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Il grido silenzioso



 

Il Papa all'Islam «La guerra santa è contro Dio»
 di Vittorio Messori

[Dal «Corriere della Sera», 13 settembre 2006]

Benedetto XVI dà dei problemi ai giornalisti: soprattutto a quelli del desk che, nelle redazioni, devono sintetizzare nelle poche battute di un titolo quanto raccontato dai colleghi sul campo. In effetti, tutto ciò che dice o scrive il già professor Ratzinger non ha solo la densità degli accademici tedeschi, ma è frutto di meditazioni e studi praticati per sessant’anni, sommati all’esperienza pastorale di arcivescovo e poi a quella dottrinale di responsabile della Congregazione per la Fede. Dunque, anche in omelie come quelle che pronuncia alle messe di massa in Baviera , accumula tanti e tali temi –ad ognuno dei quali dedica rapide sciabolate di approfondimento, spesso spiazzanti perchè non conformiste- da rivelarsi un problema per chi, nei media, è costretto a una sintesi. Occorre scegliere, mettere in rilievo uno dei tanti spunti. L’accumulo si è verificato, ovviamente, anche nell’omelia di ieri in quella Ratisbona che ha in tedesco un suono abusivamente inquietante (Regensburg, “città della pioggia“, ma dal nome del fiume Regen) e che è per Ratzinger la vera patria del cuore, il luogo della formazione e delle prime prove professorali. Così, per questo discorso alcuni commentatori punteranno sui rapporti tra fede e scienza, tra “ Disegno Intelligente“ ed evoluzionismo secondo “Caso e Necessità “. Mentre altri si fisseranno su «l’odio e il fanatismo» di certe religioni che «hanno ucciso l’immagine vera di Dio». Chi sceglierà simili temi non avrà torto e non gli mancheranno gli argomenti di discussione. Per stare al secondo tema – tra l’altro – l’importanza e l’attualità sono tali che Benedetto XVI ha voluto ritornarvi sopra nel pomeriggio, nella conversazione con gli universitari. Così come l’illuminismo occidentale che si fa scetticismo se non nichilismo è una “patologia della ragione“, ha ammonito, il fondamentalismo che si fa terrorismo e costrizione alla conversione è una “patologia della religione“. Ma, ieri, a Regensburg, a differenza di quanto aveva fatto domenica a Monaco, Ratzinger non ha esitato a fare il nome dell’Islam. Non solo: si è spinto a parlare dell’Ultimo Profeta e ha citato sure del suo Corano, dandone una lettura “pacifica“ che incontrerà il favore dei cosiddetti “musulmani moderati“ ma che susciterà lo sdegno dei settori radicali. Per costoro è inammissibile che un “infedele“, sia pure il papa, pretenda di dar lezione ai credenti in Allah sulla “vera Rivelazione“, quella che ha reso anacronistici giudaismo e cristianesimo. E’ in vista una fatwa contro Benedetto XVI? Visti i tempi e il clima non è da escludere.

Per tornare, comunque, alla predica alla messa di Ratisbona, ci sia concesso di estrarre dal denso testo una frase che sfuggirà a molti, ma che individua una delle preoccupazioni essenziali di un uomo che non ha voluto diventare un cattedratico armato di teorie, ma un sacerdote che ha sempre nutrito una vocazione “apologetica“. Quella “passion de convaincre“ che, secondo Pascal, è istintiva nell’uomo che ha fede e che ha bisogno di essere comunicata. Tanto che, in certo milieu clericale, nessuno osa contestare a Ratzinger l’evidente statura di teologo ma preferisce non chiamarlo “dogmatico“, bensì “pastorale“. Per la sua prospettiva non si tratta di una diminuzione ma di un riconoscimento. Non a caso il primo libro che gli diede notorietà internazionale è quella “Introduzione al cristianesimo“ che è una sorta di robusto catechismo, lanciato nella bolgia caotica del Sessantotto. E non a caso – tra lo scandalo di molti - fu il primo che ruppe il leggendario silenzio e segreto dei suoi predecessori al Sant’Uffizio, convocando un giornalista perchè, con la sua esperienza di divulgazione, “mettesse in piazza“ quanto sino ad allora si dibatteva nei laboratori teologici.

Così, abbiamo ritrovato qualcosa di molto familiare nelle parole rivolte da colui che è ora successore di Pietro alla folla di sulle rive del Danubio: “La fede è semplice. Vedendo le grandi Summe di teologia o pensando alla quantità di libri scritti ogni giorno contro o in favore della fede, si è tentati di scoraggiarsi e di pensare che credere sia molto complicato. Non è così: la fede è semplice“. Può sembrare paradossale detto da un teologo ma, in realtà, la prospettiva è pienamente evangelica: proprio il grande intellettuale, a un certo punto del suo complesso percorso, si è accorto che lo studio è sì necessario; ma che, per la comprensione di ciò che davvero conta, i “semplici“ sono privilegiati. La Chiesa ha creato le prime università della storia e sempre ha esortato i dotti alla ricerca; ma ha anche sempre annunciato la Parola agli ignoranti e li ha elevati agli altari in numero superiore a quello dei professori.

La “sobrietà“ di Benedetto XVI (pochi documenti, pochi viaggi, pochi discorsi) nasce da una preoccupazione che già esternava in Rapporto sulla fede e per la quale si è battuto imponendo non solo il Nuovo Catechismo ma anche lo svelto Compendio: “Se la gente si allontana è anche perchè gli abbiamo dato l’impressione che il credere sia un “sistema“ complesso, mentre invece è tutto così facile: c’è un Dio, un Dio che è Amore e che ha voluto incontrarci nella persona di Gesù di Nazareth. Per vivere la Speranza, per conoscere quanto basta, sono sufficienti le poche parole del Credo“. Concentrarsi sull’essenziale, ritrovare la brevità e la semplicità dell’annuncio: questo, in fondo, il programma del pontificato, ribadito anche ieri in Baviera.

© Corriere della Sera

 


 
   

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