenta tre personaggi: il Salviati (portavoce dell’autore, che spiega la teoria di Copernico), il Sagredo, ex-allievo di Galileo, e un professore aristotelico che è una persona alquanto stupida e si chiama Simplicio. Guarda un po’, proprio a Simplicio Galileo affida il compito di illustrare le argomentazioni di Urbano VIII. Come se non bastasse, fa dire a Sagredo, in tono di scherno, rivolto a Simplicio: "Oh che bella dottrina è la vostra! Davanti ad essa dobbiamo tacere; ma io l’ho già sentita da una somma autorità…". Qui bisogna dire che è l’arroganza di Galileo a provocare l’irreparabile».

Ma la prova fisica che il Papa chiedeva, chi la darà, dopo Galileo?

«A stretto rigore, neanche Isaac Newton. Se si parte dall’ipotesi dell’attrazione universale, tutti i corpi si attraggono e allora anche la Luna è attratta dalla Terra. Ecco perché la Terra, nel suo moto, non si lascia alle spalle la Luna. Ma l’attrazione come viene esercitata? Comunque la prima dimostrazione visibile della teoria copernicana si ha, nel 1850, a Parigi, sotto la cupola del Pantheon, grazie al pendolo del fisico Léon Foucault».

Ha fatto molti danni lo scontro tra Urbano VIII e Galileo?

«La scienza moderna era nata nel contesto di una visione cristiana del mondo. Galileo, Keplero e Newton avevano detto che la scienza deve studiare la natura per conoscere "la mente di Dio" e celebrare il Creatore. Poi scoppia il caso Galileo e il clima dei rapporti si avvelena».

Che cosa ci insegna oggi quella vicenda?

«La genialità è indispensabile ma occorre più critica interna, sul fronte della scienza. Come sono necessari, sull’altro fronte, modestia e spirito francescano, che tre secoli e mezzo fa mancarono».

© Avvenire

 


 
   

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