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Il grido silenzioso



 

8 marzo, il mistero delle origini
 di Giulia Galeotti

Viaggio alla ricerca dei «miti fondativi» della ricorrenza che tutto il mondo dedica alle donne a partire dal XX secolo.

[Da «Avvenire», 08 marzo 2007]

I giornali dell’epoca non conservano traccia dell’evento che si ricorda: la morte di 129 lavoratrici a New York nel 1908, nell’incendio della loro fabbrica. E nel 1945 la scrittrice Sibilla Aleramo volle legare l’iniziativa alla rivendicazione del voto nella prima parte del Novecento. Già nel 1902 Maria Montessori propose di rammentare con un appuntamento femminile annuale l’incontro per la pace tenutosi nel 1899.

Quasi tutti i grandi eventi della storia hanno il loro mito fondativo, allo scopo di nobilitare il presente e di unificare simbolicamente il gruppo o la comunità attorno ad esso. Così anche l’8 marzo, giornata della donna sorta nel XX secolo. 

Mito fondativo perché, nelle fonti, non v’è traccia dell’evento all’origine della ricorrenza. Né i giornali dell’epoca né alcun documento d’archivio conservano infatti memoria della strage di operaie che sarebbe avvenuta a New York l’8 marzo 1908. La vulgata racconta che per 129 donne, intrappolate nell’incendio della loro fabbrica tessile, non vi sarebbe stata via di scampo: il proprietario infatti, per ritorsione alle loro proteste, avrebbe fatto bloccare le uscite. Due anni dopo, durante i lavori della seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, a Copenhagen, si sarebbe deciso di dedicare una giornata alle donne (sull’esempio del 1° maggio per i lavoratori), in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione femminile: evocando la strage di New York, la scelta sarebbe caduta sull’8 marzo. 

In realtà questo mito non è il solo che si tramandi. Già nel 1902, ad esempio, Maria Montessori aveva riferito la decisione di alcune emancipazioniste di ricordare con un appuntamento femminile annuale la Conferenza per la pace tenutasi all’Aja nel 1899. Basandosi sul binomio donne e pacifismo, se fosse vera, questa tradizione assocerebbe la giornata a quella che, da sempre e da tutti, veniva sentita come una caratteristica prettamente muliebre. Nel 1945, invece, Sibilla Aleramo legò l’origine della ricorrenza alla principale rivendicazione delle donne nella prima parte del secolo scorso, e cioè all’allargamento del suffragio. Sarebbero state le suffragette europee riunitesi nel 1918 in Danimarca (luogo che, dunque, ritorna) ad aver dato il via alla celebrazione internazionale dell’8 marzo. 

I miti fondativi, come si sa, non sono mai neutri, ma riflettono precise strategie politiche. Se infatti una costante d el Novecento è stata l’attenzione della sinistra sulla dura condizione delle fabbriche (da cui il mito della strage delle operaie), la Aleramo, per l’origine dell’8 marzo, propone, invece, una versione suffragista proprio nel momento in cui la questione del voto alle donne era tema di scottante attualità. 

Non dimentichiamo, d’altro canto, che in alcuni momenti storici particolarmente delicati, questa festa ha effettivamente assunto un importante ruolo unificante. Pensiamo all’8 marzo in alcuni campi di sterminio nazisti, quando la giornata divenne una preziosa occasione per ricordare quante, nei diversi paesi e secoli, avevano lottato per la libertà. Pensiamo al 1945 quando la data fu utilizzata dai Gruppi di Difesa della Donna come occasione per avanzare, nelle difficili condizioni del momento, richieste concrete, quali la distribuzione di generi di prima necessità. 

Con il tempo, però, è indubbio che il senso dell’8 marzo è sbiadito. Come San Valentino o la festa del papà, infatti, anche questa sembra ormai solo una ricorrenza retorica, vuota, al di là del chiasso mediatico e commerciale che la circonda. Una spia importante sono gli annunci - su certa stampa e internet - che ci dicono che ormai l’8 marzo ha senso nella misura in cui venga celebrato all’insegna della trasgressione, magari assistendo ad uno spogliarello maschile. Ennesima dimostrazione di un’emancipazione femminile intesa come mera riproposizione del modello maschile, scimmiottato anche nei lati poco o per nulla edificanti. 

È dagli anni Cinquanta che tra le donne italiane si contesta questa festa, soprattutto nel suo confinare ad una sola giornata l’enfasi su problemi quotidiani. Basti ricordare, ad esempio, le femministe di Genova che nel 1973 cantavano «l’otto marzo, lotto tutto l’anno», distribuendo carciofi al posto delle mimose (forse non tutti sanno che nel 1946 fu Teresa Mattei a proporre di associare alla giornata la mimosa). 

In questa sorta di reazione alla festa, si può forse leggere un legame con la sua "mitica" origine. Se avesse avuto successo la versione che avvicinava donne e diritto di voto, ci ritroveremmo oggi ad associare l’8 marzo ad una fondamentale conquista di democrazia. La festa così, al pari del 25 aprile o del 2 giugno, ricorderebbe il raggiungimento di un’acquisizione importante per la società nel suo complesso. Il fatto, invece, che il mito fondativo si basi sull’ennesimo episodio di violenza e di prevaricazione, presenta le donne come eterne vittime: questo, invece di far riflettere, provoca noia e fastidio, svilendo così i tanti problemi che ancora le donne si trovano ad affrontare.

© Avvenire
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