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Il grido silenzioso



 

Partiamo dai fatti
 di Alberto Torresani

La Rivoluzione francese fu anzitutto un radicale sconvolgimento dell’assetto della società. Individualismo e riduzione della religione alla sfera privata. E così il mondo entrò nell’epoca delle ideologie e dei totalitarismi.

[Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

Il 14 luglio 1989, a Parigi si radunarono i capi di Stato di circa duecento nazioni per celebrare, intorno al presidente della Repubblica François Mitterrand, il bicentenario dell’inizio della Rivoluzione francese. Del comitato d’onore che aveva preparato quell’evento non faceva parte il grande storico Pierre Chaunu che, anzi, scelse di contestare la cerimonia con la pubblicazione del rapporto autentico sul genocidio della popolazione civile della Vandea, ordinato con fredda determinazione dai deputati delta Convenzione Nazionale nel 1793 e realizzato dalle “colonne infernali” del generate Louis Marie Turreau. Costui trasmise in duplice copia il risultato della sua missione, una per il ministero degli Interni, l’altra per l’archivio dell’esercito. Distrutta in seguito, per prudenza, la documentazione del ministero degli Interni, rimase ignorata la copia conservata nell’archivio dell’esercito, utilizzata da Reynald Secher per la sua brillante tesi di dottorato intitolata Il genocidio vandeano. Chaunu ritenne di poter affermare che la Rivoluzione francese è stata «la più grande disgrazia per la Francia e per il mondo».

Per ironia della sorte, mentre a Parigi si festeggiava la presa della Bastiglia, nella Germania orientale avveniva la fuga di alcune migliaia di tedeschi orientali, a bordo delle loro buffe automobili Trabant. Fingendo di recarsi in vacanza, essi si presentavano alla frontiera dell’Ungheria, passando poi in Austria e infine nella Germania occidentale. Pochi mesi dopo, tra il 9 e 10 novembre 1989, veniva abbattuto il muro di Berlino. Nell’estate 1991 cadeva anche il regime comunista sovietico e il 25 dicembre veniva ammainata la bandiera dell’Unione Sovietica. Non era un mistero il fatto che essa si considerava l’erede autentica della Rivoluzione francese, da considerare una tappa intermedia prima della rivoluzione definitiva, quella proletaria, avvenuta in Russia nel 1917.

La Rivoluzione francese ha radici lontane. Essa fu la risposta alla crisi culturale che aveva investito la Francia nel secolo XVIII, dove l’Illuminismo aveva suscitato eccessive speranze circa il diritto dell’uomo alla felicità. Più concretamente, esisteva un pesante debito pubblico che non si sapeva come finanziare. Fu scelto il sistema peggiore, la convocazione degli Stati Generali, mai più riuniti dal lontano 1614. La riunione era prevista per il 5 maggio 1789 a Versailles, la reggia fuori di Parigi. In omaggio ai nuovi principi democratici, al Terzo Stato (borghesia) fu attribuito un numero di deputati pari alla somma degli altri due, Clero e Nobiltà. L’inverno fu speso per redigere i Cahiers des doléances, una specie di libro dei sogni francesi. Fu un periodo di fatto rivoluzionario perché ciascuno agiva come se la legge ordinaria non valesse più. Con la sessione degli Stati Generali del 5 maggio, iniziarono anche i conflitti. I discorsi del re Luigi XVI e del revisore delle finanze Jacques Necker non andavano d’accordo con le forti speranze concepite dai francesi.

Si accese una dura discussione procedurale circa le votazioni, se dovevano avvenire per testa o per ordine. Non era una polemica vuota: se si votava per testa, il Terzo Stato sarebbe risultato vittorioso; se per ordine, era prevista l’alleanza tra Clero e Nobiltà col risultato di due a uno, ma in questo caso la maggioranza numerica del Terzo Stato sarebbe risultata una beffa. La discussione fu troncata dal Terzo Stato il 17 giugno, con il famoso “giuramento della pallacorda”, ossia la decisione di autoproclamarsi Assemblea Nazionale Costituente. Fu inviata una delegazione agli altri due Stati perché si unissero in un’unica assemblea che prometteva di non sciogliersi prima d’aver dato alla Francia una Costituzione scritta.

Ormai si era in piena rivoluzione, con il re in una posizione precaria, anche per l’assenza di un progetto monarchico credibile, sostenuto da consiglieri affidabili. Si erano formati numerosi partiti, ciascuno dotato di organi di stampa e di sedi dove avvenivano discussioni politiche caratterizzate dal radicalismo più acceso.

Il 14 luglio avvenne l’episodio centrale del primo anno rivoluzionario, assurto alla funzione di simbolo. Un corteo di dimostranti, munito di armi saccheggiate nell’arsenale, prese d’assalto un vecchio carcere, la Bastiglia, presidiato da un reparto di mercenari svizzeri e di invalidi. Furono liberati meno di una decina di detenuti comuni, dopo aver massacrato le guardie e decapitato il comandante. Tre giorni dopo, il re Luigi XVI dovette concedere la formazione di una Guardia Nazionale posta agli ordini del marchese Joseph de La Fayette, noto per aver preso parte alla rivoluzione delle Tredici colonie d’America. La Guardia Nazionale rispondeva direttamente all’Assemblea Nazionale Costituente. Non avendo tempo per far confezionare le divise, fu studiata una coccarda formata dai due colori della municipalità di Parigi, il blu e il rosso, separati dal bianco che era il colore dei Borbone di Francia. Così nacque la famosa bandiera tricolore francese.

