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Il grido silenzioso



 

La dittatura del relativismo
 di Giacomo Samek Lodovici

Il relativismo, concezione egemonica del nostro tempo, nega la conoscibilità della verità. Eccone la confutazione.

[Da "il Timone" n. 46, Settembre/Ottobre 2005)

«Il relativismo […] appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».

Il relativismo e la dittatura del desiderio

Queste celebri parole pronunciate dal Card. Ratzinger il 18 aprile scorso (due giorni prima di diventare Papa) denunciano la malattia mortale della nostra epoca, cioè una concezione – che esercita un vero e proprio predominio culturale, una dittatura che squalifica le altre concezioni – che si chiama relativismo, perché nega la possibilità per l’uomo di conoscere la verità e sostiene la relatività di ogni affermazione e di ogni pensiero: tutto ciò che l’uomo dice e pensa non è mai oggettivamente vero, perché tutto è soggettivo, e ogni singolo uomo è l’unità di misura delle cose. Così, non è l’uomo ad adeguarsi alla realtà, ma è la realtà a doversi adeguare all’uomo, a doversi conformare alle sue voglie e ai suoi desideri: se io desidero fabbricare figli in provetta, avere i diritti di un marito e di una moglie anche se semplicemente convivo, magari con un individuo del mio stesso sesso (vedi leggi di Zapatero), abortire, ecc., nessuna legge mi deve ostacolare, perché la valutazione morale di un’azione è soggettiva, è relativa ai punti di vista.
Viceversa, per i classici la verità è la proprietà di quel pensiero umano e di quelle affermazioni che esibiscono una conformità (un’adeguazione) alla realtà, che riferiscono fedelmente le cose, perciò è l’uomo che deve adeguarsi alla realtà e non la realtà a doversi adeguare ai suoi desideri.
Da questi pochi esempi si vede che le più gravi conseguenze del relativismo si verificano in ambito morale: se non è possibile conoscere la verità, non è possibile giudicare oggettivamente le azioni umane e dunque esse finiscono sullo stesso piano, cioè vengono considerate uguali. E, allora, le leggi debbono assecondare ogni mio desiderio (Dante dice che la regina Semiramide «libito fè licito in sua legge», trasformava ogni suo desiderio in legge).
La denuncia del relativismo è indiscutibilmente cruciale e giustamente di attualità (è stata pronunziata anche da non credenti come, per es., Pera e Ferrara), sia per le gravissime conseguenze morali del relativismo già accennate, sia perché, se la verità è in conoscibile, allora ogni possibile ricerca e indagine (filosofica, estetica, scientifica, religiosa, ecc.) diventa vana e sterile: non ha senso intraprendere alcuna ricerca. Insomma, il problema della confutazione del relativismo è decisivo e preliminare.

Confutazione del relativismo 

Ora, il relativismo è antichissimo (cfr. già i sofisti nel VI sec. a. C., per es. Protagora: «l’uomo è misura di tutte le cose») e le sue riformulazioni sono molteplici e culminano nell’odierno «pensiero debole», il cui più famoso esponente italiano è Gianni Vattimo. Tuttavia, è quasi altrettanto antica (già Aristotele) la sua inoppugnabile confutazione. Il relativismo cade in contraddizione, perché proprio mentre dice: «la verità non esiste/è inconoscibile», pretende di dire/conoscere una verità, cioè che: «la verità non esiste/è inconoscibile»; proprio mentre dice: «tutto è soggettivo», pretende di dire qualcosa di oggettivo, cioè che: «tutto è soggettivo»; proprio mentre dice: «tutto è relativo», pretende di dire qualcosa di assoluto, cioè che: «tutto è relativo».
Per sfuggire a questa confutazione, Vattimo presenta la sua visione relativista come un’interpretazione che non ha la pretesa di essere vera, dice (grosso modo): «io non affermo come verità che la verità non esiste/non è conoscibile [perché questa sarebbe una contraddizione]: che la verità non esista/non sia conoscibile è solo una plausibile interpretazione». Ma non riesce ad evitare la contraddizione. Infatti Vattimo avanza pur sempre la pretesa che sia vero/conoscibile che: «la sua visione è un’interpretazione» e che «essa è plausibile».
Con ciò abbiamo riguadagnato la conoscibilità della verità, cioè possiamo riabbracciare quella concezione che si chiama realismo. Vediamo allora alcune obiezioni.

