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Il grido silenzioso



 

Dal ritorno al reale il ritorno a Cristo
 di LeggendaNera

[Editoriale di Samizdatonline, 22 ottobre 2006]

Alcuni anni or sono Giovanni Paolo II espresse un auspicio che a orecchie cristiane poteva forse apparire sorprendente: «In questo inizio del millennio, salviamo l’uomo!». L’«uomo», si badi bene, non il «cattolico» o il «cristiano».
A ben vedere il grido del Pontefice si fondava su un principio elementare della teologia cattolica, quello per il quale la fede cristiana non si innesta nel vuoto: la grazia presuppone e perfeziona la natura.
Papa Wojtyla intendeva riferirsi alle minacce del tempo presente nei confronti della dignità umana, minacce che uno sguardo superficiale potrebbe stimare analoghe a quelle che la Chiesa dovette fronteggiare nel mondo antico, se non fosse che la situazione odierna sotto diversi aspetti non è paragonabile a quella dell’Antichità.
A questo riguardo Giorgio Israel ha scritto che «l’Occidente è oggi devastato da un nichilismo che si nutre dei resti delle ideologie totalitarie, che sono sparite come movimenti politici ma ci hanno lasciato una pesante eredità in termini di modi di pensare e attitudini mentali». Le ideologie totalitarie non hanno cessato di produrre effetti nefasti: esse hanno corrotto in maniera radicale senso comune e ragione naturale. «L’aspetto più terrificante del totalitarismo non sono le sue «atrocità» - così George Orwell - ma il fatto che esso attacca il concetto di verità oggettiva».
Questo dunque il contesto in cui oggi siamo chiamati ad operare in vista della «nuova evangelizzazione», affatto differente da quello antico.
Cristo incarnandosi non trovò infatti ad attenderlo unicamente la barbarie pagana e i suoi dèi sanguinari. Il Signore non fu accolto solo dal “mondo” iniquo per il quale Egli nemmeno prega nel Vangelo (Cfr. Gv 17, 9), ma anche da una moltitudine pagana in attesa della rivelazione piena e definitiva, che aveva espresso una religiosità naturale frutto della ricerca umana dell’Assoluto e alle cui genti Cristo estese l’Alleanza stretta con Abramo. Questa religiosità naturale, per quanto imperfetta e incompleta, nell’annuncio evangelico trovò pienezza e compimento; emerse allora «quel grande "sì" che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza», prova tangibile di «come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza» (Benedetto XVI).
La differenza cui si è accennato poc’anzi è stata ben colta da Gustave Thibon, quando nota che «rileggendo i testi cristiani delle età passate si constata una certa mancanza di attenzione nei confronti delle realtà naturali: una tale omissione era normale, giacché la natura allora, come un corpo in buona salute, non aveva bisogno che ci si preoccupasse per lei. Peggio ancora: una tale indifferenza si mutava spesso in disprezzo o avversione. Ed anche questo era normale: le più sane realtà naturali (senso della famiglia, della patria, dell’onore, ecc…) erano allora così chiuse in sé stesse, così portate ad ergersi a idoli ed a velare Dio, che meritavano di essere umiliate in quel modo, affinché la grazia potesse innestarsi sulla loro durezza ferita» (G. Thibon, Ritorno al reale, Milano 1998, p. 238).
Da questo punto di vista, nel nostro tempo la questione si pone giusto in termini opposti: già nel 1952 Pio XII parlava di «tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio». Oggi vediamo come non solo la concezione di famiglia, ma anche il concetto stesso di essere umano risulti sempre più indefinito e indefinibile. Allo stato attuale dunque la natura umana è “sotto attacco”; sottoposta a un processo di “dissoluzione”, essa «scricchiola da tutte le parti».
Occorre dunque far tesoro dell’avvertimento di Thibon: «Non serve a nulla tentare di costruire su di lei, se al tempo stesso non si lavora per consolidare le sue fondamenta. Un tale rovesciamento dei valori impone all’apostolato cristiano delle nuove concrete direttive» (ibid.). Il «ritorno a Cristo», ovvero a una fede incarnata che si fa cultura, plasma il pensiero e ispira l’azione, non potrà quindi che affiancarsi a un «ritorno al reale».

 


 
   

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