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Il grido silenzioso



 

La cultura del desiderio: se le utopie diventano diritti
 di Lucetta Scaraffia

La pianificazione delle nascite si è trasformata nel Novecento in un diritto acquisito, ma il bilancio delle generazioni programmate è davvero positivo? Il progetto di un figlio a ogni costo e il riaffacciarsi dell’incubo dell’eugenetica.

[Da «Vita e Pensiero», n. 5 (2005)]

Quando nel 1989 si festeggiava la caduta del muro di Berlino e poco dopo il crollo dei regimi comunisti europei, sui giornali e nelle televisioni tutti dicevano e promettevano che sarebbe finita per sempre la fede nelle utopie, affermando con sicurezza che nessuno avrebbe mai più potuto credere nella possibilità di costruire un paradiso in terra. In particolare, subiva un colpo in apparenza irrecuperabile l’utopia della perfetta uguaglianza che, realizzata, avrebbe eliminato aggressività e infelicità fra gli esseri umani. Ma se guardiamo al mondo attuale, bisogna ammettere che viviamo ancora immersi nelle utopie, divenute ormai così familiari che non riusciamo più a distinguerle dai progetti realizzabili. Anzi, alcune di queste si sono trasformate addirittura in diritti e sono venute ad accrescere il numero degli stessi diritti umani, trasformandoli da un corpus di valori morali in un progetto di felicità utopica. Mentre, infatti, l’utopia comunista è stata sottoposta a un vero processo critico e in tutti i modi è stata provata la sua irrealizzabilità, per le altre utopie il discorso è diverso: anche se clamorosamente fallite, nessuno chiede conto, nessuno osa dire qualcosa, ed esse quindi continuano a essere credute vere. 

Basti un solo esempio: negli anni Sessanta del Novecento, la diffusione della pianificazione delle nascite è stata accompagnata da una propaganda la quale prometteva che i figli desiderati e voluti — non più nati per caso — sarebbero stati esseri umani migliori degli altri, perché più amati e meglio educati. Se ci pensiamo e proviamo a fare un bilancio del risultato di queste generazioni programmate, bisogna invece riconoscere che i frutti della pianificazione sono stati sicuramente molto meno positivi del previsto. Ma tutti continuiamo a ritenere preferibile che i figli nascano programmati “per il loro bene”, quando è evidente che il vero motivo della pianificazione è la comodità dei genitori. Questa forte tendenza all’utopia nasce chiaramente dalla secolarizzazione, dal vuoto di senso e di speranza provocato dalla scomparsa delle religioni e che viene riempito da speranze utopiche, cioè da ricette la cui realizzazione porterebbe finalmente la felicità in terra e che quindi costituirebbero la smentita, di fatto, dell'esistenza di un aldilà dove verrà premiato chi compie il bene e punito chi fa del male. 

Gli esempi che si potrebbero addurre sono molti, ma senza dubbio i più significativi oggi sono quelli collegati al controllo del corpo e della sessualità. Nel 1994, durante la Conferenza mondiale del Cairo su popolazione e sviluppo, è stata introdotta nel linguaggio internazionale l’espressione «diritti riproduttivi», che prendeva il posto di «pianificazione familiare», intendendo con essa il diritto delle coppie a decidere se e quando avere figli e a prendere le proprie decisioni senza «discriminazioni, coercizioni e violenza». La Conferenza dedicata al ruolo delle donne svoltasi a Pechino nel 1995 non ha fatto che confermare questo concetto, dandogli una verniciatura femminista. Quello che era un progetto tra i tanti (che poteva essere rifiutato o accettato, ma anche criticato) diventa così un diritto, e quindi intoccabile. Quello che era un comportamento sociale prevalente dei Paesi sviluppati e un effetto dell’emancipazione delle donne — e, secondo alcuni economisti, anche un'ipotesi di sviluppo per i Paesi del Terzo mondo — si tramuta in “diritto umano” da esportare e difendere da parte delle Nazioni Unite. Del resto, già da tempo erano state costituite organizzazioni non governative rivolte a questo scopo specifico,come la Ippf (Federazione internazionale per la pianificazione familiare), che aveva riunito, subito dopo la Seconda guerra mondiale, le associazioni neomalthusiane ed eugenetiche sorte all'inizio del Novecento e nel mondo industrializzato — ma anche in qualche Paese sottosviluppato, come l’India — con il comune obiettivo di diffondere il controllo delle nascite nei Paesi dove non era praticato. Come ha potuto un’ipotesi sociale, un movimento ideologico, un progetto politico, diventare un diritto? 

