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Il grido silenzioso



 

Rivoluzione e perversione
 di Roberto de Mattei

Quando la perversione cominciò a trovare diritto di cittadinanza. Il ruolo del “cittadino” marchese Sade nella Rivoluzione francese e la nascita del “sadismo”.

[Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

L’atto di nascita e l’episodio più simbolico della Rivoluzione Francese resta, nell’”immaginario popolare”, la presa della Bastiglia del 14 luglio 1789.
Sul storiografico, la leggenda della tetra prigione dove languivano in catene i detenuti politici dell’Ancien Régime è stata demistificata da tempo. È noto che il 14 luglio nella Bastiglia furono trovati in tutto sette prigionieri, nessuno dei quali era un detenuto politico. Meno noto è un altro episodio che ci aiuta a comprendere la vera natura della Rivoluzione e della sua eredità.
Il 4 luglio, dieci giorni prima della fatidica giornata, mentre già la piazza cominciava a ribollire, un prigioniero della Bastiglia si sporse dalla finestra ed iniziô ad arringare la piccola folla che si era radunata. «Accorrete — gridava —qui si sgozzano i prigionieri!».
Questa menzogna teatrale apre simbolicamente la Rivoluzione: il prigioniero fu trasferito il giorno stesso presso l’ospizio di Charenton, lo stesso che, trasformato in manicomio, lo accoglierà di nuovo nel 1803 per ospitarlo fino alla morte: era il marchese Donatien-Alphonse-François Sade, uno dei personaggi più emblematici nell’itinerario rivoluzionario degli ultimi due secoli.
Quelli tra l’aprite del 1790 e l’ottobre 1793 furono tra i pochi anni di piena libertà del marchese. Nato nel 1740 e morto nel 1814, Sade passò infatti la sua vita ad entrare e uscire di prigione per i più immondi delitti: stupri, violenze, sodomie, perversioni di ogni genere. Gli anni della Rivoluzione furono gli unici in cui, lungi dall’essere considerato un individuo al bando della società civile, partecipò in prima persona alta vita politica, come “cittadino attivo” e poi come presidente delta sezione di piazza Vendôme, poi passata alla storia con il nome sinistro di “Sezione delle picche”. In quegli anni, mentre continuava la sua attività pseudo-letteraria (nel giugno 1791 veniva pubblicato il famigerato Justine), il “cittadino” Sade redasse una serie di violenti opuscoli politici. Nel più noto di essi, dal titolo Francesi ancora uno sforzo, egli esorta il popolo francese a compiere la Rivoluzione, portando all’ultima coerenza i principi dell’89.
«O voi che avete messo mano alla falce — esclama — inferite l’ultimo colpo all’albero della superstizione... Già i nostri pregiudizi si dissolvono, già il popolo abiura le assurdità cattoliche; ha già soppresso i templi, ha abbattuto gli ideali, si è convenuto che il matrimonio non è più che un atto civile, i confessionali demoliti servono a riscaldare le sale pubbliche; i pretesi fedeli, disertando il banchetto apostolico, lasciano gli dei di farina ai sorci. Francesi, non fermatevi: l’Europa intera, una mano già sulla benda che abbacina i suoi occhi, attende da voi lo sforzo che deve strapparla alla sua fronte... Francesi, ve lo ripeto, l’Europa aspetta da voi di essere a un tempo liberata dallo scettro e dall’incensiere» (D. A. F. de Sade, Francesi ancora uno sforzo e altri scritti politici, trad. it., Guaraldi, Rimini 1973, pp. 34-36).
Sade precisa le sue idee secondo uno schema estremamente chiaro: in tutti i tempi i doveri dell’uomo sono stati considerati sotto tre differenti rapporti: quelli con Dio («quelli che la sua coscienza e la sua credulità gli impongono verso l’Essere Supremo»); quelli con il prossimo (con i suoi fratelli); quelli verso Se stesso.
Per quanto riguarda il primo punto, dal momento che noi siamo «necessitati dalla natura come !e piante e gli animali», tutti i delitti conosciuti sotto i nomi vaghi a indefiniti di empietà, di sacrilegio, di blasfemia, di ateismo, non vanno in alcun modo considerati delitti (p. 49). «Non vorrei dunque che ci si limitasse a permettere indifferentemente tutti i culti; io desidererei che si fosse liberi di ridere o di beffarsi di tutti; che uomini, riuniti in un tempio qualsiasi per invocare l’Eterno a loro modo, fossero visti come commedianti su un palcoscenico, al gioco dei quali ë permesso a chiunque di andare a ridere» (ivi).
I misfatti che possiamo commettere verso i nostri fratelli si riducono a quattro categorie principali: la calunnia, il furto, le cosiddette impurità (pp. 52-53).
Il primo è un misfatto che egli afferma di non aver mai ritenuto tale. La calunnia, infatti, o è rivolta contro un uomo veramente perverso, e allora diventa pressoché indifferente che si dica male di lui, o cade su un essere virtuoso e allora non sarà che «uno scrutinio depuratorio da cui la virtù non uscirà che più splendente» (p. 54).