Pretendere di conoscere la verità significa trascurare la limitatezza dell’uomo? 

Alcuni accusano il realismo di presunzione, lo accusano di trascurare che l’uomo è un essere finito e fragile. Ma essi confondono il realismo con l’idealismo, che avanzava la pretesa di conseguire la verità totale e definitiva, mentre il realismo dice più umilmente: «la verità è conoscibile, ma l’uomo non può conoscere tutta la verità, bensì solo alcune verità e la ricerca della verità è infinita, perché essa è inesauribile».

Senza relativismo è impossibile il pluralismo? 

Non è vero che la conoscibilità della verità comporti la negazione del pluralismo, in quanto sullo stesso oggetto è possibile sviluppare riflessioni differenti, quali contributi che si integrano a vicenda: se Tizio guarda una casa di fronte, dice sulla casa delle cose diverse da quelle che dice Caio, che descrive la casa come si presenta dal retro, e la messa in comune dei loro contributi è feconda. Così, la ricerca della verità è un’impresa collettiva, svolta dal genere umano nel suo complesso, per la quale vale l’immagine di Bernardo di Chiaravalle: «siamo nani sulle spalle di giganti». I giganti sono coloro che ci hanno preceduti, sui cui risultati noi ci possiamo appoggiare per vedere più lontano, ovvero per incrementare la nostra conoscenza, anche se magari di poco.

La tolleranza è possibile solo se si rifiuta il relativismo? 

Si sente dire che chi afferma la conoscibilità della verità è intollerante perché la vuole imporre e non rispetta gli altri che la pensano e vivono diversamente da lui. Ma non è vero: 

a) perché è possibile denunciare l’intolleranza solo se è conoscibile che è vero che «bisogna esercitare la tolleranza», cosa che è possibile dire solo se è conoscibile che è vero che «bisogna rispettare la dignità di tutti». Solo la conoscibilità della verità può far da baluardo contro ogni tipo di malvagità umana, compreso il totalitarismo. Si sente dire che il totalitarismo nasce dalla pretesa di detenere la verità. Ma il totalitarismo può essere condannato solo se è conoscibile la verità secondo cui l’uomo possiede una dignità intangibile, che non si deve assolutamente calpestare. Quando una democrazia si allea con il relativismo, quando «non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori [senza verità] si converte facilmente in un totalitarismo aperto o subdolo, come dimostra la storia» (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor 101);

b) perché se la verità è una proprietà del pensiero, a tale nozione di verità ripugna che chi conosce la verità la imponga: se la verità è una proprietà del pensiero, che cioè si verifica nell’interiorità dell’uomo, essa è l’esito di un’adesione intima ad una convinzione, e non è possibile imporre interiormente qualcosa a qualcuno, bensì solo esteriormente; quindi la nozione di verità richiede piuttosto di far appello alla libertà dell’interlocutore, perché liberamente e interiormente si persuada. Più precisamente, si tratta di «fare la verità nell’amore» (Ef 4,15).
E le più profonde verità che l’uomo possa conoscere le può apprendere solo da Gesù Cristo: «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv 14,6). 

Ricorda

«Si può definire […] l’uomo come colui che cerca la verità». (Giovanni Paolo II, Fides et ratio n. 28). 

Bibliografia

Antonio Livi, La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica, Leonardo Da Vinci, 2000.
Jean Josè Sanguineti, Introduzione alla gnoseologia, Le Monnier, 2004.
Roberto Di Ceglie (A cura di), Pluralismo contro relativismo, Ares, 2004.
Joseph Ratzinger, Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, 2003, specialmente pp. 145-275.
Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et ratio, del 14 settembre 1998.

© il Timone

 


 
   

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