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Le altre facce della tratta degli schiavi in un libro quasi bandito
 [Da «il Foglio», 22 novembre 2006]

Arriva in Italia per il Mulino un volume di Olivier Pétré-Grenouilleau. In Francia fu accusato di revisionismo. L’autore non dà giudizi morali, anche perché viene dalla Bretagna. La sua “colpa” è raccontare le rotte meno battute, non soltanto quelle americane ed europee, ma anche quelle interne all’Africa e dirette a oriente. E in più mette in discussione il peso della triangolazione commerciale del decollo industriale

Milano. Per il Mulino esce in italiano “La tratta degli schiavi” di Olivier Pétré- Grenouilleau. In Francia il libro ha suscitato polemiche. Christiane Toubira-Delannon, una bella rappresentante della Guyana, nel 1998 aveva presentato all’Assemblea nazionale un progetto di legge che intendeva riconoscere la schiavitù e la tratta degli schiavi come crimine contro l’umanità e imponeva che fosse ricordata e condannata nei manuali scolastici di storia. Il progetto Toubira è diventato legge nel 2001. Da quel momento sarebbe stato reato non solo affermare il contrario, ma anche omettere di menzionare il principio nei libri di storia. Quando l’anno scorso uscì in Francia il libro di Pétré-Grenouilleau, i parlamentari delle poche terre non metropolitane che la Francia possiede ancora, querelarono l’autore sulla base della legge. L’autore, professore di Storia all’Università della Bretagna-sud, con sede a Lorient (e anche all’Institutute universitaire de France a Parigi), non si sognava di esprimere giudizi morali sulla tratta. Poiché il porto più importante francese da cui in maggior numero partivano le navi negriere era Nantes e poiché la società della Bretagna meridionale era stata coinvolta in modo profondo nel traffico, il professore si era dedicato per anni a uno studio minuzioso degli archivi pubblici e, soprattutto, privati che riguardavano il fenomeno. Nel corso degli anni aveva pubblicato una serie di lavori su aspetti particolari del fenomeno, poi era arrivato il momento di un libro che considerasse gli effetti della tratta non solo sullo sviluppo economico e sociale della sua regione, ma da un punto di vista globale. Questo significava esaminare la realtà della schiavitù e della tratta non solo nel triangolo atlantico, Europa, Americhe e costa dell’Africa, ma anche all’interno dell’Africa e soprattutto verso oriente, dove nella tratta era coinvolta la società islamica. Immediatamente i parlamentari delle poche terre non metropolitane che la Francia possiede ancora hanno accusato Pétré-Grenuoilleau di revisionismo storico, di voler trasformare le vittime in carnefici di se stesse, con il corollario specioso di riaprire con il suo lavoro le porte all’antisemitismo in Francia. Il revisionismo nei confronti della tratta, argomentavano, non sarebbe stato che il cavallo di Troia per il revisionismo nei confronti dell’Olocausto. Gli storici ovviamente non si sono rassegnati all’ingerenza della politica e dell’ideologia allo stato puro nel loro lavoro. Un loro comitato, detto dei seicento, per il numero degli aderenti, ha affermato che il compito di uno storico non è quello di esprimere giudizi morali sugli avvenimenti di cui si occupa, ma soltanto di esaminare con scrupolo i documenti e interpretarli e ordinarli secondo criteri il più possibile oggettivi. Esattamente quello che Pétré-Grenoulleau aveva fatto. Alla fine i parlamentari d’Oltremare hanno ritirato la querela. La polemica non si è tuttavia sopita. I detrattori hanno continuato a definire Pétré un neo-storico, accusandolo con quel prefisso “neo” insieme di revisionismo e di scarsa esperienza professionale.

Per quanto riguarda il coinvolgimento attivo degli islamici e degli africani nella tratta, l’accusa di revisionismo è del tutto ingiustificata. Anzi, da questo punto di vista il libro di Pétré, che non riferisce studi di prima mano, non dà quanto promette. La presenza attiva degli islamici nel commercio è ben nota e ben presente, almeno sottotraccia, nella cultura occidentale. Le società islamiche riprendono e sviluppano, senza cesure, un traffico che fin dall’antichità riforniva di materiale umano il nord Africa e il vicino oriente. La cultura europea ha registrato quel fenomeno più dal punto di vista del costume che da quello economico. Il mercato degli schiavi, occasione per gli artisti europei di fantasie morbose, fu uno dei temi preferiti degli orientalisti, che nell’Europa di fine Ottocento esprimevano con quei mezzi il desiderio d’evasione dai rigidi precetti morali occidentali. La figura dell’eunuco nero, onnipresente negli harem ottomani, implicava un incessante traffico di bambini neri che sulle coste del Mediterraneo venivano sottoposti a primitive pratiche di evirazione. Il costo elevato di un eunuco dipendeva dalla quantità di bambini che non sopravvivevano all’operazione. La pratica durò fino alla caduta dell’impero ottomano, quindi fin dentro i primi due decenni del progressivo XIX secolo. Ma il fiorire di mercati come Zanzibar permette di sospettare che la tratta islamica degli schiavi neri avesse ben altre dimensioni. L’incidenza degli schiavi nell’economia agricola dell’impero ottomano doveva essere molto più rilevante di quanto i documenti finora esaminati lasciano supporre.

Ma più del traffico di schiavi verso l’oriente i rappresentanti oltremarini dell’Assemblea nazionale hanno considerato offensiva e falsa l’affermazione che voleva lo schiavismo e la tratta endemici e fiorenti presso le popolazioni dell’Africa subsahariana. Nonostante i buoni sentimenti e il senso di colpa, chiunque si sia occupato di storia dell’Africa sa che il mercato interno degli schiavi era una prerogativa che gli africani riservavano gelosamente a se stessi. I capitani delle navi negriere non potevano che chiedere il permesso di fare sosta in un comptoir, pagavano per l’acqua e il cibo, si sottomettevano all’arbitrio dei piccoli sovrani della costa e barattavano gli schiavi con fucili, barre di ferro e tele di cotone. A procurare gli schiavi a stabilirne il prezzo a giudicare delle controversie secondo le loro consuetudini erano i potentati locali. Non c’è dubbio invece che l’importazione di armi da fuoco cambiò in modo drammatico gli equilibri tribali e facilitò ai detentori di fucili le razzie di uomini presso le popolazioni meno armate.

Se revisione c’è nel libro di Pétré, questa riguarda l’incidenza del commercio triangolare (le navi partivano dai porti europei carichi di prodotti industriali di qualità modesta, li scambiavano con schiavi che rivendevano cari sui mercati americani, caricavano prodotti coloniali che sul luogo costavano poco mentre in Europa diventavano preziosi) sullo sviluppo industriale in Europa. Presso la storiografia tradizionale è articolo di fede che il commercio triangolare sia stato un fattore determinante del decollo industriale. Le puntigliose ricerche di Pétré negli archivi familiari tendono a dimostrare che almeno per la Francia la redditività della tratta sarebbe stata molto inferiore di quanto si è affermato sinora su basi ideologiche e congetturali.

© il Foglio
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