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Il grido silenzioso



 

Un genocidio?
 di Roberto Beretta

La documentata interpretazione di uno storico francese. In Vandea, la Rivoluzione volle tentare un esperimento folle e omicida. Un autentico genocidio. Intervista a Reynald Secher.

[Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

Si può ben dire che Reynald Secher, 51 anni, due lauree, diversi libri fra cui uno di quelli fondamentali (Ii genocidio vandeano, Effedieffe) sia lo «scopritore» della Vandea. O, meglio, della feroce repressione attuata dalla Rivoluzione francese sulla piccola provincia che «preferiva i preti alla Dea Ragione»; un genocidio che alla fine causò 117 mila morti (su 800 mila abitanti) e 10 mila abitazioni distrutte (su 50 mila). Secher ha cominciato a studiare fatti per curiosità familiare e da allora la sua vita è cambiata: anche nel senso che è stato denigrato, ostacolato perché non ottenesse cattedre universitarie, persino minacciato. Oggi è insegnante ed editore, anche di libri a fumetti: e molti sulla Vandea, naturalmente.

Anzitutto la storia, professor Secher. Che cosa vuol dire lei quando parla della repressione vandeana come di un «genocidio»?

«La storia della Vandea si divide in due grandi periodi. Il primo corrisponde alla guerra civile propriamente detta: in seguito all’arruolamento forzato di 300 mila uomini, i Vandeani — come molti altri in Francia — si ribellano. Dicono no alle requisizioni, ai preti braccati, alla difesa della Rivoluzione. L’insurrezione armata si scompone a sua volta in tre grandi fasi. Dal marzo al giugno 1793, i Vandeani sono padroni del loro territorio, 10 mila km quadrati e 770 comuni. Im 29 giugno attaccano Nantes e il loro comandante Jacques Cathelineau viene mortalmente ferito: è l’inizio della seconda fase, con l’equilibrio delle forze in campo. La terza fase corrisponde alla traversata della Loira che si conclude tra il 21 e il 25 dicembre col massacro dell’armata a Savenay».

E il secondo grande periodo?

«A questo punto la Repubblica decide di mettere in atto un piano di sterminio e annientamento della Vandea. L’idea era stata enunciata da Bertrand Barère [un membro del Comitato di Salute Pubblica] e fu seguita da tre leggi. Quella del 1° agosto prevede l’incameramento dei beni dei vandeani, l’altra del 1° ottobre lo sterminio della popolazione, di preferenza le donne e i bambini che sarebbero divenuti i futuri “briganti”. La legge del 7 novembre prevede che il nome della Vandea venga sostituito da quello di Vengé (“vendicata”). L’applicazione di tali decisioni avviene ancora in tre fasi: la prima corrisponde ad esperimenti scientifici, con l’uso del veleno, di mine anti-uomo e massificazioni. Poi ci si orienta su strumenti più pratici: la ghigliottina, la fucilazione, il cannoneggiamento, le esecuzioni con la sciabola, gli annegamenti; metodi tuttavia costosi, lenti, inefficaci e psicologicamente insostenibili per i carnefici. Da cui il piano Turreau [dal nome del generale Louis Marie Turreau de Garambouville], lanciato il 21 gennaio 1794 e fondato su tre strutture: la flotta sulla Loira, la “colonna infernale”, il comitato di sussistenza. Per 4 mesi fu l’orrore assoluto: dappertutto si bruciava, si massacrava, si stuprava… I rapporti militari sono di una precisione incredibile: si squarciano i corpi per toglierne il grasso, si mummificano cadaveri, si concia la pelle umana, eccetera. Genocidio? Il processo di Norimberga sarà preciso in materia: si tratta di un crimine contro l’umanità per lo sterminio di un gruppo umano per cause etniche, razziali o religiose. Secondo questa definizione, il caso della Vandea dunque è un genocidio».

Si può affermare che i fatti francesi del 1793 abbiano ispirato i grandi genocidi del XX secolo, da Lenin a Hitler, Stalin, Milosevic, eccetera?

«Sì. La Vandea era vista come esemplare dai rivoluzionari, soprattutto da Robespierre [Maximilian Marie Isidore, l’anima e la figura più misteriosa della Rivoluzione] che voleva anzitutto compiere un’esperienza a grandezza naturale per applicarla in seguito su tutto il territorio. La storia ha deciso altrimenti. I suoi figli spirituali – tra cui Lenin, Pol Por, ecc. – se ne sono ispirati. Del resto, ricordo sempre che Lenin ha abitato in Vandea, mentre Ho Chi Minh e Pol Pot hanno studiato a Parigi... L’ideologia è la stessa, i metodi identici. Si trattava in ogni caso di creare l’«uomo nuovo» e, per questo, di eliminare il precedente».

