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Odifreddi, il Nietzsche mancato che attacca il cristianesimo
 di Andrea Galli

In uscita il libro del matematico e divulgatore che si propone di demolire la sensatezza del Credo. Con effetti di involontaria pateticità.

[Da «Avvenire», 22 febbraio 2007]

Un venerdì sera di qualche tempo fa, sul lago di Como. Fuori una pioggerella nebulizzata, dentro, nell’elegante palazzo della Fondazione Ratti, un centinaio di curiosi seguono l’omelia dal titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), anticipazione del libro omonimo in uscita a giorni per i tipi di Longanesi. Predicatore Odifreddi Piergiorgio, logico matematico, membro del comitato di presidenza dell’Uaar, l’Unione degli atei e agnostici razionalisti. 

«Oggi la Chiesa cerca di glissare sul contenuto di verità del cattolicesimo», attacca don Piergiorgio, jeans maglione e chioma ondulata, da prete laico del dissenso. «Prendete per esempio la prima enciclica di Benedetto XVI: Dio è amore. Io posso anche essere d’accordo su questo, ma non vedo che cosa c’entri con il cristianesimo, che ha a che fare con qualcosa di molto preciso, con qualcuno che è stato definito Cristo. È una posizione difensiva, significa spostare l’attenzione dalle radici di questa religione su qualcosa di molto vago e generico». Platea silente. Probabili perplessità in alto loco. Da parte di Giovanni, detentore del copyright sul titolo dell’enciclica, o di Ratzinger stesso, che apre il suo scritto con «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con una Persona», e che è pronto a dare alle stampe un testo monografico su Cristo. 

«Se volessi cercare di convincere qualcuno a non essere cristiano, gli direi: leggiti i Vangeli e l’Antico Testamento. Se voi andate a leggere i dieci comandamenti, che io ho qua… emm, allora vogliamo dirli tutti in coro?». Brusio di agitazione. «Primo: non avrai altri dei al di fuori di me… Secondo…» Timida risposta dell’assemblea: «non nominare il nome di Dio invano». «Eh! Questo è interessante, perché, se mi permettete l’espressione, è qui che cascano gli asini». Già. «Perché l’Antico Testamento in realtà recita così: non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Solo che chi l’ha mai sentito questo comandamento?». Un signore intabarrato borbotta e si aggiusta la sedia, spazientito. Forse vuol far notare che quel passo la Chiesa lo conta nel primo dei comandamenti, non nel secondo. Ma soprassiede. E si sorbisce una tirata sul cattolicesimo come «religione di adoratori di statue», «culto di dei, un po’ come l’induismo», superstizioso spettacolo dove «sei milioni di persone vanno ogni anno sui luoghi di Padre Pio», con un «Giovanni Paolo II che rasentava il ridicolo nella sua fede nella Madonna». Insomma, chiude don Piergiorgio, «uno dei dieci comandamenti viene sistematicamente rimosso e disatteso dalla Chiesa. E uno dei motivi per cui non possiamo essere cristiani è perché non crediamo nemmeno noi alle cose che secondo la Bibbia Dio stesso avrebbe cercato di ordinarci». Teste che annuiscono. Il signore intabarrato che continua a borbottare (alla fine esploderà, con imbarazzo generale. Un classico). E poi via. Via sulla mancanza di prove storiche dell’esistenza di Gesù, «abbiamo tre o quattro citazioni non di gran conto», sul racconto della sua vita banalmente modellato sulle profezie di Isaia e Geremia, «un lavoro di taglia e incolla», su parabole e detti sopravvalutati, «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: e se uno si trova di fronte a un masochista?». Fino al finale sulla Chiesa rapace che «sottrae ogni anno nove miliardi di euro, un terzo della finanziaria, ai contribuenti italiani». Sic. 

Morale, uno si aspettava di trovare il furore freddo di un Mazzino Montinari, il curatore dell’opera di Nietzsche sorpreso un giorno a friggere un crocifisso in padella. O l’acribia enciclopedica di un Gianni Grana, con il monumentale e incompiuto L’invenzione di Dio. E si ritrova invece un imbonitore, un po’ sarcastico e un po’ gigione, che alterna ricostruzioni vagamente surreali - «Tommaso d’Aquino è considerato da un paio di secoli il teologo principe della scolastica, mentre prima era considerato un eretico» - a sprazzi di sincerità. Odifreddi ricorda quando, dopo aver preso il diploma da geometra e scelto di fare ingegneria, virò deciso verso la matematica per aver letto il Perché non sono cristiano di Bertrand Russell: «un libro deludente» riconosce 30 anni dopo.

Già autore di un saggio di discreto successo, Il Vangelo secondo la Scienza, ammette candidamente di aver letto integralmente i Vangeli solo in preparazione della sua ultima fatica (durata quattro mesi in quel di New York, grazie a una borsa di studio offerta dalla Italian Academy: soldi, si presume, dei contribuenti italiani). Fatica affrontata con immutato rigore: «La Bibbia non l’ho letta tutta, ho letto i primi cinque libri, il cosiddetto Pentateuco. Poi un po’ Giosuè, i Giudici quando nasce lo stato ebraico... dopodiché quella diventa una storia politica che può interessare gli storici o altri, ma non interessa da un punto di vista religioso. Ho saltato e sono andato a leggere i Vangeli, fino all’Apocalisse. Che però ho capito essere più un libro per psicanalisti che per logici, quindi l’ho lasciata ad altri da interpretare». Buona idea.

© Avvenire
http://www.avvenire.it/

 


 
   

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