Per quanto riguarda il furto, Sade scrive che «è certo che esso nutre il coraggio, la forza, la destrezza, in una parola tutte le virtù utili a un governo repubblicano, e per conseguenza al nostro, io oserei domandare, senza parzialità ora, se il furto, il cui effetto è di agguagliare le ricchezze, è un gran male in un governo il cui fine è l’uguaglianza» (p. 55).
I delitti noti come prostituzione, adulterio, incesto, stupro e sodomia per il nostro cittadino, non sono tali. Il pudore, lungi dall’essere una virtù, è uno dei primi effetti della corruzione (p. 59). «Mai la lussuria fu considerata un crimine presso nessuno dei popoli saggi della terra. Tutti i filosofi sanno bene che è solo agli impostori cristiani che dobbiamo di averla costituita in delitto» (p. 69). Egli auspica la costruzione di «luoghi sani, vasti, ammobiliati con proprietà e sicuri da tutti i punti di vista», dove «tutti i sessi, tutte le età, tutte le creature saranno offerte a! capricci dei libertini che verranno a goderne, e la più totale subordinazione sarà la regola degli individui presentati; il più leggero rifiuto sarà punito all’istante secondo l‘arbitrio di chi l’avrà subito» (p. 60). «Nessun uomo — incalza — può essere escluso dal possesso di una donna del momento che è chiaro che essa appartiene decisamente a tutti gli uomini» (p. 62).
La sodomia è incoraggiata come l’incesto. «Teniamo dunque per certo che è altrettanto semplice godere di una donna in un modo che ne!l’altro, che è assolutamente indifferente godere di una fanciulla o di un ragazzo» (p. 72). L’incesto, da parte sua, «estende i legami della famiglia e rende per conseguenza più attivo l‘amore del cittadini per la patria». «Come è possibile — incalza — che uomini ragionevoli abbiano potuto portare l’assurdo fino al punto di credere che il godimento della propria madre, della propria sorella o della propria figlia possa mai divenire criminale!» (p. 70). «Non vi è in una parola, nessuna sorta di pericolo in tutte queste manie: si spingessero anche più lontano, giungessero fino ad accarezzare dei mostri e degli animali, come ci mostra l’esempio di parecchi popoli, non ci sarebbe in tutte queste sciocchezze il più piccolo inconveniente, perchè la corruzione dei costumi, spesso molto utile in un governo, non può nuocere sotto nessun profilo» (p. 75).
Sade e uno dei primi teorici dell’”animalismo”. «Che cosa è l’uomo, e che differenza c’è tra lui e la altre piante, tra lui e tutti gli altri animali della natura? Nessuna sicuramente» (p. 77). Nella scala animate non ci sono differenze qualitative. Per Sade la vita non e che materia in movimento e la morte non è che una semplice “trasmutazione”. Tra distruggere un uomo e distruggere una bestia non c’è nessuna differenza: di più, l’atto dell’uccidere è vantaggioso, perchè questa azione fornisce alla natura la materia prima delle trasformazioni. L’uomo che uccide segue infatti gli impulsi della natura: «è la natura che glielo consiglia, e l‘uomo che distrugge il suo simile è per la natura la stessa cosa della peste o della carestia, ugualmente mandate dalla sua mano, che si serve di tutti i mezzi possibili per ottenere più presto quella materia prima di distruzione, essenziale alle sue opere»(p. 79).
L’omicidio del resto «è una delle più grandi risorse della politica» (p. 80). «Non è a forza di uccisioni che Roma è diventata la padrona del mondo? Non è a forza di uccisioni che la Francia è libera oggi?» (p. 80). Una nazione che scuote il giogo del suo governo monarchico per adottarne uno repubblicano, «non si manterrà che per mezzo di molti delitti: infatti essa è già nel delitto...» (p. 81).
C’è un parallelo tra il delitto pubblico e quello familiare e privato. Occorre accordare ad ogni individuo di disporre del diritto di disfarsi del figli e di disfarsi di tutti i nemici che possono nuocergli. L’omicidio non è un crimine, ma un atto necessario che è essenziale tollerare in uno Stato repubblicano. Per quanto riguarda il suicidio, esso fu adottato da tutti i popoli antichi: occorre tornare ai loro principi per sorpassare le loro virtù (pp. 86-87).
Il programma che il “cittadino” Sade propone con brutale franchezza non è motto diverso del progetto relativista che oggi mira a estinguere ogni traccia della legge naturale e cristiana dalla società contemporanea. Se diamo uno sguardo retrospettivo agli ultimi 200 anni, ci rendiamo conto che il mondo moderno è figlio ed erede della Rivoluzione francese, perchè sta meticolosamente applicando il programma di Sade, senza il terrore violento che caratterizzò gli anni tra il 1789 e il 1795.
La minaccia totalitaria del nostri giorni non proviene solo dagli eredi veteromarxisti di Robespierre, ma soprattutto dagli eredi postmoderni di Sade. Senza spargimenti di sangue, il loro progetto dissolve le idee di bene e di male, di giusto e di ingiusto, di vero e di falso, per proclamare una filosofia di vita in cui il nichilismo radicale si combina con il supremo edonismo. È l’appello lanciato dal presidente della Sezione delle Picche che, dopo due secoli, viene fatto proprio dagli ammiratori di Zapatero.