Ci sono straordinarie analogie tra la repressione in Vandea e la Shoah: come la cosiddetta «soluzione finale», l’uccisione dei bambini, le ceneri dei morti usate per fare sapone, persino le camere a gas...

«Le analogie con la Shoah sono palesi, a parte una sfumatura: lo sterminio della Vandea è legale, cioè votato dal popolo sovrano; quello degli ebrei fu di tipo amministrativo».

Ma perché i rivoluzionari s accanirono sulla Vandea, e solo su di essa?

«La Vandea doveva essere un laboratorio su grande scala. Nacque da un caso, legato alla spontaneità della rivolta vandeana e al suo carattere unitario su un grande spazio geograficamente definito, La rivolta vandeana ha fatto paura soprattutto perché era — almeno in un primo tempo — vittoriosa. I rivoluzionari si sono dunque focalizzati sulla regione. Avrebbe potuto avvenire lo stesso in altre zone insorte, come Lione, Marsiglia, eccetera».

È vero che Robespierre aveva anche un fine economico, cioè eliminare delle bocche che pesavano sul bilancio statale?

«Non sono sicuro che ciò sia vero. È Gracco Babeuf ad affermarlo, però mancano le prove. Mi sembra che il primo criterio per Robespierre fu di ordine ideologico»

Gracco Babeuf, appunto. Il primo a parlare della Vandea fu un «comunista». Curioso, no?
«Sì, il primo a denunciare il genocidio fu il padre del comunismo. All’epoca della comparsa della sua opera sul sistema di spopolamento, nel 1795, Babeuf era solo uno sconosciuto sulla scena parigina. Nonostante lo stile ampolloso, non ci si può che rallegrare per l’esattezza e la profondità dell’analisi, del livello di conoscenza dei fatti da parte di Babeuf. Grosso modo, egli pone 5 principali domande. Anzitutto: come chiamare questo crimine di Stato? In mancanza di meglio, egli sosterrà il concetto di spopolamento. Secondo:chi è responsabile del crimine? Terzo: chi è il colpevole? E bisogna giuridicamente considerarlo la stessa persona col precedente? Quarto: come punire il delitto? Ultimo: come ricordarlo, affinché tali orrori non si ripetano? Sono le stesse domande che 150 anni più tardi solleveranno i giuristi a Norimberga. Questo per dire la modernità delle questioni e degli intenti di Babeuf. Ed è anche il motivo per cui gli storici favorevoli alla Rivoluzione hanno occultato la sua opera e per cui, non soltanto nel XX secolo, si era dimenticato l’affare vandeano ma anche tutta la morale e la riflessione che ne derivavano. Solo un giornalista, nel 1936, osò ricordarlo, concludendo che, avendo la Francia cancellato dalla memoria quel crimine di Stato, nessuno poteva rendersi conto dei delitti che stavano per essere commessi dalla Germania nazista e dalla Russia sovietica».

La Rivoluzione francese è sinonimo di diritti dell’uomo, di «libertà, uguaglianza, fraternità», eccetera... La Vandea può essere considerata un incidente di percorso, oppure ci sono legami sostanziali con l’ideologia del rivoluzionari?

«La questione di fondo è sapere se, come si è creduto a lungo, la Rivoluzione è un modello d’insieme oppure una somma di errori per arrivare a un sistema liberticida. Personalmente preferisco l’analisi anglosassone, soprattutto quella di Edmond Burke contemporanea agli eventi [il primo storico, irlandese, che ha criticato la Rivoluzione, già nel 1790], che intravede in un primo tempo una Rivoluzione necessaria a causa della sclerosi della società francese, ma che — a causa del delirio di una minoranza — finisce per trasformarsi non solo nella negazione dei diritti fondamentali degli uomini nel senso cristiano del termine, ma nella negazione dei diritti naturali — cosa che si traduce in una dittatura terrorista. In questo, la Rivoluzione francese è stata la matrice di tutte le dittature social-comuniste del XX secolo e del resto ciò spiega come mai i grandi eroi venerati in questi sistemi siano sempre stati i grandi terroristi rivoluzionari, come Robespierre».

© il Timone
http://www.iltimone.org

 


 
   

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