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Il grido silenzioso



 

La storia di un ideale
 di Alberto Leoni

Una indagine storica attraverso i secoli. La Crociata fu un passo necessario ed entusiasmante, anche violento, per difendere la civiltà occidentale dai nemici del cristianesimo. Nonostante soprusi e strumentalizzazioni.

[Da «il Timone» n. 52, aprile 2006]

Per comprendere le Crociate in Terra Santa è necessario partire dalla tormentata, e ignorata, storia dei secoli IX e X. Quando crollò l’impero Carolingio i predoni scandinavi calarono da nord e i saraceni fecero altrettanto da sud, dilaniando l’Europa intera; a questi flagelli si aggiunse quello dei feroci magiari. «Mai una guerra aveva minacciato così direttamente l’esistenza della Cristianità occidentale nel suo insieme; la resistenza cristiana di questo periodo ha in verità più diritto al nome di crociata che non le stesse crociate. L’ordine appena iniziato della Cristianità occidentale fu sottoposto a una terribile prova, la quale spazzò via ciò che vi era di debole e di superfluo e lasciò sussistere solo gli elementi più saldi e resistenti, che erano assuefatti al pericolo e alla violenza», così ha scritto Christopher Dawson nel suo importante libro sulla formazione della civiltà occidentale.

All’inizio del secondo millennio dell’era cristiana i normanni e i magiari, una volta battuti e contrastati militarmente, si erano convertiti al cristianesimo, diventando, come i sassoni germanici, un baluardo inespugnabile contro i pagani. Nel corso dell’XI secolo anche i saraceni furono respinti verso l’Africa e la Sicilia veniva riconquistata, grazie all’alleanza tra gli “invincibili” normanni e le repubbliche marinare italiane, voluta, finanziata e diretta dai pontefici. Inoltre, la Chiesa si stava riformando dalle fondamenta, contrastando le pretese imperiali grazie a una grande guerriera cristiana come Matilde di Canossa. Ne va dimenticato l’impegno bellico in Spagna, dove da secoli migliaia di cavalieri europei andavano a combattere alla più vicina frontiera con l’Islam.

Nell’XI secolo, dunque, si era formato il Medioevo che conosciamo nei suoi elementi essenziali e che confluiranno nell’epopea crociata, vero punto focale e snodo storico di un intero millennio di storia cristiana. Quando papa Urbano II, il 27 novembre 1095, invitò tutta la Cristianità a impegnarsi per un passagium in Oriente, tenne presente iniziative e istanze già presenti a quel tempo: il fervore religioso e il grande movimento dei pellegrinaggi espiatori; la possibilità di dirottare guerrieri turbolenti verso un obiettivo sacrosanto; il desiderio di ricucire i rapporti con l’Oriente cristiano. A dire il vero, la richiesta avanzata dagli ambasciatori bizantini al papato era stata di tenore assai diverso. Con la catastrofe di Manzikert del 1071, l’impero d’Oriente aveva perduto il più e il meglio del proprio esercito e, quel che è peggio, tutta la penisola anatolica. L’imperatore Alessio Comneno era riuscito a salvare Bisanzio, ma la situazione appariva comunque grave, soprattutto per la scarsità di soldati. La risposta di Urbano II e l’invito al passagium può apparire, quindi, irreale ed esagerata, ma non così furono le modalità adottate per il reclutamento: divieto di partecipazione al clero, se non esplicitamente autorizzato; esclusione di coloro che non erano atti alle armi, trattandosi di un pellegrinaggio armato per riconquistare Gerusalemme; e, infine, esclusione anche di coloro che, come i Catalani, avevano già da combattere i musulmani in casa propria. Quest’ultima determinazione era di particolare importanza per due motivi: innanzitutto perché il fronte spagnolo preesisteva a quello orientale e fu sempre di primaria importanza per il papato; la seconda è che, fin dall’inizio, la crociata fu concepita come l’adozione di uno strumento militare per risolvere conflitti non altrimenti sanabili. L’antica “querelle” sulle cosiddette “deviazioni” dall’ideale crociato sarebbe quindi destituita di fondamento proprio perché le spedizioni in Outremer erano sì prioritarie, ma solo in funzione del momento storico vissuto dalla Chiesa e dei pericoli, interni ed esterni, che doveva affrontare.

Il successo della Prima Crociata appare stupefacente, oggi come allora. La prima ondata, 45.000 persone, in buona parte non combattenti, esaltate e disorganizzate, massacrò numerose comunità di ebrei, seminò distruzioni in Ungheria e nell’impero bizantino e fu distrutta dai turchi appena giunta in Anatolia. La seconda ondata di 60.000 guerrieri era invece salda e ben organizzata e superò ogni ostacolo fino alla conquista di Gerusalemme. La terza ondata, infine, del 1101, altre 60.000 persone, si addentrò nell’Anatolia e venne anch’essa sterminata. Se Gerusalemme fu presa nel 1099, ciò fu dovuto alle capacità di comando dei suoi capi e alla cooperazione tattica tra fanteria e cavalieri, fra pedites e milites fino ad allora mai sperimentata. Riley-Smith ha ben puntualizzato come la molla del successo e della conquista non sia, ragionevolmente, mai stata alla base delle motivazioni di quanti partirono, specie se erano nicchi veterani come Raimondo di Tolosa. Per quanto Tancredi d’Altavilla o Baldovino di Bouillon fossero avidi di terre, era più facile cercar fortuna in Europa anziché sulle montagne del Tauro a migliaia di chilometri di distanza. E, del resto, c’è da chiedersi come mai tra la Prima e la Seconda Crociata passino ben quarantasette anni: segno di come i pellegrini continuavano ad affollare Gerusalemme, ma solo per tornarsene a casa dopo aver assolto il voto.

