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Il grido silenzioso



 

Leggi razziali. Gli appelli di Pio XI per aiutare gli ebrei
 di Andrea Tornielli

Roma appoggiò subito le iniziative in favore degli israeliti, convertiti o meno, e il Papa destinò per questo anche l’Obolo di San Pietro.

[Da «il Giornale», 10 ottobre 2006]

Subito dopo l’introduzione delle leggi razziali in Italia, la Santa Sede si mosse per aiutare gli ebrei discriminati che chiedevano aiuto: per i «convertiti», che in quel periodo erano un numero considerevole, ma anche per coloro che avevano deciso di affrontare i rigori dell’ignobile legislazione rimanendo attaccati alla loro fede e alla loro appartenenza al popolo israelita. È quanto emerge da alcuni documenti inediti, resi disponibili da qualche settimana dall’Archivio Segreto Vaticano, che Matteo Luigi Napolitano, professore associato di Storia delle relazioni internazionali all’università del Molise, ha studiato e che presenterà nei prossimi giorni in un saggio pubblicato sul sito Internet www.vaticanfiles.net.
Il 30 novembre 1938, il Segretario di Stato Eugenio Pacelli scrive alle nunziature di vari Paesi di interessarsi alla possibilità di collocare qualche professionista ebreo convertito: «Parecchi ebrei convertiti italiani e tedeschi - si legge nel dispaccio - sono costretti da note leggi abbandonare patria e per vivere chiedono poter esercitare estero loro professione e segnatamente insegnamento e medicina. Anche Eminentissimo Cardinale Mercati disposto suggerire illustri professori vari rami scienze per insegnamento universitario». A promuovere questa azione in favore degli scienziati e degli studiosi ebrei è il cardinale Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, Giovanni Mercati. In Segreteria di Stato, una mano anonima aveva annotato: «Siccome ebrei convertiti che dovranno andare all’estero sono molti e non sono soltanto le personalità illustri suggerite dal Card. Mercati, proporrei di allargare il contenuto del cifrato estendendolo anche ai professionisti». E così avviene. I risultati di questa prima iniziativa sono però molto deludenti. Dal Congo Belga viene risposto che non esistono istituti cattolici o laici di insegnamento superiore e che in ogni caso servirebbe «nazionalità et diploma Belgio», il nunzio a Cuba si limita a un laconico «negative»; da Haiti si fa sapere che ci sono già tanti ingegneri disoccupati, stesse notizie da Guatemala, Honduras, Salvador. Il 2 dicembre la nunziatura del Canada scrive in Vaticano lasciando trasparire qualche possibilità, ma il governo canadese è preoccupato - si dice - del fenomeno dell’immigrazione e preferirebbe aiutare gli ebrei con somme di denaro ma senza farli entrare nel Paese. 
L’11 dicembre la Segreteria di Stato prepara un appunto per il cardinale Mercati informandolo che «in Irlanda e in Lituania forse si potrà sistemare qualche professore di origine ebraica. Si desiderano però conoscere antecedentemente nomi e qualifiche degli eventuali candidati...». Da Lima arrivano da parte del governo tre posti per cattedre di lingua, mentre un no giunge dall’Argentina. Il quadro, per le autorità vaticane, è dunque presto chiaro: sistemare all’estero gli intellettuali ebrei, anche se convertiti al cattolicesimo, è un’operazione più ardua del previsto. La Santa Sede - più esattamente il cardinale Pacelli, vista la malattia che aveva colpito Pio XI - proprio in quei giorni aveva manifestato la sua vicinanza agli ebrei discriminati e perseguitati (a tutti, senza distinzione) con un messaggio inviato al cardinale Hinsley, arcivescovo di Westminster. Lo prova il rapporto del 7 dicembre 1938, inviato a Pacelli da Hinsley: «Ricevo cifrato dell’Eminenza Vostra Rev.ma spedito riguardo al pensiero del Santo Padre nella questione dell’assistenza e della carità verso i profughi. Moltissimi sono Cattolici. Altri sono Ebrei convertiti, e perché non hanno il sangue puro Ariano sono stati espulsi. Nel nome di tutti, tanto cattolici quanto acattolici ed ebrei che cercano di aiutare i poveri esiliati per