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Il grido silenzioso



 

S'avanza uno strano laico
 di Vincenzo Sansonetti

Da Marcello Pera a Paolo Mieli, difendono l’embrione, si battono per le radici cristiane dell’Europa e duettano con Ratzinger. Ma non sono cristiani. Anzi...

[Da «il Timone» n. 39, Gennaio 2005]

C’era una volta lo «strano cristiano». Ricordate? L’espressione fu coniata da Ezio Mauro, direttore del quotidiano popolar chic la Repubblica, alla fine del 2002, con un intento scopertamente malevolo. L’epiteto era infatti indirizzato, nel momento della sua massima popolarità televisiva, al giornalista Antonio Socci e alla sua scomoda trasmissione Excalibur. E lo «strano cristiano» era null’altro che il cristiano tout court, che crede in quelle quattro cose che abbiamo imparato da piccoli al catechismo (quando si faceva sul serio), e cioè che Cristo è il figlio di Dio e nostro unico Salvatore, è presente ancor oggi nella Chiesa da Lui fondata, dà significato alla nostra vita se mettiamo in gioco la nostra libertà e lo seguiamo; e infine, che compito di ogni buon credente è annunciare al mondo questa possibilità di salvezza promessa a tutti. Prima ancora di schierarsi con i poveri, lottare per la giustizia, volersi bene, dialogare con l’Islam, ecc.

Ebbene, oggi c’è una nuova specie antropologica. Si tratta dello «strano laico». Quel laico cioè che, pur non dichiarandosi apertamente fedele e praticante — anzi, ben lontano dalle sacrestie e dal profumo di incenso — condivide tuttavia con gli «strani cristiani» (nel frattempo diventati «cristianisti»), alcune “bazzecole”. Come, per esempio, la difesa dell’embrione, cioè della vita umana sin dal momento del concepimento, e la libertà di espressione (vedi caso Buttiglione). E che, per di più, crede nella “favola” delle radici cristiane dell’Europa. 

Il primo, e il più determinato «strano laico» — detto anche «ateo devoto» e simili — è stato Giuliano Ferrara con il suo Foglio, giornale trasversale aperto in ugual misura a stimolanti contributi di laici, cattolici e battitori liberi di varia provenienza, caratterizzati dal fatto di non essere stati ancora triturati dal potere culturale dominante. Poi si sono fatti avanti altri «strani laici»: il presidente del Senato Marcello Pera, che ormai fa coppia fissa negli incontri e nei libri con il cardinale Joseph Ratzinger (a capo dell’ex Sant’Uffizio); Paolo Mieli, la cui rubrica di lettere sul Corriere ogni giorno è una piacevole sorpresa (ha riaperto persino pagine di storia dimenticate e censurate come l’epopea dei Cristeros in Messico); Vittorio Sgarbi, che appena può ci ricorda, per lo meno, tutta la bellezza dell’arte cristiana e della vita che la genera (malgrado abbia idee spesso confuse e bizzarre su importanti questioni dottrinali). 

A ruota, e in ordine sparso, un variopinto manipolo formato da Ernesto Galli della Loggia, Ferdinando Adornato, Giordano Bruno Guerri (quello stesso che tanto tempo fa irrideva santa Maria Goretti), Angelo Panebianco, Piero Ostellino, persino la scatenata Oriana Fallaci, che si è erta, con le sue pagine puntute, a strenua difesa della civiltà occidentale, fondata sul valori cristiani della libertà e della tolleranza.
Un piccolo, ma agguerrito esercito di intellettuali fuori dal coro. Che sarebbe sbagliato, sia chiaro, catalogare come «convertiti sulla via di Damasco», perché non si sono affatto convertiti; anzi, continuano a mantenere le loro ferme convinzioni su temi cruciali, relativi per esempio alla morale sessuale e familiare (rapporti prematrimoniaIi, indissolubilità del matrimonio, fedeltà nel matrimonio), oppure in riferimento agli accadimenti ultimi, come la morte, il giudizio, la resurrezione, che non combaciano affatto con le nostre. Non ci credono. O ci credono con ben scarsa convinzione, quasi si trattasse di una scommessa. Ma sicuramente, questi signori hanno dimostrato in vane occasioni di essere capaci di un uso corretto della ragione. Come? Alcuni di essi considerano vita umana, e vita da proteggere, quella scintilla di materia che scaturisce dall’unione di un uomo e di una donna (al di là dei farneticanti deliri speculativi dello pseudofilosofo Emanuele Severino sull’uomo e il non-uomo). Altri riconoscono il ruolo essenziale della Chiesa cattolica e dei cristiani nella storia dell’Europa quale oggi la vediamo: l’Europa delle pievi, delle cattedrali e della difesa della dignità della persona umana. Infine, stimano quel grande papa che è Giovanni Paolo II. E hanno avuto persino la temerarietà di rivedere le stantie teorie storiografiche che esaltano acriticamente il formarsi del nostro Stato unitario, osando parlar male di Garibaldi, rivalutando le identità popolari preesistenti e difendendo la presenza del cristiani nella vita culturale e sociale. 

