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L’Eugenetica in Italia
 di Mario Antonio Iannacone

L’ideologia eugenetica si propone di migliorare e riprogettare l’umanità. A costo di eliminare esseri umani ritenuti “difettosi”. Un’ideologia che non è morta. La coraggiosa opposizione della Chiesa, che chiede di rispettare ogni uomo, anche con i suoi difetti.

[Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

L’eugenetica è un’ideologia sociale (o anche un’ideologia scientista) teorizzata nel 1883 dallo scienziato inglese Francis Galton (1822-1911) ispirata alla teoria della selezione naturale di suo cugino Charles Darwin e poi ripresa e sviluppata da medici, antropologi, psichiatri, politici e studiosi dell’ereditarietà.
I teorici di questa disciplina intendevano migliorare o addirittura riprogettare l’umanità mediante il controllo sociale della riproduzione. Gli effetti che si attendevano erano il miglioramento della salute e, in generale, della “qualità” (questa l’espressione usata dagli eugenisti) dell’umanità, ma a prezzo d’indicibili sofferenze. Quasi sempre, l’eugenetica si e associata anche alla diminuzione controllata delle popolazioni mediante il controllo delle nascite. Va ricordato che in quegli anni una parte degli scienziati era convinta che l’umanità fosse soggetta ad una naturale degenerazione e che fosse compito dello Stato, coadiuvato dalla Scienza, impedire che il processo si aggravasse. La soluzione proposta era quella di sottoporre a controlli e limitazioni la riproduzione di tutti i portatori di difetti di tipo fisico, mentale o caratteriale. I fautori più accesi dell’eugenetica avevano una visione dell’umanità di tipo materialista, e si facevano guidare dal concetto di “determinismo genetico”; erano cioè convinti che ogni carattere umano, (fisico, intellettuale e morale) fosse determinato dai geni e dunque dalle leggi ereditarie.

Il complesso di pratiche che miravano alla rimozione delle cause che determinavano nascite difettose era detta “eugenetica negativa”. Purtroppo, i criteri per individuare i difetti da eliminare erano molto fluidi e spesso del tutto arbitrari. A fianco dell’eugenetica negativa esisteva l’eugenetica “positiva” che intendeva favorire matrimoni fra persone sane, di bell’aspetto o dotate di qualità che però erano frutto di una selezione altrettanto arbitraria.
Agli inizi del secolo scorso, si organizzò in un vero e proprio movimento eugenetico dotato di centri scientifici, riviste e rappresentanze politiche. Il movimento trovò spazio in Canada, Svezia, Danimarca, Germania e Stati Uniti dove furono elaborati piani di controllo sociale della riproduzione mediante lo studio dell’albero genealogico delle famiglie, il divieto di matrimonio fra persone “incompatibili”, il divieto di procreare per persone considerate “inadatte”, la sterilizzazione coatta e l’internamento degli “inadatti” in speciali istituti. Numerose missioni scientifiche furono organizzate anche in Italia, dove esisteva sin dalla fine dell’Ottocento un movimento eugenetico incapace però di conquistare spazio e peso politico.

L’antropologo e psicologo Giuseppe Sergi (1841-1936) nel 1913 diede vita al Comitato Italiano di Studi Eugenici che s’ispirava ai modelli d’oltreoceano, ma anche al positivismo italiano e alla scuola di Cesare Lombroso, l’antropologo che aveva giudicato “degenerati” contadini del Sud Italia. Ciò che impedì l’espansione dell’eugenetica in Italia, e in genere nei paesi cattolici, fu proprio ili peso della Chiesa e degli scienziati cattolici che si rifiutavano di attribuire un ruolo decisivo alla trasmissione ereditaria soprattutto nella sfera del comportamento; e che affermavano che ha vita morale e spirituale degli individui è influenzata dall’ambiente ma è soprattutto frutto delle scelte individuali. Al posto del controllo sociale sulla riproduzione umana, dunque, il modello italiano favorì la prevenzione, l’educazione, il miglioramento delle condizioni di vita.

