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La Chiesa può parlare? Dipende |
| di Umberto Folena
[Da «Avvenire», 1 febbraio 2007]
La Chiesa cattolica è l’unico soggetto attorno al quale, in una società libera e democratica, infuri un acceso dibattito centrato su questa domanda epocale: la Chiesa ha il permesso di parlare? Di che cosa, come, quando? I consigli, talvolta le minacce, fioccano generosi. Quasi nessuno considera quelli del mondo cattolico dei contributi al dibattito, che possono riscuotere consenso o suscitare dissenso, ma comunque preziosi per rendere più ricca e viva la vita democratica e la stagione delle idee, perché un’opinione in più, specialmente se frutto di duemila anni di storia, tradizione e valori, dovrebbe essere meglio di un’opinione in meno. Quasi tutti, invece, considerano tali contributi «un’indebita ingerenza»; specialmente se contraddicono il pensiero dominante e intralciano la strada alle lobby più aggressive.
E i cattolici? Assomigliano curiosamente agli aviatori americani del celebre Comma 22. Un passo indietro. Rileggiamo il brano centrale dell’ultimo intervento in proposito di Miriam Mafai (Repubblica di martedì scorso): «La Chiesa ha certamente il diritto di esprimere su queste materie (dalle unioni civili al testamento biologico, dalla ricerca scientifica alla fecondazione assistita) le sue preoccupazioni e le sue opinioni, ma non può pretendere di intervenire come un attore politico nel processo legislativo». Impeccabile.
Ma come potrebbe la Chiesa farsi attore politico che interviene nel processo legislativo? Non è un partito, non ha deputati né ministri, non detta disegni di legge. Possiede dei mezzi di comunicazione di massa, ma del tutto minoritari. E allora, dov'è il problema? Il problema è questo: com'è possibile esprimere una libera opinione su un argomento di cui si occupano tutti, anche il Parlamento, senza che questa opinione influenzi il dibattito politico? È davvero possibile esprimere delle idee che non intacchino in alcun modo le opinioni altrui? Ed ecco il Comma 22 dell'Articolo 12 del Regolamento degli aviatori americani durante la seconda guerra mondiale. Viene dopo il Comma 1, che recita: «L'unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia». Il Comma 22 avverte: «Chiunque chiede il congedo dal fronte non è pazzo».
Ovviamente il Comma 22 non esiste. È un'invenzione letteraria di Joseph Heller (Catch 22, pubblicato nel 1961), da cui il regista Mike Nichols ha tratto l'omonimo film. Non è molto diverso dal paradosso di Russel, che suona così: «La frase seguente è falsa; la frase precedente è vera». È la contraddizione eretta a norma, una norma che evidentemente è impossibile rispettare, a meno di tacere. Miriam Mafai è come se scrivesse: «La Chiesa è libera di parlare, purché stia zitta».
Comma 22, libro e film, miravano a far emergere l'insensatezza di certe consuetudini del mondo militare. Il Comma 22 dei laicisti, che si assumono l’incarico di insegnare le “buone maniere” a questi cattolici che disturbano il manovratore, funziona allo stesso modo. La Chiesa, ci dicono, non può «definire la tavola dei valori alla quale lo Stato deve attenersi». D'accordo; infatti si limita a proporla, offrendola a un dibattito al quale desidera partecipare portando il proprio contributo originale. Il Comma 22 reciterebbe: «La Chiesa è libera di parlare di valori, ma non di definirli». La cosa buffa è che la stessa Mafai commenta: «Stiamo vivendo una situazione che non esito a definire paradossale». Come ha ragione.
© Avvenire
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