Per il resto del mese di luglio in tutta la Francia si sviluppò un curioso fenomeno di social panic, la Grande Paura. Si favoleggiava l’esistenza e i movimenti di un esercito di realisti in marcia per annullare le concessioni fatte dalla monarchia. Seguirono numerose Bastiglie locali che avevano di mira la distruzione degli archivi delle famiglie nobili. Molti appartenenti all’aristocrazia, giudicando incerta l’azione del re e pregiudicati i suoi diritti, scelsero la via dell’emigrazione.

Il 4 agosto, nel corso di una seduta notturna che vide i deputati del clero e della nobiltà correre alla tribuna per denunciare ogni ostacolo all’uguaglianza, avvenne l’abolizione dei titoli nobiliari e dei privilegi di origine feudale, parificando tutti i cittadini davanti alla legge. Nella seduta del 26 agosto fu proclamata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, un documento di grande valore ideale, ma redatto secondo i principi quanto mai astratti di Jean Jacques Rousseau, l’autore più citato nel corso dei dibattiti dell’Assemblea Costituente.

In quell’anno lungo che fu il 1789, il raccolto agricolo risultò scadente e perciò all’inizio dell’autunno ci fu l’aumento dei prezzi. Il 5 e 6 ottobre, un corteo di donne, prontamente egemonizzato da un gruppo rivoluzionario, si recò a Versailles per chiedere un calmiere. Poiché pioveva, i dimostranti furono fatti entrare nella reggia per trascorrervi la notte. Il mattino seguente la famiglia reale dovette lasciare Versailles per rientrare in Parigi, alle Tuileries, la reggia di città, controllata dalla Guardia Nazionale. Anche l’Assemblea Costituente dovette trasferirsi a Parigi nei giorni successivi.

Un mese dopo, il 2 novembre, si consumò il definitivo atto rivoluzionario, la chiave di volta della rivoluzione francese. Su proposta del vescovo di Autun, Charles Maurice de Talleyrand, i beni del clero furono nazionalizzati e posti in vendita. Il debito pubblico fu attenuato con l’emissione di una cartamoneta, gli assegnati, che lo Stato si impegnava ad accettare al momento della vendita dei beni del clero, da effettuare un poco alta volta. La giustificazione del provvedimento fu acuta. In uno Stato che proclamava la proprietà sacra e inviolabile, fu affermato che la Chiesa è povera, dunque essa non è titolare di una vera proprietà. Trovandosi in gravi necessità, la Nazione riprendeva il controllo di ciò che aveva prestato alla Chiesa di Francia. Lo Stato avrebbe provveduto al mantenimento del clero, ma solamente a patto di abolire le congregazioni “inutili”, ossia quel
le contemplative, come era il caso delle Carmelitane di Compiègne, mantenendo in vita solamente le congregazioni al servizio di scuole, ospedali, ospizi. Seguì la Costituzione Civile del Clero, quest’ultimo posto alle dipendenze dello Stato che esigeva un giuramento di fedeltà alle proprie direttive. Giansenisti e Gallicani accettarono, ma non così quella parte del clero che si rimise alle decisioni del Papa. Quando, circa otto mesi dopo, Plo VI fece conoscere il giudizio negativo della Curia romana, in Francia avvenne lo scisma tra clero giurato e clero refrattario, quest’ultimo prontamente messo al bando e costretto a operare nella clandestinità. Due anni dopo, nemmeno il clero giurato ricevette lo stipendio, perché esplose la guerra europea e i beni del clero furono accaparrati dai soliti finanzieri d’assalto. Infine ci fu l’abolizione del culto cattolico, sostituito da ridicole cerimonie di culto civico nei confronti della dea Ragione o dell’Ente Supremo.

Il resto della rivoluzione francese, a ben vedere, fu un continuo spostamento a sinistra, ma solamente verbale, con l’unico obiettivo di bloccare il radicalismo di giacobini e sanculotti, ossia del ceto borghese e repubblicano, che utilizzava il proletariato parigino come braccio armato. Alla fine, come unica via d’uscita, i francesi accettarono il colpo di Stato militare di Napoleone, in grado di realizzare l’unico regime gradito in Francia. fondato sulla gloria militare delle armi, fortemente accentrato, con burocrazia efficiente, attestato su posizioni borghesi e conservatrici, dopo aver ripristinato in parte il culto cattolico con il Concordato del 1801.

I falsi miti

«La menzogna della pretesa “presa” della Pastiglia da parte del popolo di Parigi. Il mito di questo avvenimento è la prima grande costruzione della propaganda rivoluzionaria, montata nel corso della seduta dell’Assemblea successiva ai fatti accaduti, allo scopo di trasformarli in un avvenimento storico. In realtà, come hanno notato, nello stesso momento in cui accedevano i fatti, alcuni testimoni assolutamente incontestabili, quali i futuri capi rivoluzionari Jean-Paul Marat e Paul-François-Nicolas-Jean de Barras – quest’ultimo in una relazione scritta nel 1789 – (…), si è trattato di un’azione di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, soprattutto stranieri, tedeschi e provinciali, come dice Marat, che cercavano munizioni. Come mostrano in dettaglio questi stessi testimoni, il popolo di Parigi si è tenuto ostentatamente alla larga da quell’azione, contrariamente a quanto pretendono di far vedere le illustrazioni stampate appena dopo». (Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1989, pp. 12-13).

© il Timone
http://www.iltimone.org

 


 
   

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