I falsi miti

«La menzogna del preteso “antiaristocratismo” della Rivoluzione. Anzitutto, nel gergo rivoluzionario il termine “aristocratico” non designa affatto un membro della nobiltà, ma un nemico della Rivoluzione. Così, si considera aristocratico un operaio cattolico dell’Anjou o un contadino ribelle del Lozère. (…) Lo storico americano Donald Green ha mostrato che, fra le vittime assassinate sotto il Terrore, soltanto l’8,5% appartiene alla nobiltà e dunque il 91,5% di “aristocratici” appartiene al popolo. Lo stesso Donald Green, studiando il fenomeno dell’emigrazione, sedici anni più tardi, ha mostrato che la grande maggioranza delle famiglie nobili non è stata sostanzialmente colpita dalla Rivoluzione: su circa 400.000 nobili viventi nel 1789, vi sono “soltanto” 1.158 esecuzioni – equivalenti in percentuale allo 0,03% - e soltanto 16.431 emigrati, cioè il 4%». (Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1989, p. 25).

I falsi miti

«La menzogna della pretesa “felicità del popolo” sotto la Rivoluzione. Del resto, il potere rivoluzionario – un potere borghese, come è stato visto – conduce una politica sistematicamente antipopolare. Durante il famoso Anno II, Saint Just fa arrestare come sospetti alcuni operai in sciopero e la Comune di Parigi impone un tetto massimo salariale, che si traduce in una riduzione dei salari di circa un terzo». (Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1989, p. 20).

© il Timone
http://www.iltimone.org/

 


 
   

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