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Il grido silenzioso



 

Vero e falso spirito evangelico
 di Jean Daniélou s.j.

Una riflessione del cardinale Jean Daniélou sull'autentico spirito del Vangelo, contro i falsi profeti che svuotano il cristianesimo del suo contenuto essenziale.

[Da «Contestazioni contestabili», Rusconi, Milano 1976 (4a ed.), pp. 115-119]

I cristiani di oggi sono molto sensibili allo spirito del Vangelo (e si tratta di grazia che sembra concessa in modo particolare alla nostra epoca): oggi essi sentono quanto sia scandaloso dirsi discepoli di Cristo e non vivere quel che Egli ha insegnato con la parola e con l’esempio. Essi si sentono toccati nel vivo quando si rinfaccia alla Chiesa e ai suoi rappresentanti di mancare di spirito di povertà, in un’epoca in cui tanti uomini soffrono la miseria e la fame. Questi cristiani si sentono urtati da forma di trionfalismo, che essi considerano contrario allo spirito di Cristo, il quale ha voluto condividere la condizione degli uomini. E soprattutto sono sensibili allo scandalo più grave, cioè la mancanza di carità, quando invece il Cristo proclama: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri». (1) 

Eppure la sensibilità ai valori evangelici è stata talvolta strumentalizzata da falsi profeti, che sotto l’apparenza del Vangelo non ne hanno la realtà e sotto la pelle di pecore nascondono la rapacità dei lupi. Essi accusano la Chiesa di adattarsi di buon animo a una società capitalistica, un’accusa che tradisce anzitutto una confusione essenziale tra Vangelo e collettivismo. Ora ciò è disonesto, perché nessun regime di appropriazione dei beni è in sé ideale, e può sempre dar luogo ad abusi. I cristiani tradiscono il loro cristianesimo quando non si oppongono a questi abusi, non certo quando si rifiutano che il Vangelo venga strumentalizzato ideologicamente da un qualsiasi regime economico.
Altri teologi pensano erroneamente alla povertà in maniera sbagliata, definendola cioè soltanto come pura e semplice privazione di alcuni beni, quasi avesse un valore in sé il semplice fatto di esserne privi. Lo spirito di povertà non consiste nel non usare i beni della natura o della cultura: consiste invece nel non appropriarsene, consiste nell’accettare di dividerli con gli altri e di venirne privati quando questa fosse la volontà di Dio. Ecco quanto dice san Paolo: «Io so stare nella povertà, come so stare nella ricchezza». D’altra parte, la povertà più difficile da tollerare non è tanto la mancanza di denaro quanto piuttosto la mancanza di salute, la solitudine degli affetti, il fallimento nella propria professione. 

Altri ancora accusano la Chiesa di trionfalismo quando essa si presenta come depositaria unica della verità. Costoro mostrano di dimenticare che la Chiesa non ha nulla da sé: tutto ciò che essa è le viene da Cristo. E nessuno può toglierle il diritto di rendere grazie per i doni ricevuti da Colui che ha in sé «tutti i tesori della sapienza e della verità». Essa possiede questi doni soltanto per comunicarli agli altri. L’esempio di povertà di Cristo non è consistito nel rinnegare la propria condizione divina (come vorrebbero farci credere certi teologi della «morte di Dio»): Egli, al contrario, pur restando nella sua condizione divina, non ha voluto imporsi allo spirito degli uomini del suo tempo con mezzi di prestigio, ma ha preferito conquistarne il cuore facendosi servo di tutti. La Chiesa lo imita non già rinnegando ciò che essa è, ma ponendosi al servizio di tutti per conquistare tutti.
Vi sono infine altri che esaltano, legittimamente, lo spirito evangelico di amore per il prossimo, ma non tengono debito conto, illegittimamente, dell’altro aspetto dello spirito evangelico, che è l’amore verso Dio. Conosciamo molto bene frasi come questa: «Invece di andare a messa fareste molto meglio a occuparvi dei poveri». La prima risposta che si può dare a una frase del genere è che rendendo a Dio il culto che gli è dovuto, rendendo Dio presente in questo mondo che va sconsacrandosi sempre più, si servono i poveri: se l’umanità ha bisogno di aiuti materiali, ha pure bisogno di aiuti spirituali. E la lotta contro. la sconsacrazione (la cosiddetta «secolarizzazione») del mondo è uno dei modi più efficaci per servire questa umanità. E poi, che amore del prossimo sarebbe quello che non pensasse contemporaneamente anche al suo pieno sviluppo spirituale? Che relazione avrebbe ancora con l’autentico amore evangelico? 

Oggi i cristiani sanno di essere chiamati a convertirsi allo spirito del Vangelo, che è spirito di povertà, di umiltà, di carità; vi si sentono chiamati dalle circostanze della vita nel mondo, dall’attesa degli uomini che li circondano, dalla chiamata di Cristo. Ma l’autentico cristiano non arriverà mai a confondere questa conversione allo spirito evangelico con la caricatura che ne viene presentata da alcuni.
Nietzsche già ai suoi tempi accusava il cristianesimo di essere l’espressione di una avversione ai valori autentici della vita. Ciò è falso quando si tratti di Vangelo autentico, mentre invece è esatto quando si tratta delle falsificazioni del Vangelo che noi qui denunciamo.

(1) Giov. 13, 35.

 


 
   

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