opera di carità e di assistenza sono incaricato di esprimere i sensi della mia profonda gratitudine del messaggio benevolo di incoraggiamento. Lord Rothschild in modo particolare mi prega di ringraziare l’Eminenza Vostra Rev.ma perché il messaggio dimostra una volta di più la divina carità della Santa Sede verso quei che immeritatamente soffrono o sono afflitti». Due giorni dopo, il cardinale Hinsley, con il consenso del Vaticano, partecipa alla riunione dei comitati di soccorso inglesi «per discutere i modi e i mezzi per alleviare le sofferenze di coloro che sono afflitti da persecuzione religiosa o razziale», che si tiene alla Mansion House, sede del Comune di Londra. La Santa Sede approva e sostiene le iniziative in favore degli ebrei: questa la notizia che fa il giro del mondo e provoca la stizzita reazione della stampa nazista. 
Mentre nascono in molti Paesi comitati di aiuto agli ebrei, in Vaticano ci si rende conto, dopo la delusione del primo appello, che l’unica possibilità è quella di rivolgersi agli Stati Uniti e al Canada. Il cardinal Mercati prepara un lungo appello, che sottopone alla Segreteria di Stato. L’ufficio diretto da Pacelli così commenta l’iniziativa: «Trattasi di un vero “appello” per raccogliere somme di denaro colle quali portare aiuto a vari studiosi, di discendenza ebraica, i quali vengono a trovarsi in una situazione penosa, sia perché non possono proseguire le loro ricerche e continuare le loro pubblicazioni, sia perché sono allontanati dalle università dove insegnavano». Il testo di Mercati viene snellito, ma non cambiato nella sua sostanza, e quindi tradotto in latino (la versione definitiva è integralmente pubblicata nel box a fianco), su carta intestata della Segreteria di Sua Santità per le Lettere Latine. 
Pio XI, che sta vivendo ormai i suoi ultimi giorni, lo fa proprio, e decide di spedirlo insieme a una sua lettera di accompagnamento ai cardinali di Chicago Giorgio Guglielmo Mundelein, di Filadelfia Dionisio Dougherty, di Boston Guglielmo O’Connell e di Quebec Rodrigo Villeneuve: «È stato portato a Nostra conoscenza - scrive Papa Ratti - un invito diramato allo scopo di venire in aiuto di tanti insigni cultori della scienza, i quali in seguito alle note leggi che colpiscono quelli che non sono di stirpe ariana sono costretti a lasciare i Paesi dove vivevano e a troncare quegli studi, che erano l’ideale della loro vita e tornavano a beneficio della società. Mirando con occhio umano e cristiano ogni opera di carità e di assistenza a vantaggio di quanti sono immeritatamente sofferenti ed afflitti abbiamo ritenuto opportuno che il documento suddetto fosse inviato anche a Te». «Crediamo altresì che a Nostro Signore Gesù Cristo non dispiacerà questa cura e buon ufficio - continua Pio XI - per coloro che appartengono a quello che fu già il Suo popolo e per cui Egli pianse e sulla Croce stessa invocò misericordia e perdono». Anche la Santa Sede, dunque, ha fatto la sua parte per far sì che molti intellettuali, scienziati e ricercatori trovassero rifugio Oltreoceano. Da tutto ciò emerge che il Vaticano si muove per gli ebrei, indipendentemente dal fatto che essi siano convertiti o meno alla religione cattolica. Con la circolare n. 77/39, ad esempio, la Segreteria di Stato dispone che le arcidiocesi sparse nel mondo organizzino dei comitati di soccorso per gli ebrei in fuga. Non solo. I rappresentanti diplomatici del Vaticano sono invitati, a tutti i livelli, a intervenire efficacemente presso i rispettivi Stati e da un appunto datato 6 gennaio 1939 si evince che il Papa desidera destinare a queste iniziative di soccorso l’Obolo di San Pietro disponibile presso le varie nunziature o nelle diocesi.

LO STUDIOSO MATTEO LUIGI NAPOLITANO
«Ma le risposte negative furono tante»


«Dai documenti emerge che il Vaticano non era affatto contro gli ebrei né tantomeno antisemita». Così il professor Matteo Luigi Napolitano legge le carte dell’Archivio Segreto Vaticano rese disponibili grazie all’apertura dei fondi riguardanti il pontificato di Pio XI (1922-1939). 