Per spiegarlo dobbiamo tornare alle origini, quando la promozione del controllo delle nascite, che all’origine era definita neomalthusianesimo, ha cominciato a diffondersi. Si tratta di un movimento nato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna alla fine dell’Ottocento, legato alla ripresa della teoria di Thomas Robert Malthus (1766-1834) — secondo la quale il controllo delle nascite poteva garantire il benessere economico di una società — ma fin dall’inizio strettamente intrecciato all’evoluzionismo e all’ateismo militante. Intervenire nel processo di generazione su vasta scala costituiva, infatti, agli occhi dei cristiani un peccato grave, una sorta di sfida a Dio, un intervento indebito nel destino dell’umanità. Non è casuale, quindi, che le teorie neomalthusiane siano state diffuse dai gruppi del libero pensiero, che predicavano un ateismo apertamente ostile soprattutto alla Chiesa cattolica. 

A causa della sfida di fatto anticristiana che il controllo delle nascite implicava, la sua diffusione era difficile e si cercò di favorirla attraverso l’intreccio con l’utopia eugenetica. Oggi, dopo che il nazismo ha reso l’eugenetica — almeno nelle sue forme più palesi — improponibile, stentiamo a crederlo, ma negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando solo una forte carica utopica poteva giustificare una pratica così sospetta, il neomalthusianesimo ebbe buon gioco a presentarsi come un progetto di rigenerazione totale, di creazione di un’umanità migliore, liberata dalle malattie e dai difetti. Un’umanità di uguali, anzitutto, perché composta solo da persone sane, belle, intelligenti, e quindi priva di conflitti e invidie. Lo scrive con grande chiarezza una delle leader del movimento neomalthusiano inglese, Annie Besant: «Allo scopo dunque di migliorare il tipo fisico umano, il materialismo scientifico doveva proibire la procreazione alle persone non perfettamente sane, restringendo la prole nei limiti consentiti dalla buona salute della madre, e imporre il dovere di non mettere al mondo dei figli quando non è possibile fornire a essi le condizioni di buon allevamento». Annie Besant — prima di diventare femminista e teosofa — era stata una dirigente della National Secular Society, e aveva predicato il neomaithusianesimo diffondendo opuscoli che insegnavano a praticare il controllo delle nascite nei quali si parlava apertamente «del dovere umano di cooperare razionalmente con la natura dell’evoluzione» per costruire una società perfetta, nella quale — eliminate le ragioni della sofferenza — il dolore sarebbe scomparso. La motivazione al controllo delle nascite veniva ricondotta, quindi, alla necessità “superiore” di rigenerare l’umanità. 

Lo stesso concetto di "rigenerazione” viene utilizzato ampiamente dai movimenti per il controllo delle nascite: nel 1900 la Lega internazionale ncomalthusiana — fondata dalI’ingiese Drysdale, dal francese Robin e dall’olandese Rutgers — prese il nome di Ligue pour la régénération humaine. Ma già nel 1890 Paul Robin aveva fondato la Ligue de la régénération humaine, apertamente femminista, che pubblicava la rivista «Régénération» e il cui motto era «bonne naissance, education intégrale». Robin è un esempio significativo di utopista ideologico: nato in Bretagna nel 1857, appassionato insegnante di metodi pedagogici alternativi, aderì all’Internazionale socialista e fu iniziato alla massoneria. Condannato all’esilio per le sue attività rivoluzionarie, in Inghilterra conobbe la Maithusian League di Drysdale e ne divenne sostenitore in Francia. Nel 1899 lasciò la Lega per fondare una comunità comunista in Nuova Zelanda, presto fallita, e tornato in patria si suicidò nel 1912. La Lega neomaithusiana italiana, fondata nel 1913, era affiliata alla Federazione universale della rigenerazione umana con sede a Parigi, e aveva per motto «non quantitas sed qualitas», scelto alto scopo di legare strettamente «la limitazione delle nascite al miglioramento della razza umana». Anche Margaret Sanger — la femminista americana paladina del controllo delle nascite che finanziò le ricerche del dottor Pincus, l’inventore della pillola anticoncezionale, e fu autrice di opere come La donna e la nuova razza — scrive: «Gli sforzi implacabili dell’autorità reazionaria di sopprimere il messaggio del controllo delle nascite e della maternità volontaria sono futili. I poteri della reazione non possono prevenire lo spirito femminile dal rompere i propri legami. Quando cadrà l’ultima catena passeranno anche i mali dovuti alla soppressione del desiderio di libertà della donna. La schiavitù del bambini, la prostituzione, La debolezza mentale, il degrado fisico, la fame, l’oppressione e la guerra spariranno dalla terra».

