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Il grido silenzioso



 

Il suicidio demografico
 di Massimo Introvigne

Il declino della popolazione europea sembra irreversibile. Tra cinquant’anni vivremo nella felice Eurabia. Con gli attuali tassi di natalità Italia, Francia, Spagna, Olanda, Germania, dimezzeranno la popolazione nel corso di una generazione. I “barbari” non avranno neppure bisogno di combattere.

[Da «il Domenicale», n. 44, dal 4 al 10 Novembre 2006]

Il grande storico Arnold J. Toynbee (1889-1975) diceva che sulla morte di una civiltà si scrivono pochi libri gialli, e per una buona ragione. Molto raramente c’è un assassino: di solito, si tratta di suicidio. L’America è destinata a “restare sola” nella lotta contro l’ultrafondamentalismo islamico non – o non solo – perché la maggioranza dei governanti europei sia pavida e imbelle di fronte all’islam. Rimarrà sola tecnicamente, perché fra meno di un secolo gli europei non ci saranno più. La demografia li avrà spazzati via come spazzò via l’impero romano, il quale non cadde perché le sue quadrate legioni erano diventate meno quadrate, ma perché la pratica diffusa dell’aborto e dell’infanticidio aveva fatto sì che non ci fossero più legionari romani. Si arruolavano barbari, magari proclamandoli frettolosamente cittadini romani. Quando i barbari si accorsero di essere in maggioranza, presero il potere. 
È la tesi dell’analista politico neoconservatore canadese Mark Steyn, nel suo magnifico libro America Alone: The End of the World as We Know It (Regnery, Washington 2006), il volume più importante del 2006 di cui è auspicabile una rapida traduzione italiana, cara già sin da ora a chiunque abbia a cuore le sorti dell’Europa.
Il tema del libro è quello che Papa Giovanni Paolo II chiamava fin dal 1985, con espressione destinata a passare alla storia, il «suicidio demografico» del nostro continente. Un po’ dovunque nel mondo quello che stupisce i non europei è che in Europa questo tema drammatico non sia al centro del dibattito culturale e perfino delle campagne elettorali. Nessun Paese dell’Europa Occidentale ha un tasso di nascite per donna che corrisponda al livello minimo di mantenimento della popolazione (2,1 figli per donna) indicato dai demografi. L’Italia con un tasso di 1,2 si avvia a diventare il Paese del mondo con il minor numero di nati, e lo sarebbe già se dalle nascite registrate negli ospedali si escludessero i figli d’immigrati residenti ma non cittadini italiani. La Spagna e la Germania concorrono con l’Italia per questo triste primato. La Francia ha rialzato il suo livello a 1,7 ma i suoi dati sarebbero simili a quelli italiani se si escludessero i nati da donne – immigrate o cittadine francesi – di religione musulmana. Italia, Germania, Spagna e Paesi Bassi (anche qui, figli di cittadini di religione islamica esclusi) sono al di sotto del livello oltre il quale i demografi pensano che un rovesciamento del trend sia impossibile. Questo significa che Paesi come l’Italia, se la situazione non muta, dimezzeranno la popolazione nel corso di una generazione.

Il trucco della cittadinanza

Certo, le statistiche potranno essere alterate concedendo la cittadinanza a un alto numero d’immigrati residenti: sembra essere questa la linea del governo guidato da Romano Prodi, ma si tratta di un gioco delle tre carte che – come ricorda Steyn – fu già tentato con esiti rovinosi dall’impero romano. Trasformare i “barbari” (parola che non era offensiva e che indicava all’origine solo chi non parlava latino) in cittadini per legge non ne faceva dei romani culturalmente, così come trasformare gl’immigrati musulmani o cinesi in cittadini italiani per decreto di Prodi o del ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero non significherà farne degl’italiani per cultura e per integrazione.
Né il problema è solo italiano. La Germania perderà l’equivalente della popolazione della Germania Est in mezzo secolo, la Spagna l’equivalente dell’attuale popolazione di un quarto del proprio territorio nello stesso periodo di tempo.
Tra tante statistiche, colpisce una già citata dal teologo cattolico statunitense George Weigel e ripresa da Steyn, secondo cui nel 2050 l’Italia sarà un Paese “senza zie”: già ora la maggioranza dei bambini italiani sono figli unici, ma fra meno di quarant’anni anche gli adulti saranno per il 60% figli unici di figli unici, persone che non avranno mai fatto l’esperienza di un fratello o di una sorella, o appunto di uno zio o di una zia.

