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Il grido silenzioso



 

Una rivoluzione religiosa e anticristiana
 di Gianfranco Morra

Questo testo è tratto dalla relazione al convegno «Libertà e potere: la questione della democrazia» promosso dal centro Enrico Manfredini di Bologna (21 e 22 aprile 1989). Gianfranco Morra è Ordinario di Sociologia della conoscenza all’Università di Bologna.

[Da «Litterae Communionis», anno XVI, luglio/agosto 1989, p. 53-55]

La consapevolezza degli studiosi di scienza sociale del secolo scorso, pur nelle differenze antropologiche e progettuali, rivela alcuni tratti comuni, che si possono così sommariamente riassumere:

a) La rivoluzione francese non è un caso isolato; essa è l’esito ultimo del processo di modernizzazione come distacco dai valori religiosi propri dell’età cristiana. Anche se si sviluppa in un paese tradizionalmente cattolico, essa ha le sue radici nel protestantesimo, nella filosofia empiristica di Bacone e Locke, nella critica risentita condotta dall’illuminismo alle credenze tradizionali; le tendenze nominalistiche, proprie dell’età moderna a partire dal XIV secolo, si accentuano e si estendono dalla teologia all’antropologia e alla sociologia - il giusnaturalismo come nominalismo giuridico astratto; il contrattualismo come nominalismo politico artefatto; lo Stato come una Volontà generale che impone la tirannia di pochi all’irrealizzabile consenso dei molti cittadini atomizzati.

b) Pur essendo l’esito della modernità, la rivoluzione francese è un qualcosa di nuovo, in quanto è solo secondariamente una rivoluzione sociopolitica, mentre in prima istanza è antropologica e religiosa. Si può accettare l’esultante ed esaltante affermazione dell’apologeta romantico della rivoluzione, Jules Michelet: che essa non adottò nessuna chiesa, in quanto essa stessa era la Chiesa. Lo scopo precipuo della rivoluzione francese, come comprese acutamente Edmund Burke al suo inizio (cioè in pieno riformismo costituzionale), non è di cambiare la società, ma l’uomo (e di cambiare, dopo il francese, l’europeo attraverso guerre di religione, che portano ai popoli «arretrati» il verbo rivoluzionario). Anche se fu più la rivoluzione a fare Rousseau di quanto Rousseau non abbia fatto la rivoluzione, lo scopo primario di questa può essere indicato con le note parole tratte dal "Discours sur l’économie politique": «Se è una cosa buona sapere utilizzare gli uomini così come sono, è ancora meglio renderli quali necessita che siano; l’autorità più assoluta è quella che opera dall’interno dell’uomo e si esercita sulla sua volontà non meno che sulle sue azioni»; «Volete che si segua la volontà generale? Fate in modo che ogni singola volontà vi si conformi; e poiché la virtù non consiste che in questo conformarsi della volontà particolare a quella generale, per dire in breve la stessa cosa, fate che regni la virtù». La rivoluzione francese, in quanto fu direttamente religiosa (a differenza di quelle inglesi e americane, che lo furono indirettamente), fu per necessità anticristiana. Scopo della politica è la «salvezza pubblica» (sembra più giusto tradurre «Comité de salut publique» con salvezza, anziché con salute): non è uno scopo raggiungibile con il riformismo, ma solo con l’utopia gnostico-rivoluzionaria, che al mondo corrotto del passato sostituisce il nuovo mondo della virtù. I culti della Dea Ragione (1793) e dell’Ente Supremo (1794) non sono episodi strani o casuali, ma rappresentano la realizzazione dello spirito della rivoluzione.

c) Tale progetto di salvezza viene desunto dai «philosophes», la cui influenza sulla rivoluzione francese può essere discussa nel suo peso, ma non negata nella sua realtà. La tendenza prevalente dell’illuminismo è il «risentimento» di una classe di intellettuali sradicati, che prima si sono separati dalla Chiesa e poi dalla monarchia - una classe di «rivoluzionari di professione», che cerca di divenire guida sacerdotale del popolo e costituisce intanto una «setta» di illuminati, che predica la tolleranza, ma la traduce poi in anatemi e scomuniche per tutto ciò che fuoriesce dalla «loggia» (Voltaire, che scrisse il "Traité sur la Tolérance", lanciò anche la crociata di sterminio della Chiesa con il grido «écrasez l’infame»). Il rifiuto della tradizione conduce alla enunciazione di un progetto astratto, che parla dell’uomo sradicandolo dalla sua famiglia, classe, religione, comunità – l’egalitarismo individualistico trapassa naturalmente nella tirannia del potere assoluto.

d) La strategia del dominio totalitario passa attraverso la eliminazione di tutte le concrete e naturali forme della comunità. Questi atti non furono compiuti dai giacobini, ma dai primi governi della rivoluzione: si pensi allo scioglimento di tutte le organizzazioni religiose ed alla costituzione civile del clero (1789-90), alla «liberté du travail», che condusse alla proibizione di tutte le associazioni professionali (Loi Le Chapelier, 1791); alle leggi antifamilistiche del "partage forcé" (1793) e del divorzio (1792); alla statizzazione di tutta l’educazione, secondo la nota affermazione di Danton: «Egli è tempo di ristabilire questo gran principio, che i fanciulli appartengono alla repubblica avanti di appartenere ai loro genitori». La fine dei corpi intermedi è insieme la fine del pluralismo e della dialettica sociale in una dicotomia Stato-individuo, che consente al primo di esprimere la maggiore mole di potere mai raggiunta da istituzioni pubbliche e al secondo di atomizzarsi in un privato ludico ed inefficace.

e) Il Terrore, che certo fu sollecitato anche da circostanze nazionali ed internazionali, non fu un accidente, ma l’esito più coerente della rivoluzione francese. Il Terrore interno, infatti, è, insieme con la guerra imperialistica, la metodologia permanente del totalitarismo - e giustamente storici e politologi hanno collegato il totalitarismo-terrorismo di Bakunin, Lenin, Trotzky, Stalin, Hitler, Mao, Pol-Pot all’eredità della rivoluzione francese. Come si è espresso con piena consapevolezza il discepolo di Rousseau, Massimiliano Robespierre (che alla Costituente pronunciò una vibrante requisitoria contro la pena di morte): «Se la base del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la base del governo popolare in tempo di rivoluzione è la virtù più il terrore: virtù senza la quale il terrore è omicida, terrore senza il quale la virtù è impotente».

La rivoluzione francese fu un fenomeno complesso e difficile riesce la scelta tra quelle due interpretazioni, che il Furet chiama «blocco» e «retaggio plurimo». In teoria, distinguere tra una rivoluzione liberaldemocratica degli inizi ed un totalitarismo terroristico è certo possibile; rimane, tuttavia, l’oggettiva constatazione che i due momenti sono successivi ed interni ad un unico processo, che assume il nome di «rivoluzione», certo valido per definire un salto epocale, non idoneo per caratterizzare un riformismo liberale. Non è un caso che Burke, pochi mesi dopo la convocazione degli Stati generali, seppe scrivere profeticamente l’intera storia della rivoluzione a venire: egli aveva intuito, nel 1790, l’anima della rivoluzione francese.

 


 
   

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