Che valore hanno questi documenti? 

«Il valore di questi documenti è anzitutto quello di offrire registri molto più complessi per valutare il ruolo del Vaticano di fronte ai problemi razziali. In generale, possiamo dire ormai sorpassata l’interpretazione che vede sempre e ovunque “i Papi contro gli ebrei”. Nel caso che qui ci interessa, l’atteggiamento della Santa Sede non è affatto “contro” gli ebrei e tanto meno antisemita». 

Si parla quasi sempre di ebrei convertiti: la Chiesa si mosse soltanto per loro? 

«I documenti dell’Archivio Segreto Vaticano ci dicono esattamente l’opposto. Il Vaticano non pone un aut-aut (la conversione requisito essenziale dell’assistenza), ma trova molto più giusta la politica dell’et-et (si opera per i tanti ebrei convertiti che chiedono aiuto, non rifiutando l’aiuto anche ai non convertiti). I documenti ci dicono che già nel novembre del 1938 questi sono tanti. In Italia molte conversioni si realizzano a ridosso delle leggi razziali, ossia a tempo di record, e rappresentano un mezzo per sfuggire alla discriminazione. La Santa Sede sapeva benissimo che esse avevano tale unico scopo. Occorrerebbe quindi dire più esattamente che la Chiesa si mosse inizialmente per moltissimi ebrei, che si erano convertiti al cattolicesimo solo per sfuggire alle leggi razziali, per poi estendere a tutti gli ebrei il suo raggio d’azione».

L’appello del cardinale Mercati, che Pio XI fa proprio spedendolo ai cardinali americani e canadesi, è la prima iniziativa vaticana in favore degli ebrei? 

«Assolutamente no. Già il 4 aprile 1933, cioè più di cinque anni prima, quando iniziavano le discriminazioni antiebraiche in Germania, il cardinale Eugenio Pacelli aveva dato disposizioni al nunzio a Berlino di intervenire in favore di un gruppo di ebrei tedeschi. E in quel caso non erano ebrei convertiti». 

Perché gli appelli della Santa Sede ricevettero così tante risposte negative? 

«Anche in Paesi geograficamente lontani dall’Asse gli ebrei erano purtroppo considerati un “problema”, nemmeno tanto pudicamente camuffato sotto forma di “norme sull’immigrazione”, stranamente molto rigide anche in Paesi di consolidata accoglienza. Gli ebrei (anche se convertiti) trovarono dunque molte frontiere sbarrate. Quali le ragioni? Nei Paesi di tradizione cattolica esisteva certo un retaggio di antigiudaismo misto a xenofobia. C’era poi il timore che il sistema economico risentisse dell’immigrazione ebraica. Non si deve dimenticare che alcuni governi non erano così lontani dal calcare le orme di Hitler e di Mussolini nella discriminazione (anche se non nella persecuzione) degli ebrei. Che l’antisemitismo non fosse prerogativa dei nazisti, ma albergasse anche in nazioni “libere” e democratiche, non è una novità».

Perché la Santa Sede non protestò pubblicamente contro le leggi razziali?

«Posta in questo modo, la domanda chiama in causa non solo la Chiesa cattolica ma anche le altre Chiese cristiane, la Croce Rossa Internazionale e non poche delle stesse organizzazioni ebraiche. La protesta nuda e cruda, magari plateale, non è una linea operativa, anzi di per sé implica che se ne accetti l’effetto: ossia l’annullamento dell’efficacia operativa di una complessa rete di assistenza attivata in mezzo a gravi difficoltà, con grandi sforzi e tanta pazienza. Il Vaticano aveva poi alle spalle anni di aspro contenzioso con la Germania proprio sui temi razziali e a partire dal 1928 aveva pubblicato documenti contro l’antisemitismo, aveva messo all’Indice le opere di Rosenberg, ideologo-guida del nazismo. La protesta “verbale” estemporanea avrebbe rischiato di compromettere l’organizzazione e la gestione di una rete di aiuti».

© il Giornale

 


 
   

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