Del “suicidio demografico” si occupano poco i moralisti, ma molto gli economisti, specie quelli specializzati in pensioni. Nell’Europa Occidentale infatti – nonostante tutti gli Stati cerchino di spostare in avanti l’età pensionabile – cresce inesorabilmente il numero dei pensionati e in diverse regioni ogni lavoratore deve già sopportare il carico di due pensionati.
Qualche entusiasta del “modello europeo” pensa – anche se pochi hanno il coraggio di dirlo – che l’eutanasia all’olandese consentirà di sbarazzarsi dei vecchi inutili e di risolvere il problema. Altri forniscono cifre, ma non traggono conclusioni. Il rifiuto della classe politica di molte nazioni europee di ricorrere alle drastiche riforme pensionistiche suggerite dalle istituzioni finanziarie internazionali sembra non derivare tanto da compassione per i pensionati – o dal desiderio di non perdere i loro voti, visto che presto saranno la maggioranza degli elettori – ma dal nascondere la testa nella sabbia di fronte alla drammatica urgenza del problema demografico. Come ricorda Steyn, il suicidio demografico è anche il suicidio della socialdemocrazia europea.

Non c’è nessuna garanzia che le civiltà durino per sempre. Il loro modo normale di morire è appunto demografico. Oltre all’aborto e all’infanticidio i romani della decadenza praticavano una forma primitiva di eutanasia (certo lontana da quella in camice bianco dei Paesi Bassi di oggi) che consisteva nell’abbandonare gli anziani malati senza curarli né nutrirli. I barbari arrivano quando queste pratiche hanno già fiaccato l’impero di Roma, dalle cui rovine sorge – come ricorda anche il sociologo statunitense Rodney Stark – la civiltà di quei cristiani che non praticano l’aborto e che curano i vecchi e i malati. Ma questa volta che cosa sorgerà dalle rovine dell’Europa?
Non c’è bisogno di citare quei fondamentalisti islamici per cui “ride bene chi ride ultimo” – e l’invasione musulmana fermata per via militare a Poitiers, a Lepanto e a Vienna riuscirà nel secolo XXI per via demografica – per rendersi conto che la civiltà europea rischia di fare la fine di quella romana. Nel giro di un paio di decenni, per esempio, «la maggioranza degli adolescenti nei Paesi Bassi sarà costituita da musulmani». Vent’anni dopo, si tratterà della maggioranza degli adulti in età lavorativa (o magari della popolazione in genere, se gli olandesi continueranno ogni due anni a estendere la legge sull’eutanasia includendo nuovi casi), pochi anni dopo degli elettori.

Naturalmente, c’è chi sostiene che questa “Eurabia” (l’espressione è stata resa popolare da Oriana Fallaci, ma l’ha coniata lo storico britannico Niall Ferguson) sarà bellissima. Quando nel 1998 la nazionale di calcio francese vinse i Campionati Mondiali schierando una maggioranza di giocatori che non erano nati in Francia la superiorità della civiltà francese multietnica e multireligiosa fu dottamente spiegata in televisione non solo da un buon numero d’intellettuali francesi, ma pure da Walter Veltroni in Italia. L’aggettivo “multireligiosa” non era affatto ridondante rispetto a “multietnica”. Anche la nazionale brasiliana, che perse la finale di quei Mondiali, era evidentemente multietnica. Ma non era multireligiosa: i giocatori erano tutti cristiani e avevano anche il pessimo gusto, nella Francia della laïcité, di pregare collettivamente e pubblicamente e di entrare in campo con un segno di croce. A qualche anno di distanza, la rivolta delle periferie parigine del 2005 ha mandato in frantumi quel bel sogno di utopia multireligiosa concorde e felice. Ciliegina per noi dolce, ma su una torta dal sapore amaro, Marco Materazzi preso a testate da Zinédine Zidane e gli Azzurri di Berlino nel frattempo hanno anche scardinato il mito dell’invincibilità della nazionale francese, e perfino della sua “superiorità morale”, nelle finali dei grandi eventi calcistici.
Lo stesso Veltroni si è fatto più cauto, e questo è un particolare che Steyn non conosce. Nel cartone animato del 2005 della Disney Chicken Little – Amici per le penne molti spettatori hanno notato che il sindaco di Querce Ghiandose, il borioso e incompetente Rino Tacchino, parla come Veltroni, pronuncia le parole come Veltroni e in effetti è proprio Veltroni, nel senso che il poliedrico primo cittadino di Roma (la cui occupazione deve lasciargli evidentemente una buona dose di tempo libero) ha fatto anche il doppiatore per la versione italiana del film, al termine della quale esibisce anche le sue doti canore.