L’utopia della rigenerazione della società diventa nel secondo dopoguerra l’utopia del benessere e dello sviluppo, ma il meccanismo è lo stesso: si pensa, infatti, che realizzando il controllo delle nascite — denominato non più neomaithusianesimo ma “pianificazione famiiare” per assonanza con un’altra idea molto di moda in quegli anni, quella della pianificazione economica tutti saranno benestanti. Ma lo sfondo utopistico c’è sempre e, insieme all’idea di un’umanità più ricca, ritorna anche quella del miglioramento dell’umanità, legata a una sorta di “eugenetica psicologica" secondo la quale i figli programmati saranno esseri umani migliori di quelli nati senza essere stati scelti. L’utopia della felicità come effetto della scelta del figlio migliore si è ripresentata in Italia in occasione del referendum sulla legge 40 con chiari caratteri eugenetici — anche se si cerca di negarlo — a proposito della scelta del figlio sano: nelle parole di molti nemici della legge, questa infatti diventa un “diritto” al figlio sano. Strettamente legata al controllo delle nascite è l’utopia della realizzazione sessuale, che sembra finalmente possibile a tutti grazie alla separazione fra sessualità e procreazione. I sostenitori del neomalthusianesimo e dell’eugenetica erano infatti quasi sempre — come Margaret Sanger e Havelock Ellis o l’italiano Paolo Mantegazza — anche prudenti sostenitori della rivoluzione sessuale; questa si affermerà decisamente nel secondo dopoguerra con Wilhelm Reich, Herbert Marcuse e Alfred Kinsey, e diventerà realtà praticata nel mondo occidentale dopo il 1968. I teorici della rivoluzione sessuale, cioè della necessità per ognuno di vivere senza alcun tipo di restrizione le proprie inclinazioni erotiche, non si limitano a sostenerla in nome del piacere, ma promettono, in cambio di questa libertà, la fine delle guerre — tutti ricordiamo lo slogan «chi fa l’amore non fa la guerra», ispirato alla filosofia reichiana — e l’estinzione dell'aggressività, della prostituzione, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tutti i mali nascerebbero, infatti, dalla repressione da parte della Chiesa e dello Stato del potente istinto sessuale.

Anche questa utopia — che pure non ha avuto alcuna conferma nei Paesi occidentali, dove il permissivismo sessuale è accettato senza conflitti — è diventata un diritto, da aggiungere al corpus dei diritti umani, sia sotto la forma del controllo delle nascite, condizione fondamentale per realizzare la rivoluzione dei comportamenti, sia in una forma più generale che vede la libertà sessuale come ricetta per la felicità. L’Organizzazione mondiale della sanità considera, infatti, come diritto primario la «salute sessuale», definita «l’integrazione degli aspetti somatici, emotivi, intellettuali e sociali dell’essere umano secondo modalità proficue che sviluppino la personalità, la comunione e l’amore» e descritta come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale in tutte le questioni relative al sistema riproduttivo». Quello che era solamente un modello di comportamento sessuale — affermatosi nel mondo occidentale per una serie complessa di fattori, non dissimile in sostanza da altri modelli che si sono susseguiti nella storia e nello spazio, con conseguenze positive e negative come ogni forma di comportamento umano — è diventato dapprima un’utopia di felicità, poi un diritto umano. La forma recente dell’utopia della libertà sessuale è il diritto di matrimonio e di procreazione/adozione per gli omosessuali, sostenuto con vigore dalle organizzazioni internazionali come una nuova ricetta di felicità, confondendo spesso la tolleranza di comportamenti un tempo ritenuti trasgressivi con l’acquisizione di diritti familiari. Come se diventare uguali agli altri costituisse per gli omosessuali sicura felicità: ecco spuntare, di nuovo, la vecchia utopia, che sembrava definitivamente tramontata, dell’uguaglianza come fonte di felicità. 

La trasformazione delle utopie in diritti, in una società in cui i diritti dell’uomo costituiscono l’unica possibile realtà etica e politica di riferimento, riporta quindi nella sfera politica antiche sirene. L'inserimento di queste utopie nel corpus dei diritti umani, infatti, allontana sempre più i diritti dal loro carattere originario — cioè quello di una legge naturale iscritta nei cuori di ogni essere umano e proprio per questo condivisibile da tutti — e li candida a divenire una nuova forma politica di coercizione e di inganno, come sono stati i totalitarismi e le utopie politiche del Novecento.

© Vita e Pensiero

 


 
   

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