Beninteso, se stanno così le cose, rallegriamoci pure: è la confortante conferma che lo Spirito Santo soffia dove vuole (e fa rinsavire chi vuole). Ma — è bene dirlo — fermiamoci ai rallegramenti. Magari, se ci sono le condizioni, accettiamo alcune utili colleganze culturali e facciamo, perché no?, tratti di strada insieme. Ma non spingiamoci oltre, dimenticando troppo facilmente quel sano realismo che deve contraddistinguere i cattolici: non beatifichiamo, o «arruoliamo», nessuno. Semmai, prendiamo atto che la verità, con la “V” maiuscola, soprattutto quando è occultata, riaffiora dove meno ce l’aspettiamo. Cosi che si registra un curioso rovesciamento delle parti: laici sciolti che fanno i cattolici (intransigenti), e cattolici («democratici», ovvero cattocomunisti), che fanno i laicisti (non è una novità, ma la «specie» non si è ancora estinta). Cosi succede, come è successo, che la difesa più alta e convinta dette buone ragioni del povero Rocco Buttiglione, dato in pasto alle fiere anticattoliche nell’arena europea, sia stata quella dei centurioni pagani. Invece, le vestali del tempio — politicamente a posto perché con la margherita all’occhiello — non solo non hanno mosso un dito, ma se l’hanno fatto è stato solo per indicare la vittima al carnefice. Fuor di metafora, mentre non dobbiamo cessare di pregare perché tanti personaggi, anche illustri, che si dichiarano «cattolici» ma in realtà si sono posti fuori delta Chiesa, ritornino all’ovile, non scandalizziamoci per quegli altri fratelli, «strani laici», cui è concessa la grazia di «strani percorsi» in quella marcia che potrebbe avvicinarli alla fede cristiana. Una avvertenza finale, quasi un “nota bene”. I brandelli di Verità scoperti o ritrovati, in tempi di vuoto quasi assoluto in cui domina il pensiero debole, potrebbero diventare ingredienti di un pensiero forte in via di definizione, da offrire alla valutazione e al consenso, anche elettorale, di chi è smarrito. Meglio ancora se cattolico. E il gioco della convivenza tra gli uomini, è il gioco della politica. È legittimo. Non ci scandalizziamo. Ma nel momento stesso in cui non ci scandalizziamo, non rinunciamo ad accarezzare l’idea, il desiderio, che questi stessi fratelli, «strani laici», un giorno approdino a un incontro più vero e più profondo con Cristo, affidino la loro intelligenza e la loro vita al Creatore di tutti gli uomini. Vogliamo fare di questo auspicio l’oggetto della nostra preghiera?

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«Prendere più chiaramente coscienza delle nostre radici giudaico-cristiane non solo non è di ostacolo all’intesa interculturale, ma è ciò che la rende possibile [...]. A tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne (dal «Dialogo su Dio e il mondo» di Jürgen Habermas, in Tempo di passaggi, Feltrinelli, 2004).

© il Timone
www.iltimone.org

 


 
   

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