La scarsità della popolazione latina fu una costante per tutto il periodo di Outremer e c’è da notare come i coloni riuscissero a convivere, per necessità ma anche per sincero spirito di amicizia, con ebrei e musulmani. Tale spirito di convivenza non fu mai apprezzato dai cristiani d’occidente, che videro nei propri fratelli di Palestina le tracce di una corruzione e di un lassismo religioso che, sul campo di battaglia, veniva ogni volta smentito. Persino gli Ordini militari cavallereschi, compatti e irriducibili in combattimento, avevano imparato a trattare con i principati musulmani dato che da questi venivano le minacce al fragile regno di Gerusalemme. Quando, nel 1187, tale regno venne distrutto in seguito alla battaglia di Hattin e Gerusalemme venne riconquistata dal Saladino, si apri una nuova fase di sviluppo nel movimento crociato. Da tempo si era capito che il volontarismo si abbinava al dilettantismo e che, per conseguire la vittoria, era necessario coinvolgere sovrani di grandi Stati nazionali. La Terza Crociata ebbe come protagonista proprio un re guerriero come Riccardo Cuor di Leone, il quale riuscì a ricostituire un regno di Gerusalemme pur non riprendendo la Città Santa.

Una nuova svolta venne nel 1198 quando papa Innocenzo III iniziò a introdurre un sistema di tassazione per finanziare le crociate verso la Terra Santa, così come verso le terre baltiche, la Spagna e il Mezzogiorno francese, dove prosperava l’eresia albigese, non estirpabile con la sola predicazione, a causa dell’appoggio della grande nobiltà. Senza questa struttura finanziaria la Chiesa non avrebbe mai potuto garantire una durevole assistenza alle cause da essa sostenute, ma la vera carenza fu nel controllo delle spedizioni militari, come nel caso del criminoso saccheggio di Bisanzio del 1204. Inoltre, mentre i cavalieri teutonici mietevano successi nel nord Europa e gli spagnoli riconquistavano tutta la penisola iberica, le spedizioni in Egitto e in Palestina si rivelarono sempre più costose e fallimentari.

La Quinta Crociata in Egitto si risolse in un sanguinoso stallo, la Sesta fu un artificioso trattato rnesso in piedi alla meglio da un Federico II già in odore di scomunica, ma il colpo mortale fu il disastro della Settima e dell’Ottava Crociata, ambedue condotte dallo sfortunato san Luigi IX di Francia. La cristianità europea si mostrava sempre più riluttante a uno sforzo continuato per sostenere una testa di ponte sempre più esigua e lo stesso papato dirottava i fondi della crociata per combattere l’imperatore e i ghibellini: iniziative del tutto legittime ma che, a lungo andare, non furono comprese e non più tollerate dai cristiani europei. Non è un caso che la guerra del Vespri (1283-1302), combattuta per il controllo della Sicilia, sia coincisa con il crollo di ciò che restava di Outremer.

L’ideale crociato non morì allora e continuò per tutto il Medioevo e oltre, innervando e rivitalizzando la resistenza contro l’aggressione ottomana, passando attraverso la grande crisi della Chiesa, dalla cattività avignonese al Grande Scisma (1367-1417), ripresa e riportata a nuova forza dalla Controriforma. Dopo la vittoria di Belgrado del 1717 la Chiesa non fu più protagonista della scena politica mondiale, ma lo spirito di crociata ricomparve negli zuavi pontifici che difesero il beato papa Pio IX, negli spagnoli che combatterono il comunismo durante la guerra civile (1936-1939) e nei polacchi che si batterono contro il nazismo su ogni fronte della Seconda Guerra Mondiale, da Varsavia a Cassino: appare, dunque, improbabile che lo spirito di crociata sia morto per sempre.

La Prima Crociata (1096-1099)

1095. Papa Urbano II predica crociata In Francia, a Clermont-Ferrand.
1096. Una spedizione popolare guidata da Pietro l’eremita parte per la crociata. Privi di qualsiasi struttura di difesa militare, verranno quasi tutti sterminati in Asia minore dopo aver compiuto essi stessi massacri, soprattutto di ebrei.
1097. Parte la crociata ufficiale che due anni dopo, nel 1099, prenderà Gerusalemme.
1100. Baldovino viene eletto re di Gerusalemme; lo sarà per 18 anni.

La Seconda Crociata (1147-1149)

1146. San Bernardo di Chiaravalle predica la seconda crociata, diretta da Luigi VII re di Francia e da Corrado III imperatore di Germania, che ritornano in patria nel 1148 dopo la mancata conquista di Damasco.

© il Timone
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