Dal momento che Veltroni è buon amico di Umberto Eco – di cui disapprovo molte cose, ma non l’insegnamento secondo cui la cultura popolare va presa assolutamente sul serio – si può immaginare tutta una semiotica del nesso fra il sindaco di Roma (cui riconosco volentieri il senso dell’umorismo) e quello di Querce Ghiandose (un nome che tra l’altro evoca il partito di Veltroni, la Quercia). Nel film il sindaco è l’ultimo a convincersi che la sua cittadina – abitata dai soliti animali antropomorfi disneyani – sia la testa di ponte per uno sbarco di alieni sulla Terra. Quando gli alieni finalmente arrivano, Rino Tacchino gli offre prima le chiavi della città e poi anche quelle della sua macchina, ricevendone in cambio un colpo di raggio che lo imprigiona nell’astronave extraterrestre. Dal momento che vi è tutta una letteratura sugli alieni come metafora degl’immigrati, si è molto tentati di leggere la curiosa performance del sindaco come legata a un ripensamento a proposito dei suoi vecchi entusiasmi per la società multietnica e multireligiosa. Chi consegna le chiavi della città agli alieni sognando di potere convivere con loro senza problemi in un’idilliaca armonia finisce per diventare loro prigioniero.

Nel nome di Benedetto

Ma, anche se fosse stato vero, il sogno non avrebbe sostituito la realtà. Un’Europa Occidentale a maggioranza musulmana costituirebbe, molto semplicemente, una civiltà diversa rispetto a quella europea che oggi conosciamo. Si può discutere se sarà bella o brutta: di certo, non sarà più la stessa. Come scrive Steyn: «È la demografia, stupido, l’unica questione importante. L’Europa alla fine del secolo sarà un continente dopo la bomba al neutrone. I grandi edifici ci saranno ancora, ma le persone che li hanno costruiti se ne saranno andate».

Nel frattempo – e da questo punto di vista il libro di Steyn è anche divertente – i politici europei nascondono le croci e i presepi per non dar fastidio ai musulmani, o dedicano il loro tempo (Steyn dà le prove, e assicura che non si tratta purtroppo di uno scherzo) a discutere se un’educazione dei maschi europei a urinare seduti e non in piedi, con conseguente abolizione degli urinatoi, «ultimo rifugio di un maschilismo patriarcale», dai gabinetti pubblici maschili, non contribuirebbe a sottolineare l’uguaglianza fra uomini e donne e a compiacere le femministe.
Lo stesso scrittore attribuisce il suicidio demografico alla «mancanza di fiducia nella propria civiltà». A me sembra che un’espressione più precisa sia quella di Papa Benedetto XVI: «mancanza di speranza». Dopo avere perso la virtù della fortezza, l’Europa ha perso anche la speranza nel futuro. Le civiltà che non sperano non fanno figli: ma sono appunto le civiltà destinate a scomparire. La scomparsa di Roma non fu la scomparsa della parte migliore della sua eredità: si trovò un San Benedetto per raccoglierla. Oggi, sembra che solo un altro uomo chiamato Benedetto si erga fra l’Europa e il suo suicidio annunciato da Steyn.

© il Domenicale
http://www.ildomenicale.it/

 


 
   

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