Quando la prima guerra mondiale, con le sue immani sofferenze, comportò un sensibile aumento di malattie mentali e fisiche, il movimento eugenetico italiano si rafforzò. Gli eugenisti proposero soluzioni per evitare che il carico di sofferenze e “difetti” prodotti dalla catastrofe bellica fossero trasmessi alle generazioni future. A tale scopo chiesero alle autorità l’istituzione di un certificato prematrimoniale obbligatorio che registrasse non solo malattie potenzialmente nocive per il nascituro, ma anche le eventuali tendenze caratteriali dei genitori, dall’alcolismo alla depressione. Queste, e molte altre, infatti, erano considerate “tare” potenzialmente trasmissibili per via genetica, che dovevano essere sottoposte alla selezione matrimoniale.

Non pochi s’opposero aghi evidenti pericoli di questa ideologia (perché questa era un’ideologia utopistica non una scienza), e tra questi vi fu il fondatore dell’Università Cattolica, padre Agostino Gemelli (18781959), che rifiutò ogni idea di determinismo biologico. Gemelli, ovviamente, era ben conscio dell’esistenza delle malattie ereditarie, e nella sua attività di medico e scienziato fece appello alla sensibilità cristiana dei futuri coniugi perché non mettessero al mondo figli in presenza di evidenti rischi ereditari. Ad ogni modo si rifiutò recisamente d’avallare i provvedimenti consigliati da esponenti del movimento eugenetico italiano, che prevedevano persino la detenzione o la sterilizzazione non consensuale.

Nel corso degli anni Venti e Trenta, a più riprese, gli eugenisti avanzarono altre richieste alle istituzioni. In occasione del Primo congresso di eugenetica del 1924, ad esempio, fu consigliato il ricorso alla sterilizzazione coatta, al certificato prematrimoniale e all’eutanasia. Ogni volta vi fu l’opposizione attiva di vane diocesi, riviste e intellettuali cattolici. Per chiarire definitivamente la posizione della Chiesa in questa materia, nel dicembre del 1930 papa Pio XI (Achille Ratti, regnante dal 1922 al 1939) dedicò l’enciclica Casti connubii alla sessualità umana. In questo documento il pontefice ribadiva, tra l’altro, la condanna della sterilizzazione, dell’aborto e dell’eugenetica negativa, in procinto di essere applicate per legge in Svezia (dal 1934) e in Germania (dal 1933).

A più riprese, il movimento eugenetico cercò anche di influenzare il Fascismo che alle politiche di vera e propria eugenetica preferì la medicina sociale, la prevenzione, l’educazione e la profilassi. Tuttavia, nel 1936 fu approvato un provvedimento ispirato all’eugenetica razzista,e dunque “negativa” (la legge che sconsigliava la formazione di coppie miste, “meticce”), seguito nel 1938 dalle Leggi Razziali. A questo punto papa Pio XII (Eugenio Pacelli, regnante dal 1939 al 1958) iniziò un’opera di dura denuncia dei metodi impiegati dall’ideologia eugenetica e del razzismo, in Italia, in Germania e nel mondo, che sarebbe durata per tutto il suo pontificato.

Dopo la seconda guerra mondiale, apparentemente, il movimento eugenetico si esaurì quando fu rivelata a tutti la dimensione della tragedia prodotta dall’eugenetica nazista. In realtà, l’eugenetica non è mai morta del tutto, ma ha trasferito parte dei suoi metodi e della sua ideologia in una nuova scienza: la genetica. La genetica umana è una disciplina straordinariamente delicata perché il suo campo d’indagine è la trasmissione del patrimonio ereditario degli individui e delle popolazioni. Le possibilità teoriche di questa disciplina (si pensi alla clonazione) sono inimmaginabili, e rischiano di sviluppare sogni di onnipotenza svincolati da ogni verifica etica e morale. In tal caso, ciò che si profila è proprio un ritorno all’ideologia eugenetica: il sogno di riprogettare l’umanità..

Bibliografia

Claudia Mantovani, Rigenerare la società. L’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni Trenta, Rubbettino, 2004.

© il Timone
http://www.iltimone.org/

 


 
   

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