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Il grido silenzioso



 

Invernizzi: Avvenire, Gedda e Rossi
 di Marco Invernizzi

[Dalla mailing list «politica_cattolici», 30 Giugno 2003]

E' uscito un libro di Francesco Piva [La gioventù cattolica in cammino... Memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), Franco Angeli, Milano 2003] sulle due gravi crisi che ferirono l'Azione Cattolica Italiana (ACI) nel 1952 e nel 1954, con le dimissioni di Carlo Carretto e Mario Rossi, entrambi presidenti del ramo giovanile dell'ACI, la Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC), entrati in contrasto con Luigi Gedda, presidente generale dell'ACI.
Il libro nasce dall'incontro, avvenuto oltre quarant'anni dopo, fra i dirigenti della GIAC protagonisti dei due episodi, riunitisi per riflettere su quegli avvenimenti con l'aiuto di uno storico, Francesco Piva, docente di Storia contemporanea all'università di Roma "Tor Vergata", che si è poi fatto carico di raccogliere e scrivere le loro testimonianze confrontandole con i documenti dell'epoca. 

Il libro è importante perché permette di conoscere dalla viva testimonianza dei protagonisti l'itinerario spirituale e intellettuale di una parte della classe dirigente giovanile della principale associazione cattolica del tempo; così, offre un contributo alla riflessione su due dei principali episodi che generarono profondi contrasti, che ancora oggi permangono, a proposito della storia del movimento cattolico in Italia. Tuttavia è un libro "sbilanciato" perché non permette al principale imputato, Luigi Gedda, responsabile secondo i dirigenti del tempo di entrambe le dimissioni, di essere difeso dal processo che, di fatto, viene intentato contro di lui - e in generale contro la Chiesa di Papa Pio XII - dalle pagine dell'opera di Piva.

Infatti, l'immagine che esce, o che può uscire, dalla lettura del libro e, per esempio, dalla presentazione che ne è stata fatta su Avvenire del 24 giugno, è quella, peraltro corrente, di un Gedda autoritario, fanatico dell'organizzazione, insensibile alla formazione culturale e spirituale al punto di non avvertire le giuste esigenze avanzate da Carretto e Rossi; inoltre, un Gedda irrimediabilmente di destra, ossessionato, come Pio XII, dall'ipotesi che il Partito comunista possa conquistare la maggioranza e governare l'Italia e per questo avverso anche alla Democrazia Cristiana, che voleva controllare attraverso i Comitati Civici.

Ho conosciuto Gedda pochi anni prima della sua morte e l'ho incontrato soltanto due volte, quindi non sono in grado di giudicare quegli aspetti della sua personalità che pur sarebbe importante conoscere per spiegare gli atteggiamenti che gli vengono imputati.
Tuttavia, mi sembra che questa immagine del presidente dell'ACI non corrisponda alla realtà.

Gedda ricevette dal Pontefice l'incarico di promuovere la campagna di mobilitazione per le elezioni del 18 aprile 1948 e a questo fine organizzò i Comitati Civici, un organismo di formazione e propaganda nell'ambito dell'educazione civica, che non era né un partito né un'associazione religiosa, ma qualcosa che si occupava parzialmente di entrambi, della religione e della cultura politica, e anche delle consultazioni elettorali. Inoltre, e contemporaneamente, dirigeva prima gli adulti e quindi la totalità dell'ACI, che arrivò ad avere milioni di iscritti durante la sua presidenza. Dirigeva un'associazione di massa - felicemente di massa, quando le masse erano ancora cattoliche - nell'epoca delle ideologie e dei partiti di massa, con i quali dovette confrontarsi, rispondendo direttamente al Papa, del quale godeva piena fiducia.
Cosa avrebbe dovuto fare?
Trascurare le masse per curare la formazione specifica dei singoli, per invadere l'ambito del quale avrebbero dovuto occuparsi i movimenti specializzati, come i laureati o gli universitari cattolici, o altre realtà associative?

In parte, tra l'altro, lo fece, costituendo già nel 1944 la Società operaia, che guiderà fino alla morte, un organismo riconosciuto dalla Chiesa con lo scopo di formare spiritualmente i suoi membri attraverso la spiritualità del Getsemani, cioè invitandoli a "fare compagnia" al Signore nell'orto degli ulivi, a lui affidando le iniziative degli "operai". Quest'uomo, che aveva raggiunto i vertici del laicato italiano e aveva goduto la piena fiducia di Pio XII, che aveva rifiutato un seggio al Senato perché non venisse confuso l'apostolato cattolico con la vita politica, ha saputo sopportare in silenzio l'isolamento e l'ostracismo a cui è stato sottoposto dopo il 1959, senza mai rinunciare alla fedeltà nella Chiesa intesa come comunità vivente e operante nella storia, senza contrapporre la Chiesa del tempo in cui era stato un importante dirigente a quella in cui ritornò a essere un semplice fedele.

Non così fecero quei dirigenti che entrarono in polemica con lui negli anni di cui tratta il libro di Piva e in genere coloro che vissero il periodo precedente e successivo al Concilio Vaticano II come le fasi di una contrapposizione frontale, di una rottura epocale, evocando anche legittime esigenze e sottolineando oggettive mancanze nel cattolicesimo del tempo, ma con un atteggiamento di contrapposizione e non di maturazione, quasi che il Vaticano II non fosse il XXI Concilio della storia della stessa Chiesa, ma il primo di un'altra storia che stava per cominciare.

Costoro non si rendono conto che se il cattolicesimo italiano non recupererà tutta la sua storia e non ne farà una memoria condivisa, non uscirà dall'incertezza, dalla mancanza d'identità, dal complesso d'inferiorità nei confronti delle ideologie. Si potrà fare questo importante lavoro di recupero e di sintesi senza negare i contrasti, le diversità legittime di opinione e di cultura, ma senza "uscire dal seminato", cioè accettando "tutto" il Magistero della Chiesa, anche quelle parti che al momento appaiono di difficile comprensione?

Se Gedda ha dato un esempio di fedeltà, non così si può dire di molti dei dirigenti protagonisti degli episodi raccontati nel libro di Piva. Alcuni sono nomi noti e non certo esemplari per il movimento cattolico, come Umberto Eco (anche se "Famiglia cristiana" ne diffonde oggi i libri a prezzi di favore) o Furio Colombo, altri sono finiti nella teologia della liberazione, come don Arturo Paoli, o nei partiti della sinistra o nella sinistra della DC.
Sono questi gli esempi da seguire?
I modelli da proporre?

Negli stessi anni, in Italia e nel resto del mondo, nascevano senza strappi e contrapposizioni dialettiche, senza "odiare" il passato ma cercando di integrarlo, altri movimenti ecclesiali che poi saranno gli "altri frutti" del Concilio. Erano e sono diversi dall'ACI di Pio XII e di Gedda, che era espressione di una Chiesa chiamata a difendere una società cristiana aggredita e perseguitata dall'ideologia comunista, perché sono chiamati a una "nuova evangelizzazione" di un mondo privo anche delle false certezze dell'ideologia.

Marco Invernizzi
30 giugno 2003

 


 
   

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